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“Il collezionista di carte” tra Scorsese e Bresson

Paul Schrader ritrae il mondo del gioco d’azzardo, similmente al suo sodale Martin Scorsese – qui produttore – come ha già ritratto a più riprese altri mondi basati sul denaro: con poca simpatia ma senza manifesta ostilità, come se ambienti e situazioni non fossero che occasioni per mettere alla prova l’animo umano. Muovendosi fra ambienti falsi come una banconota da tre dollari, fotografati con luci calde e vischiose, il William dell’ottimo Oscar Isaac fluttua cercando di fare il bene, di redimere il futuro dal prologo del passato, quantomeno per chi ha più strada davanti di lui. Ma i suoi metodi di persuasione e instradamento non sono affatto diversi, portando così inevitabilmente la catena degli eventi a perpetuarsi.

Il cinema asciutto di Paul Schrader. “Il collezionista di carte” e il germoglio della speranza

Sono sentimenti netti e precisi quelli che Schrader pare scolpire nella roccia di questo suo ennesimo apologo sulle conseguenze estreme del rimorso. Dolore, rabbia, vergogna, compassione e amore sono facce distinte e di un’unica figura tridimensionale che rispecchia i vari volti dell’essere umano inquadrandoli come fossero frammenti distinti e non sovrapponibili. Il collezionista di carte raccoglie questi aspetti e li sviscera progressivamente in modo da restituirli ad opera conclusa in tutta la lor limpidezza. In un clima quasi ipnotico, l’ira viene così percepita come diretta conseguenza di un pentimento non del tutto compito, l’amore come germoglio del seme della speranza.

“Mishima”: Paul Schrader e le ispirazioni pittoriche

Osservando il San Sebastiano di Guido Reni, sembra che le frecce conficcate sul corpo vergine del martire vi siano poste in realtà per ornamento e decoro, quasi non volessero rovinare col sangue la levigatezza della sua pelle, restando così quiete e delicate in un momento in cui alla sofferenza si sostituisce il piacere e al dolore l’estasi. Trattandosi di un trapasso fulmineo, il confine tra queste due condizioni è impercettibile e gli stati d’animo s’intersecano, rendendo difficile classificare il tipo di rappresentazione: distante dalle raffigurazioni passate, l’iconografia del Reni rende l’ambiguità di quest’anima ancorata alla terra e l’impeto soprasensibile del suo sguardo, ispirando una quantità innumerevole di artisti e letterati. Yukio Mishima è uno di questi, dimostrando il carattere anticonvenzionale del suo rapporto con l’arte e la vita – tra cui cercherà sempre di trovare un’armonia – fin dal suo primo incontro con l’opera del pittore bolognese.

“Mishima – Una vita in quattro capitoli” di Paul Schrader al Cinema Ritrovato 2018

Tematicamente, invece, Schrader mostra il conflitto interiore del protagonista, un animo infranto che oscilla fra coppie di polarità antitetiche impossibilitato a sintetizzarle. Lo scopo ultimo della vita e della letteratura di Mishima sta nell’unione di arte e vita, bellezza e fisicità, nell’ avvicinare le parole “capaci di cambiare il mondo” e il mondo “che non ascolta le parole”. Rigore e pulsione, infine, si scontrano come nemici. Da un lato la visione tradizionalista e nazionalista, il culto dell’imperatore e del bushido (il codice dei samurai), dall’altro il desiderio sessuale mai esplicitato ma sempre latente (nel film sono infatti presenti ben poche figure femminili). Da questi scontri nasce irrimediabilmente la scissione del protagonista, “uno, nessuno e centomila”, che di volta in volta indossa la maschera più adatta senza mai manifestarsi completamente.

Cinema Ritrovato 2017: “Yakuza”

Guardando Yakuza (1974) riconoscerete all’istante lo stile dell’esordiente sceneggiatore Paul Schrader, che scrisse il film basandosi sul resoconto dell’esperienza in Giappone del fratello Leonard; trama e personaggi devono tutto alla sua filosofia dello scacco e della solitudine, la stessa che un paio di anni dopo troverà in Taxi Driver l’espressione più compiuta; “Yakuza. Il kana giapponese per questa parola è composto dai numeri 8, 9 e 3. In totale 20: un numero perdente nel gioco d’azzardo giapponese. È così che i gangster giapponesi, in un atto di orgoglio perverso, hanno chiamato se stessi..”