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“Apocalypse Now” e i suoi ospiti invisibili

Dentro la casa poetica di Apocalypse Now molti ospiti visibili e invisibili sono entrati ed usciti. Il primo e ingombrante ospite, che tutti conosciamo, è sicuramente quel Cuore di tenebra di Joseph Conrad che il regista durante le riprese si portava dentro la tasca dei pantaloni e che a volte si sostituiva direttamente al copione di John Milius. L’ultimo ospite, in ordine di tempo, è probabilmente Tieni ferma la tua corona, di Yannick Hanael, pubblicato in Italia a fine 2018 da Neri Pozza. Curioso come, più o meno negli stessi mesi, mentre Coppola metteva mano alla terza versione di Apocalypse Now, Hanael stesse dando alle stampe un romanzo che è un omaggio alle ossessioni letterarie e cinematografiche e che contiene infiniti riferimenti proprio a questo film in particolare.

“Apocalypse Now” e la complessità morale del racconto

Il viaggio lungo il fiume è un progressivo allontanamento dalla civiltà e, nelle parole di Willard, non ha senso lasciare la barca a meno non si sia disposti ad andare sino in fondo. Willard è pronto a farlo perché è un militare sconvolto dalle esperienze che ha già vissuto, che tenta ormai solo di rivivere costantemente il trauma nel tentativo di superarlo. Non sa più stare né nella vita civile né in guerra: è in sospeso fra bene e male, conoscenza e ignoranza di sé. Ed è pressoché atarassico, incapace di risuonare emotivamente di fronte a qualsiasi evento. Quando giunge alla fine del suo viaggio, al cospetto di Kurtz, Willard è molto vicino alla comprensione del male in sé e nell’altro. Dopo averlo ucciso, potrebbe farsi dio a sua volta, ma decide invece di andarsene. Apocalypse Now però non finisce qui: stanno già risuonando le note di The End dei The Doors, proprio come all’inizio. Nulla pare cambiato.

“Apocalypse Now – Final Cut” al Cinema Ritrovato 2019

Come entra in questa storia la versione del 2019 denominata Final Cut, presentata dal regista in anteprima europea al Cinema Ritrovato? “Quella del ’79 continuava a sembrarmi troppo breve e Redux iniziava a sembrarmi troppo lungo. Una via di mezzo poteva essere la soluzione”. In realtà, l’impressione non è tanto quella di una “via di mezzo” quanto di una versione light, appena un po’ più snella, del mastodonte del 2001. Le integrazioni ci sono tutte, dal colloquio iniziale di Willard alla scena in cui Kilgore/Duvall perlustra il fiume Nung chiedendo al megafono che gli sia restituita la sua “bella tavola”, dall’incontro con una tigre al lungo monologo di Kurtz, fino al segmento coi relitti francesi della guerra in Indocina che completa l’Odissea fondendo insieme Lotofagi, Calipso e Circe. Si può concordare con le parole di Coppola e trovare in Final Cut il compromesso perfetto, o al contrario pensare che questo terzo montaggio non dia nè la soddisfazione immersiva dell’originale nè la trance da saturazione totale di Redux.

“Il padrino” di Francis Ford Coppola

Tra la fine degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta comincia a prendere forma quella che diverrà la saga mafiosa italoamericana per eccellenza, che ogni persona al mondo ha almeno sentito nominare: la trilogia de Il Padrino, di Francis Ford Coppola. Precedentemente, nel cinema di genere statunitense, si era parlato perlopiù di personalità di spicco o astri nascenti nell’ambiente malavitoso, mentre Coppola fu uno dei primi a regalare al pubblico un affresco generale e verosimile di quella che è definita l’onorata società italoamericana newyorkese e non, disegnando il personaggio di Vito Corleone con lo stampo di Carlo Gambino, uno dei più scaltri e famosi padrini delle cosiddette cinque famiglie che controllavano la malavita nella grande mela. Era il 1972, e il primo capitolo dell’opera di Coppola inaugurava il gangster movie del cinema moderno, preparandosi a ricoprire un posto d’onore della cultura di massa e nella memoria collettiva delle generazioni future.

“Tucker – Un uomo e il suo sogno” al Cinema Ritrovato 2018

In principio doveva essere un musical. Uomo che non può dirsi privo di ambizioni, Francis Ford Coppola arruolò i migliori: Betty Comden e Adolph Green, gli sceneggiatori di Cantando sotto la pioggia e Spettacolo di varietà, e Leonard Bernstein, tra le altre cose autore di West Side Story. Come spesso accade nel suo cinema, il sogno durò l’arco di un giorno; ma al risveglio Tucker – Un uomo e il suo sogno si scoprì musical senza canzoni. C’è la musica, certo, di Joe Jackson. Ma, come nella scazzottata di Un dollaro d’onore o nel finale di Qualcuno verrà, è una questione più profonda. Sin dai primi minuti ci si accorge che il film sembra aver interiorizzato il genere che non può essere al punto di poter fare a meno proprio delle canzoni. Eppure i movimenti degli attori sembrano seguire una coreografia e le stesse voci si modulano secondo il ritmo di un motivetto introiettato.

Un canto epico per la violenza e la malinconia. “Il padrino” di Francis Ford Coppola

Illuminato dai chiaroscuri crepuscolari di Gordon Willis, Il padrino è il risultato di una perfetta sinergia tra lo studio system americano e quella ricercatezza autoriale tipica degli anni ’70, ma anche di un sentimento tipicamente italoamericano. Spietato Virgilio, Coppola ci accompagna in un vero e proprio inabissamento infernale tra gli anfratti di in una microsocietà, a cavallo tra New York e la Sicilia, in cui ritmi e rituali sono ben definiti. Un affresco che si anima grazie all’epica colonna sonora di Nino Rota, talmente potente da evocare ormai l’oggetto filmico anche in sua assenza: un risultato sorprendente dal momento che la partitura rischiò di non essere mai utilizzata (il produttore Robert Evans la considerava troppo intellettuale) e nonostante l’estromissione dagli Oscar per il presunto plagio al tema musicale di Fortunella (la cui colonna sonora era dello stesso Rota).

Il mondo con lo sguardo altrui: “Blow-up”

Su Blow-up tutto si è detto e tutto si dirà. E sotto le tante parole spese in mezzo secolo germoglia sempre il seme di una consapevolezza: che in fondo di questo film fondato sul mistero sappiamo soltanto ciò che sceglie di rivelare. Il resto è congettura, un’elucubrazione, pura teoria. Una scatola cinese, un gioco di specchi, una simulazione. Blow-up è una menzogna che ci obbliga a ricercare la verità perduta, nascosta, sommersa sotto ed oltre quella rivelata. Chiede di farlo per altri occhi, imponendoci di imparare a guardare il mondo con lo sguardo altrui.