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“Raya e l’ultimo drago” tra novità e ricostruzione

Ciò che maggiormente salta all’occhio durante la visione di questo ultimo film Disney è la sua abilità nell’accontentare il pubblico di oggi senza dover per forza privarsi della sua componente più genuina e, perché no, politica. Si tratta infatti di un film pienamente ancorato al qui e ora più recente, da un punto di vista narrativo, tematico e anche di mercato. Sono anni di grandi e repentini cambiamenti sociali. Le minoranze stanno finalmente trovando una loro voce in grado di rappresentarle e hanno poco alla volta trovato il supporto delle major. Raya e l’ultimo drago quindi prova a sdoganare l’idea di una principessa acqua e sapone per ergere a protagonista una ragazza guerriera nata e cresciuta in un mondo lontano (a Oriente).

Aprire o non aprire. Questo è il dilemma

Un cinema chiuso resta un problema per tutti: per chi ci lavora, per il pubblico, per la cultura. Sostenere la cultura non dovrebbe mai significare sostenerne la chiusura, quanto fornirle una stampella per rimane aperti, per resistere e premiare lo sforzo e le scelte di alcuni appassionati, folli e innamorati lavoratori che hanno deciso di persistere in un campo alieno a qualsiasi logica di mercato ma guidato da un amore irrazionale che diventa linfa vitale per milioni di persone. Ristorare un cinema chiuso rischia, oggi, di sortire l’effetto di un chiodo piantato in una bara. Per scoperchiarla e sperare in una rinascita, in una risurrezione, bisognerebbe provare a ristorare chi anche in una simile annata trova il coraggio e la passione per aprire.

“Adolescenti” e la maschera del tempo

Adolescenti è talmente fluido e veritiero da sembrare finto. Lifshitz mette infatti la sua firma su un dramma che ha tutte le caratteristiche dei canovacci ormai più classici: amicizia, gelosia, fisicità, sessualità, divertimento, studio, lavoro, preoccupazioni, malattia. Tutto questo e anche di più viene mostrato risultando quasi stereotipato. Dimostrando non solo quanto il cinema debba alla vita e quanto poco accada il contrario, ma anche che le sensazioni e i sentimenti presenti in questo film siano così potenti da essere sprigionati a gran voce.  Siamo lontani dall’occhio voyeristico di Kechiche o dalla messa in scena temporale di Boyhood.

L’animazione di Cartoon Saloon. La forma è il contenuto

Riducendo all’osso la politica degli autori tanto cara alla critica francese degli anni Sessanta, il cinema di Tomm Moore si fa forte di un marchio di fabbrica formale e tematico. La cosa davvero sorprendente e che rende la sua Cartoon Saloon uno degli esempi d’animazione più virtuosi di questa ultima decade, è che secondo Moore forma e contenuto non sono da scindere, anzi, la forma è contenuto. Il tratto del suo cinema è immediatamente riconoscibile. Il regista lavora anacronisticamente, porta indietro le lancette del tempo per guardare a un futuro che si fa sempre più presente. Rinunciando infatti all’utilizzo della CGI o di altre tecniche digitali, il suo stile lavora su linee e forme bidimensionali, fondali evocativi, luci e ombre a cavallo tra graphic novel ed espressionismo tedesco, per dare vita a quello che potremmo chiamare cinema d’illustrazione.

“Soul” e l’anima della Pixar

Per godere appieno di questo lavoro si potrebbe, anzi, si dovrebbe spogliare lo sguardo da qualsivoglia componente critica. Si dovrebbe ridere, piangere, emozionarsi e seguire Joe e 22 in una New York magnifica e decadente, inebriarsi delle note musicali suonate in un locale jazz e di quelle cromatiche orchestrate dai registi. Bisognerebbe lasciarsi pervadere dalle immagini e dare poca retta alle morali filosofiche ed esistenziali. Insomma, liberarsi di tutta la teoria per andare al cuore, pardon, all’anima del film. Solo allora scopriremo che il ponte più lungo, difficile e impervio da valicare non è il tapis roulant che conduce nell’aldilà, non è “l’imbuto” a precipizio sulla Terra ma la soglia della nostra porta di casa.