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“Purple Sea” e la dissoluzione dell’immagine

Sempre più difficili da etichettare e delimitare, i documentari confermano ormai da molti anni il loro ruolo di progressiva centralità nella produzione non solo cinematografica e audiovisiva ma artistica in toto, fondendosi spesso con la videoarte. Sono soprattutto il mezzo tramite la quale l’immagine più facilmente sperimenta, come avviene nel recente corto documentario One Thousand and One Attempts to Be an Ocean di Yuyan Wang o in Under the Skin – In Conversation with Anish Kapoor di Martina Margaux Cozzi. In Purple Sea l’immagine subisce invece una dissoluzione delle proprie coordinate per recidere quella distanza rassicurante con la quale sono spesso affrontati nella narrazione odierna drammi come la migrazione e la guerra.

“DAU. Natasha” e l’erosione del privato

Pur essendo parte di un progetto più esteso, il film ha una propria autonomia narrativa e rilevanza formale. La dilatazione temporale che caratterizza le macro-sequenze lascia campo libero ai (non) attori, esaltando la genuinità di gesti, espressioni e interazioni. È un film prevalentemente sui rapporti, sia spaziali che umani. I luoghi assumono un forte rilievo, in particolare la mensa, nella quale si ritorna a intervalli regolari. Sono spazi caratterizzati al tempo stesso dal senso di intimità e di oppressione, che isolano e racchiudono progressivamente, con effetto matrioska; dal set gigantesco dell’intero progetto si passa ai luoghi ristretti di DAU. Natasha, finendo poi nelle minacciose celle del KGB e nella piccola piramide nella quale si svolgono gli esperimenti scientifici.

“La donna alla finestra” e la realtà dell’immagine

In La donna alla finestra le immagini del passato, di quei film noir di cui è appassionata e che risultano bloccate, disgregate dall’apparecchio televisivo o dal manto onirico, vengono affiancate a quelle della contemporaneità, sugli schermi del cellulare, primo oggetto che Anna ricerca d’impulso ad ogni risveglio, del computer e della macchina fotografica. Ed è proprio quando riesce a cogliere il collegamento alla realtà nell’immagine, ricordandosi di una foto che aveva scattato, che Anna riesce a ritrovarsi e a uscire dall’oscuro abisso in cui era relegata.

Speciale “Rifkin’s Festival” – La fuga tra le forme della passione

Mort Rifkin racchiude la maggior parte delle caratteristiche e dei temi rituali della poetica di Allen, con una declinazione però di maggior senilità. Il suo è un vagare dimesso e disilluso. Il ritorno alla realtà ha un sapore più amaro e malinconico, L’unico sollievo, porto sicuro spirituale, è sempre più lontano dalla realtà, ammantato dalle immagini del cinema che ama e che utilizza per rileggere la propria vita, facendo i conti con sé stesso anche tramite rievocazioni dei film da lui girati. Rifkin’s Festival, cinquantesima regia cinematografica, è sì un film imperfetto, ma rappresenta un’ulteriore e rilevante tappa nel percorso cinematografico di Woody Allen, la cui passione e sagacia risultano invariate.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.