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“Elegia americana” e il patriottismo incongruente

Elegia americana, a dispetto del titolo che richiede un’identificazione collettiva e un allargamento di prospettiva, è più interessato alla sua copertura di superficie, sembra stato pensato per dire la sua più agli Oscar che non sulla crisi sociale e politica dell’America di oggi. Ad un cinema che vuole essere a modo suo patriottico di certo non si chiedono la crudeltà spietata di Un gelido inverno o la dissacrazione implacabile di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, due fra i più feroci resoconti dell’ignoranza e della brutalità made in USA, ma nemmeno che il racconto del contesto diventi un momento sussidiario o che il riscatto del protagonista da insignificante solitudine a prodigio di Yale anestetizzi le sue possibilità di diventare prototipo.

“I predatori” e l’endoscopia del malumore

Ne I predatori tutto è regola e principio dello stesso gioco manipolatorio, qualsiasi dinamica sovvertita, qualsiasi imprevisto narrativo o colpo di scena è sintomo di farsa e misura di tragedia, nel segno di un cinema costruito sulle aderenze e sulle abiure, sulle promesse e sull’inganno. Pietro Castellitto, premiato per la sceneggiatura in Orizzonti all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si accomoda su personaggi carichi di esasperazioni e slargature, come esige la caratterizzazione canonica del “tipo”, e poi li riempie di cortocircuiti e anomalie, così che le nostre aspettative nei loro confronti trovino a volte conferme e a volte smentite.

“La verità su La dolce vita” e il mistero della creazione cinematografica

Grazie ad un lungo e inedito carteggio del 1960 tra Federico Fellini e i suoi produttori Giuseppe Amato e Angelo Rizzoli, il documentario ricostruisce le vicissitudini produttive de La dolce vita e ne sistematizza la cronologia, dando così la misura di quando e quanto i personaggi in campo hanno dato il proprio contributo alla lavorazione di uno fra i più illustri capolavori del cinema italiano. Pedersoli ha avuto accesso ad una corrispondenza così appassionante e dettagliata che ogni lettera potrebbe essere tranquillamente una battuta di sceneggiatura (e nel film, in alcuni momenti, è proprio così), ogni telegramma un colpo di scena, ogni telefonata una nuova prospettiva di senso, come se la storia fosse già pronta per essere filmata e il materiale d’archivio facesse drammaturgia da sé.

“Il meglio deve ancora venire” e la tradizione del buddy movie

Tutto ciò che Il meglio deve ancora venire rappresenta in termini di discorso filmico e pratica testuale viene direttamente dalla negoziazione rigorosa col suo prototipo, o meglio ancora dalla consapevolezza di esserne la formula. Se Quasi amici ha avuto un impatto a prova di immaginario sull’industria culturale francese, avendo rielaborato a sua volta le connotazioni del buddy e del road movie, il modello che ha proposto non ha mai cessato di produrre surrogati. Due persone che si scoprono unite al di là delle incompatibilità caratteriali, che poi si respingono e riconciliano, non è soltanto il punto di partenza per il film della coppia Delaporte/La Patellière ma ne è il significato assoluto.