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Venezia 2018: “The Great Buster: A Celebration” di Peter Bogdanovich

Bogdanovich parte dalle origini di Buster, dalle sue prime parti nei cortometraggi di Roscoe (Fatty) Artbuckle, e prosegue con i film scritti, diretti ed interpretati da Buster, in quello che risulta un documentario tributo alla memoria di Keaton dall’impostazione semplice e lineare, quasi televisivo. Il co-produttore del film e il direttore della fotografia – in occasione della 75a Mostra del Cinema di Venezia – hanno raccontato che il montaggio è avvenuto nell’arco di un anno, ed è stato suddiviso in due fasi: dapprima la parte relativa alla documentazione e successivamente quella riguardante le interviste. Quest’ultime inoltre sono state girate nello stesso luogo, ma per non risultare ridondanti e ripetitive hanno cercato di variare le inquadrature il più possibile affinché potessero sembrare diversi collocazioni.

Il sole che gravita intorno a “Wonder”

Ode alla gentilezza, Wonder è il suo protagonista. Un bambino che, per il suo volto, non può conoscere i vantaggi di fare tappezzeria, come recitava il titolo originale della precedente regia di Stephen Chobsky. Come in quel film (da noi si chiamava Noi siamo infinito), il racconto di formazione si misura con il trauma del non essere considerati, in una particolare sintesi di distacco, adesione, umorismo e sofferenza. A dispetto della struttura che scandisce la narrazione secondo quattro punti di vista (Auggie, la sorella Via, l’amichetto Jack Will, l’amica Miranda), tutto è in funzione del protagonista, un sole attorno a cui gli altri gravitano come pianeti consapevoli della sua meraviglia.

Spiegare il cinema con il cinema: Peter Bogdanovich e “Paper Moon”

Il cinema di Peter Bogdanovich è tutto dentro It’s Only A Paper Moon, il longseller americano che ispira il titolo del suo quarto lungometraggio: “But it wouldn’t be make believe / If you believed in me”. Ovvero un patto, fondato su un’illusione a cui s’è deciso di credere per continuare a sentirsi vivi dentro un mondo che è morto fuori dall’accogliente trappola del ricordo. Tra gli assi della covata new hollywoodiana, Bogdanovich è forse il più associato all’epica della nostalgia e il meno riletto dalla (giovane) critica contemporanea, quasi sicuramente perché i suoi film, a differenza di quelli di Scorsese, Coppola o Spielberg, non sono assurti al rango del culto generalista.

“L’ultimo spettacolo” e la critica italiana

Proiettato in questi giorni al cinema Lumière per la retrospettiva He’s Funny That Way, che omaggia il grande Peter Bogdanovich, L’ultimo spettacolo è ancora oggi considerato uno dei capolavori nostalgici e riflessivi degli anni Settanta. Per questo motivo Cinefilia Ritrovata è andata a scartabellare nelle riviste d’epoca e propone oggi una breve antologia di giudizi…