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Doin’ the White Thing. “Ma Rainey’s Black Bottom” e la coscienza afroamericana

Quando nel 1984 il Premio Pulitzer August Wilson presentò a Broadaway Ma Rainey’s Black Bottom la società statunitense stava rapportandosi con una nuova ondata di prodotti culturali black che, come il blues e il jazz nei decenni prima, erano oggetto di interesse da parte dell’industria bianca. Un fiorente filone da sfruttare per conquistare una fetta di mercato. Un rapporto conflittuale, sempre in bilico tra speculazione manageriale e desiderio di rivalsa artistica espresso dal termine gergale doin’ the white thing. Una forma d’imprenditorialità nera – che vede in Spike Lee uno degli esempi più fortunati, riusciti e duraturi – frutto di una nuova coscienza afroamericana che vuole raggiungere i grandi canali di distribuzione, di cui l’opera di Wilson può essere letta come metafora.

Chadwick Boseman American Hero

Ogni tempo ha i suoi miti, figure esemplari attraverso le quali una generazione può riconoscere e alimentare aspirazioni, sogni e ideali. La duplicità del mezzo cinematografico, che nella messa in scena trasla il reale in fantastico, ha contribuito fortemente alla creazione di attori-simboli di particolari tendenze, stili di vita, ideologie. Chadwick Boseman è da annoverare tra questi, quale incarnazione delle più alte e nobili ambizioni del popolo nero statunitense contemporaneo, esempio del nuovo modello che il recente black cinema sta proponendo in diverse modalità e formule: un eroe che travalichi i confini etnici facendosi manifesto non di opposizione, ma di possibile alterità al canone bianco.