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“La grande abbuffata” come kammerspiel sulla morte

Quali dunque le cause perturbanti del cinema di Marco Ferreri (un ex veterinario approdato al cinema con la sua coorte di animali, corpi e fisiologicità abbondanti)? Di sicuro ciò che crea disagio in questo film è la metafora nascosta dietro al cibo, poichè Ferreri usò il cibo in tutti i suoi film e massimamente ne La grande abbuffata, come mezzo per interpretare, criticare e demolire le sovrastrutture sociali. Oppure il fastidio nasce dal fatto che questa rappresentazione fu fatta in chiave più che grottesca, quasi scatologica. Questa inondazione del “cattivo gusto” venne vissuta dallo spettatore medio borghese dell’epoca (in particolare dallo spettatore francese e poi da quello italiano) come un insulto, un oltraggio al buon gusto, all’equilibrio della buona società, alla misura.

“Il seme dell’uomo” e la vanità delle illusioni

Se in La grande abbuffata Ferreri traduce la sua disillusione esistenziale nella logica perversa di un piacere mortifero, in questa visione utopica al negativo del mondo c’è un pessimismo radicalizzato e convergente all’interno di un’ottica in cui sembra non esserci alcun appiglio, quanto esclusivamente inquietudine avveniristica. Tra l’apparizione di una balena arenatasi sulla spiaggia, simbolico naufragio delle speranze di una società all’epilogo del Sessantotto, e l’improvvisa venuta di un’ospite, la questione che si pone fin dall’inizio Ferreri è una sola: continuare la specie o no? 

Ferreri nostro contemporaneo: su “La donna scimmia”

Non si può rimanere indifferenti davanti alla visione de La donna scimmia di Marco Ferreri, riproposto dalla Cineteca di Bologna tra i restaurati della 74esima edizione del Festival di Venezia. Ma perché un film simile, realizzato ormai più di cinquant’anni fa, mantiene una così grande forza abrasiva? La risposta sta nel truffatore incarnato dalla maschera sorniona di Ugo Tognazzi: riusciamo ancora a meravigliarci e rabbrividire davanti alle gesta di Antonio Focaccia perché riconosciamo in lui un nostro contemporaneo.

Venezia Classici 2017: “La donna scimmia”

La nuova versione accoglie i tre finali girati da Ferreri: uno luttuoso, un altro inquietante che completa il precedente e un altro ancora conciliante. In Italia il film uscì con quest’ultima coda, imposta da Carlo Ponti inorridito al cospetto di un epilogo immorale e sconvolgente (il secondo). Eppure, prendendola da un altro verso, si potrebbe dire che dobbiamo a Ponti, produttore tanto bigotto quanto scaltro, questa insolita terna. Quasi che dovremmo ringraziarlo perché ci permette di isolare tre temi che abitano i vari finali rivelando la complessità del cinema di Ferreri (e di Rafael Azcona, suo indispensabile sodale).

Venezia Classici 2017: “La lucida follia di Marco Ferreri”

La sezione Venezia Classici, oltre a proporre un’ampia gamma dei più importanti restauri avvenuti nell’ultimo anno ad opera di cineteche e laboratori di tutto il mondo, dedica una parte a quei documentari che portano sotto i riflettori grandi autori e momenti cruciali del cinema del passato. Uno di questi è La lucida follia di Marco Ferreri, diretto da Anselma Dell’Olio, la quale afferma: “Nicoletta Ercole, incontrata come costumista su un set di Ferreri, mi ha chiesto nella primavera del 2016 se avessi voglia di girare un docufilm per rilanciare il cinema di Marco Ferreri, ormai caduto in un oblio che sa di rimozione, e sconosciuto alla generazione successiva alla sua scomparsa. L’occasione era il ventesimo anniversario della sua morte avvenuta a Parigi. Ho detto subito sì. Se La lucida follia di Marco Ferreri invoglia a scoprire o riscoprire il suo cinema, il nostro compito è fatto.”

Venezia Classici e il cinema restaurato

Con tutto il rispetto per il programma della prossima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, non è un caso che i cinefili in questi giorni, sui social network, abbiano esclamato grida di giubilo per la sezione Venezia Classici. Vorrà dire qualcosa? Non abbiamo alcuna intenzione di risultare passatisti, anzi su questa testata non si fa altro che insistere spesso sul grande interesse che per noi sta riservando il cinema contemporaneo (basta saperlo trovare, ci sono talenti diffusi ovunque). Tuttavia, non si può non notare che un movimento sempre più appassionante – una sorta di CRU (Cinema Ritrovato Universe) – si sta propagando a tutte le latitudini.

Cinema Ritrovato 2017: “Break up – L’uomo dei cinque palloni”

I titoli di testa del film: serigrafie automatiche in nero e bianco con tratti grossi e decisi si stampano sullo schermo anticipando il ritmo dei pistoni delle macchine industriali delle scene successive. Si tratta di un film che è stato visto pochissimo e che rappresenta per la storia del cinema un ritrovamento di grande importanza, una lieta sorpresa che il passato ci ha riservato, destinata ad aggiungersi alla lista dei favoriti di sempre. Nonostante una troppo lunga assenza, questo film è certamente ancora in tempo per diventare un classico.