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“Troppa grazia” e il breviario del cinema italiano

Guardare la storia del cinema italiano contemporaneo è osservare gli ultimi atti di un naufragio: gemme come Alaska di Cupellini e Dogman di Garrone affiorano a fatica dal mare magnum di commedie in cui si susseguono, non senza una certa stanchezza, i volti dei vari Cortellesi, Pieraccioni, e Papaleo. I principali problemi del sistema produttivo nostrano sembrano essere l’alto grado di autoreferenzialità e la scarsa cura che contraddistingue molti prodotti: innumerevoli opere distribuite al di fuori dai circuiti d’essai si limitano ad impilare clichè narrativi sostenuti a fatica da una regia stanca, per la dubbia felicità di un pubblico lento a migrare verso lo streaming. Alla luce di un discorso simile, la presenza di Troppa grazia all’interno di una finestra sul cinema mondiale come la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes non può che farci rimanere perplessi.                 

“Zombie contro zombie” e il metacinema ludico

In un momento storico in cui la zombie fever che aveva contagiato i media all’inizio del nuovo millennio sembra essersi finalmente attenuata, l’unico modo di tornare sul genere è una riflessione capace di andare alle radici della finzione, e partire da esse per costruire una pellicola capace di affermare qualcosa di nuovo in un panorama saturo di copie carbone. Il successo di Zombie contro zombie sta proprio nel superare l’etichetta dell’horror stereotipato per sconfessarsi come metafilm godibile ed efficace, forte di una dimensione ludica che chiama in causa lo spettatore strappandolo al torpore della propria poltroncina: la struttura tripartita introduce l’audience ad un guessing game, spingendola a rileggere il primo segmento di girato con le informazioni ottenute nel secondo, per poi cercare conferme nella parte finale.

Speciale “Grease” II. L’universo finzionale e lo stupore

Ciò che è riuscito a rendere la pellicola così trasversale, in grado di parlare ai pubblici di tutto il globo, è però il vitalismo degli attori, che donano alle coreografie di Patricia Birch una forza rara: tra un ammiccamento e un colpo d’anca è difficile non restare sedotti dai balli su Grease lightnig o We go together. Il cast è inoltre costruito con un gusto sopraffino, a partire dalla folla varia e colorata dei supporting characters. Ognuno dei T-Birds e delle Pink Ladies spicca per scelte di abbigliamento, tono di voce e fissazioni, e la loro forza è tale da mantenere la narrazione coinvolgente anche quando ci si allontana dalla coppia John Travolta/Olivia Newton-John, uno dei binomi più azzeccati della storia del musical. Grease, a decenni di distanza dalla sua release, continua ad emozionare e stupire. 

“Un tranquillo weekend di paura” di John Boorman al Cinema Ritrovato 2018

Anni prima che l’ecologia fosse riconosciuta come tema di rilievo per la comunità mondiale, il Lewis Medlock di John Boorman si lancia in una triste considerazione sul destino del fiume Chatooga, in procinto di essere cancellato con la costruzione di una diga. Il rapporto con la natura che costituisce il cardine di Un tranquillo weekend di paura è però molto più complesso della semplice propaganda ecologista: la comunione con il mondo naturale, cercata più o meno consciamente dai quattro amici nella gita in canoa, non rivela una vita più semplice e pura, come vorrebbe un certo pensiero rousseauiano, ma gli orrori della lotta per la sopravvivenza, destinati a lasciare cicatrici profonde in ognuno dei quattro avventurieri.

10 motivi per apprezzare “Che fine ha fatto Baby Jane?”

Nel 1959 approda nelle librerie francesi Hollywood Babylon, saggio del regista e sceneggiatore Kenneth Anger. Attraverso le sue pagine, il pubblico può gettare un occhio sulla depravazione che si respirava nella Hollywood classica, affacciandosi su una quotidianità di adulteri, lusso sfrenato e fiumi di alcol. Pochi anni dopo, nel 1962, Aldrich gira Che fine ha fatto Baby Jane?, e dona all’opera di Anger un gemello cinematografico.

La mirror gallery di “Marnie” al Cinema Ritrovato 2018

Marnie, tratto da un romanzo omonimo di Winston Graham, è una vera e propria mirror gallery: dalla prima scena all’ultima inquadratura sul porto di Baltimora, lo schermo è occupato dalla ladra nevrotica impersonata da Tippi Hedren e tutte le donne che ne costituiscono un riflesso. La strategia iconografica mediante cui Hitchcock esplicita il legame tra la protagonista e le altre attrici è semplice ed immediata: quasi tutte le interlocutrici di Marnie hanno i capelli biondi, mentre l’unica antagonista, Lil, sfoggia un caschetto bruno. Marnie parla costantemente con sé stessa, e non sopporta se qualcuno, specie se un uomo insistente come Mark Rutland, si intromette nel suo solipsismo, magari tentando di curare la nevrosi che la tiene prigioniera.

“Gli uccelli” di Hitchcock al Cinema Ritrovato 2018

Gabbiani, passeri e corvi, rappresentati mediante effetti speciali non sempre invecchiati alla perfezione, costituiscono una minaccia capillare e organizzata, capaci di disporsi in schiere e raccogliersi pazientemente prima di investire, in una frenesia di piume, gli ignari esseri umani. Sotto la patina di assurdo adagiata sulla narrazione si nascondono però, intatti, i più classici meccanismi hitchcockiani: al centro dell’intreccio troviamo una storia d’amore borghese dagli echi freudiani, con la donna sdoppiata tra il ruolo di amante imprevedibile e madre possessiva. Forse è proprio qui lo scollamento che rende la pellicola capace di ritagliarsi un posto nei ricordi dello spettatore: la storia d’amore di una coppia americana stereotipica, costretta a fronteggiare una piaga d’Egitto postmoderna.

“Il bell’Antonio” al Cinema Ritrovato 2018

Il bell’Antonio, nato dal connubio tra lo sguardo di Bolognini e le penne di Pasolini e Vicentini, dimostra come si possa efficacemente ricontestualizzare un testo letterario senza smarrirne l’identità. Dove il romanzo omonimo di Brancati sfruttava l’impotenza del protagonista per scandagliare il vuoto culturale celato da un intreccio di gallismo e fascismo nella Sicilia del Ventennio, la pellicola di Bolognini, ambientata negli anni Sessanta, solleva obliquamente il problema del rapporto del soggetto con le istituzioni. Il male di Mastroianni, che fa capolino esplicitamente a metà pellicola come il villain di un horror, sarebbe stato forse curato da un matrimonio felice, se solo la famiglia della sposa non avesse fatto uso dell’autorità ecclesiastica per troncare il legame tra i due giovani. Barbara, impersonata da Claudia Cardinale, decide di abbandonare il marito in seguito alle parole degli uomini di chiesa, ed è quindi la pressione della burocrazia pontificia a rovinare quello che per Antonio era un porto sicuro, al riparo dalle continue pressioni delle donne che lo corteggiavano. 

“La vendetta del mostro 3D” di Jack Arnold al Cinema Ritrovato 2018

Stando alla teoria secondo cui gli horror devono il loro successo alla capacità di incarnare angosce serpeggianti per il tessuto sociale, il Gill Man di Arnold si candida come vero e proprio embodiment della sessualità istintuale: creatura selvaggia e aggressiva, capace di comunicare solo mediante versi e grugniti, si invaghisce puntualmente di giovani donne che finisce per rapire. Se nel primo capitolo gli occhi del mostro erano tutti per la bruna Julie Adams, La vendetta del mostro sembra invece innvervato di una vera e propria ossessione per le bionde, che ricorrono dalle prime battute sino dell’entrata in scena di Lori Nelson, ittologa platinata con una somiglianza incredibile a Sandra Dee. Questa volta toccherà ad un uomo di scienza, il Clete Ferguson interpretato da John Agar, difendere la donna dalle avance della creatura e, indirettamente, da quelle dei suoi simili: doppio complementare del mostro è infatti Joe Hayes, l’uomo ha catturato il Gill Man e lo tiene in custodia.

Bergman 100, le gioie e i dolori di Ingmar

Bergman 100- La vita, i segreti, il genio individua il 1957 come annus horribils/mirabilis in cui possiamo ritrovare, portate all’eccesso, tutte gioie e i dolori che hanno caratterizzato e caratterizzeranno la vita di Ingmar. C’è il Bergman regista, che firma due dei suoi più grandi capolavori, Il Posto delle fragole e Il settimo sigillo, il Bergman uomo di teatro, capace di portare sul palcoscenico il Peer Gynth di Ibsen, dramma colossale il cui allestimento dura ben cinque ore, e il Bergman uomo, diviso tra la moglie, le amanti e gli innumerevoli figli, dei quali stenta a ricordare il numero preciso. Ad affiancare l’attività frenetica ed incessante, emerge un colossale groviglio di nevrosi, divenute poi il carburante delle sue pellicole migliori.

“Unsane” al Future Film Festival 2018

Unsane stupisce per la sua capacità di rientrare in un genere senza aderire a stereotipi, consegnando allo spettatore un prodotto estremamente godibile che gioca con i fondamenti di un linguaggio senza stravolgerli. Gli sceneggiatori e Soderbergh costruiscono una trappola ipnotica, un gioco di specchi che rimbalza continuamente il pubblico tra il sano timore del persecutore e il mondo delle nevrosi private del protagonista, facendo intravedere la verità tra un’oscillazione e l’altra. Unsane costituisce un raro esempio di thriller psicologico scritto e diretto evitando i luoghi comuni del genere, un’esperienza interessante e coinvolgente che dimostra come, con un po’ di creatività, si possa instillare nuova vita in un canone oberato da produzioni mediocri.

“Omicidio in diretta” al Torino Film Festival 2017

Nonostante non costituisca uno dei picchi dell’opera di De Palma, Omicidio in diretta risulta comunque interessante nella sua esplorazione dei rapporti umani, finendo per delineare un quadrato semiotico tracciato tra egoismo e amicizia, pubblico e privato. Dove la storia di Carlito gettava una luce romantica sul mondo della piccola criminalità, mostrandoci come al centro di un vortice di violenza possano sopravvivere uomini con dei principi, Omicidio in diretta illumina l’altra parte della barricata, rivelando un’immoralità equivalente se non superiore. 

“Carrie” al Torino Film Festival 2017

Punta di diamante dell’horror settantiano, Carrie costituisce una delle rare pellicole in cui tutti gli elementi della messa in scena agiscono in un accordo quasi perfetto, producendo una vera gemma all’interno di un genere oberato da B-Movie a tratti amatoriali. Il cardine della pellicola è il viso della Spacek, capace di passare dalle espressioni scioccate della weirdo ad un’amabile sorriso da prom queen, per poi trasformarsi in maschera demoniaca.

Ferreri nostro contemporaneo: su “La donna scimmia”

Non si può rimanere indifferenti davanti alla visione de La donna scimmia di Marco Ferreri, riproposto dalla Cineteca di Bologna tra i restaurati della 74esima edizione del Festival di Venezia. Ma perché un film simile, realizzato ormai più di cinquant’anni fa, mantiene una così grande forza abrasiva? La risposta sta nel truffatore incarnato dalla maschera sorniona di Ugo Tognazzi: riusciamo ancora a meravigliarci e rabbrividire davanti alle gesta di Antonio Focaccia perché riconosciamo in lui un nostro contemporaneo.

Insolenza e fragilità: “Cerny Petr” di Milos Forman

Nella selezione della ventiduesima edizione del Festival di Locarno, spiccavano Jean-Luc Godard, con l’adattamento de Il Disprezzo di Moravia, e Michelangelo Antonioni, reduce dall’ultimo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità.  A scapito dei due contendenti, ad assicurarsi il Pardo d’Oro fu invece Cerny Petr dell’esordiente Milos Forman, una commedia capace di spostare l’attenzione dei cinefili sul nuovo cinema cecoslovacco.

Venezia Classici 2017: “Novecento”

Enorme riflessione sulla Storia, Novecento è un film torrenziale sotto ogni aspetto, a partire dalla mole del girato. Inizialmente concepito da Bertolucci come un colosso da 310 minuti, la pellicola venne inizialmente ridotta a sole quattro ore per volontà del produttore Alberto Grimaldi, e proiettata con scarso successo negli Stati Uniti. In Italia, il film fu distribuito in due capitoli sinchè, nel 1991, l’autore riuscì a portare nelle sale il montaggio originale.

Venezia Classici 2017: “Tutto in una notte”

Quando Tutto in una notte arriva nelle sale, il nome di Landis brilla alto nello show system hollywoodiano: nonostante l’incidente avvenuto sul set di Ai confini della realtà, gli ultimi film del regista erano stati accolti caldamente dalle platee, come testimoniato dai generossissimi incassi di Una poltrona per due. Eppure, l’action comedy del 1985 godette di scarso successo presso pubblico e critica, segnando il primo flop di una lunga carriera. 

Venezia Classici 2017: “The Old Dark House”

In una notte buia e tempestosa, tre viaggiatori si smarriscono nelle campagne del Galles. Impossibilitati a proseguire il percorso a causa di una frana, cercano rifugio in una casa sperduta, che pare nascondere più di un inquietante segreto. The Old Dark House, pellicola di James Whale tratta da Benighted, racconto di John Boynton Priestley, sa sorprendere con un cambio di registro inaspettato: da un incipit pieno di suggestioni cupe ed inquietanti, Whale ricava una commedia in cui la componente orrorifica viene continuamente adombrata dalle risate.

Cinema Ritrovato 2017: “Donne in amore”

Considerato la prima grande opera di Russell, precedentemente conosciuto soprattutto grazie a documentari realizzati per la BBC, Donne in amore costituisce una gradevole riflessione sul sentimento più venerato e vituperato della società occidentale. Ai continui tentativi di definire e vivere l’amore fa eco una progressiva rarefazione del concetto, che risulta sempre più fantasmatico man mano che Rupert tenta, nei suoi monologhi estrosi, di tratteggiarne la silhouette.

Cinema Ritrovato 2017: “Little Man, What Now”

Borzage sposta la sua tipica coppia di innamorati nella Repubblica di Weimar per Little Man What Now, prima pellicola del regista al soldo della Universal. Hans e la moglie Emma, amorevolmente soprannominata Lammchen, vivono la loro storia d’amore sull’orlo della povertà. Quando Hans sceglie di licenziarsi, la coppia si sposta a Berlino, dove deve lottare per costruirsi un futuro in vista della nascita del primo figlio.