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“Disobedience” e il cantico della sensualità

“Niente è più tenero e autentico della reale sensazione di essere liberi. Liberi di scegliere”. Queste poche parole che Sebastian Lelio fa pronunciare a Dovid, nel momento di apice drammatico di Disobedience, racchiudono sì il cuore pulsante del film ma riassumono anche buona parte della poetica del regista cileno. I personaggi principali dei suoi due film precedenti si muovevano in una zona sospesa fra la ricerca della propria identità e il coraggio di rivendicarla. In quest’ultima pellicola questi temi si intrecciano a quelli della libertà di scelta e dai condizionamenti esterni, religiosi o sociali che siano. Ma il peso specifico e la classicità degli argomenti trattati sono perfettamente bilanciati da un racconto che alla fine risulta fresco, avvincente e toccante, grazie anche ad una regia attenta e rigorosa e alle ottime prove di interpretazione dei tre protagonisti.

“Sembra mio figlio” e l’incontro di tre vite

Questo è il primo film al mondo a narrare la vicenda di due profughi hazara ma la regista col suo racconto va oltre la tematica etnica, civile, di denuncia. “Sembra mio figlio – ha infatti dichiarato Costanza Quatriglio – vuole raccontare una storia europea, riguarda tutti noi che abbiamo saputo fare i conti con il nostro passato”. Ed è questo in effetti il cuore pulsante del film, il fulcro narrativo dai cui si dipanano le vicende di Ismail, di Hassan e di Nina. Ai dialoghi rarefatti – e spesso affidati alla freddezza metallica di conversazioni telefoniche – agli sguardi dolenti e sperduti, ai rari e improvvisi sorrisi che timidi squarciano lo schermo, la regista affida la complessità, la profondità e la pesantezza di un passato spaventoso. Di un passato con cui i protagonisti sono chiamati a fare i conti per poter sopravvivere.

“La fiamma del peccato” e il profumo dell’omicidio

Il film, ancor prima di essere film, è un incontro tra sguardi narrativi diversi: qui si ritrovano la curiosità di Wilder per l’ambiguità della natura umana, l’amore malinconico di Chandler per il rigore morale e il disincantato cinismo di Cain nel raccontare gli arrivisti. Il risultato di questo strano mix di ingredienti è uno dei noir più riusciti del cinema americano, dove una goccia di paura basta “per cagliare l’amore in odio”. Non è ancora un morto quello che racconta la sua storia in flashback – come sarà ne Il viale del tramonto – ma è l’ombra di un uomo che sta per morire. Già dai titoli di testa Wilder apre il film con l’ombra di un uomo con le stampelle che si avvina alla macchina da presa diventando via via sempre più grande, fino a fagocitare l’intero schermo e a sfumare in una Los Angeles notturna e febbricitante, fotografata da John F. Seitz in un bianco e nero che in alcuni momenti risente ancora degli echi impressionisti.

“Ma vie en Allemagne au temps de Hitler” al Cinema Ritrovato 2018

“Voglio scrivere per non urlare nel silenzio della notte”: Ute Lemper – attrice e cantante tedesca da sempre impegnata nel ricordo dell’Olocausto – presta la voce alle tante testimonianze scritte che fanno da contrappunto alo scorrere delle immagini di Ma vie en Allemagne au temps de Hitler, documentario di Jérôme Prieur sui tedeschi fuggiti dal loro paese in seguito all’ascesa al potere di Adolf Hitler. Come spiegato durante la presentazione, dopo alcune letture di testimonianze sulla “notte dei cristalli”, Prieur ha voluto approfondire l’argomento studiando l’inchiesta di tre professori dell’Università americana di Harvard che nel 1939 avviarono un’indagine su cittadini tedeschi, per lo più di origini ebree, che erano fuggiti dal loro paese negli anni ’30

“Come vincere la guerra” di Roland Sejko al Cinema Ritrovato 2018

Nell’ambito delle celebrazioni della Grande Guerra l’Istituto Luce –Cinecittà ha prodotto Come vincere la guerra di Roland Sejko, un documentario dedicato alla rappresentazione del primo conflitto mondiale dal punto di vista americano. Partendo da filmati d’archivio del Nara (National Archives and Records Administration) e della Library of Congress, Sejko ci riconsegna una particolare visione degli ultimi anni del conflitto, a partire dalla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla Germania nell’aprile 1917. Roland Sejko, regista di origine albanese e autore di Anija – La Nave (miglior documentario ai David di Donatello 2013), sceglie di raccontare questa narrazione di guerra attraverso una selezione di immagini più simboliche che didascaliche. 

Una storia di donne: “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

La maestria di Anderson prende forma, oltre che attraverso la sapiente regia, l’accurata sceneggiatura, la studiatissima colonna sonora, anche grazie alla fotografia e ad un uso della luce che sembra direttamente mutuato da Edward Hopper: la luce che entra dalle grandi finestre della casa è la luce radente del grande pittore americano, citato esplicitamente e improvvisamente nei rossi distributori nella stazione di benzina (Gas)  che spuntano mentre Reynolds mentre va in campagna, e richiamato indirettamente in tutti gli interni con persone chine, mute, sospese nel tempo così come nelle donne colte nell’intimità della loro sottoveste o nel Victoria Hotel che richiama le case hopperiane del New England.

Epico, lirico, ironico, cinico: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Il regista ci fa notare come i tre grandi manifesti del titolo vengano affissi su una strada secondaria del paese percorsa – dice il pubblicitario che vende gli spazi – solo da chi si è perso o si è ubriacato e i cui supporti non vengono usati da anni. “Se non ci si può fidare di avvocati e pubblicitari – risponde Mildred – cosa rimane dell’America?”. Infatti la giusta causa e la narrazione funzionano, quei tre manifesti alla fine vengono visti da tutti. Parlano a tutto il paesino e anche a noi spettatori.

Mary Astor e “Il Mistero del Falco”

Dal 1936 in poi chi guardava Mary Astor vedeva una bellezza altera e aristocratica che nascondeva in realtà una donna intelligente e spregiudicata. Un cortocircuito sinestetico che sicuramente John Huston aveva ben chiaro quando nel 1941, alle prese con la sua prima regia, le affidò – dopo il rifiuto di Geraldine Fitzgerald, impegnata in altra produzione – la parte di Brigid O’Shaughnessy ne Il mistero del Falco

“The Big Sick” e la trasformazione della commedia americana

Prodotto da Judd Apatow e ben accolto ai festival di Sundance e Locarno, il film è stato acclamato dalla critica statunitense e arriva ora in Italia con un carico di aspettative che probabilmente non rimarranno deluse. Il tema dell’integrazione degli immigrati, quello dei pregiudizi razziali da parte di una cultura verso un’altra, e quello ancor più universale del compromesso, della difficoltà di stare insieme (fra giovani innamorati, fra sposati di mezza età, fra amici e fra sconosciuti) sono tutti trattati con una  garbata delicatezza e al contempo con un’ironia che non risparmia nessuno.

Cinema Ritrovato 2017: Mitchum, lo sguardo sornione

Nice Girls Don’t Stay for Breakfast è il documentario su Robert Mitchum realizzato dal fotografo e regista Bruce Weber, che ha presentato l’ultima versione del suo work in progress al Cinema Ritrovato, dialogando con la giornalista e critica cinematografica Irene Bignardi. “Con Bob – ha dichiarato Weber – è come una storia d’amore che continua”. il ritratto che ne esce ha infatti i toni intimi e colloquiali di chi si racconta ad un amico, in modo sincero e ironico, con un Mitchum che non si prende troppo sul serio pur sapendo di essere un mito cinematografico vivente.

Cinema Ritrovato 2017: ancora su “Becoming Cary Grant”

“Everyone wants to be Cary Grant. Even I want to be Cary Grant” (“Tutti vorrebbero essere Cary Grant. Anche io vorrei essere Cary Grant”). Sotto la leggerezza e l’ironia di questa battuta, che Cary Grant pronunciava spesso – probabilmente suscitando risa e ammirazione negli astanti – si nasconde in realtà tutta la pesantezza del male di vivere di quello che il critico David Thompson definisce il “migliore e più importante attore della storia del cinema”.

Cinema Ritrovato 2017: “Frankenstein Junior”

 “Alive! It’s alive! It’s alive” (Vivo! È vivo! È vivo!). Rivedere la versione restaurata di Frankenstein Junior di Mel Brooks del 1974 sul grande schermo convince sempre più – caso mai lo si fosse dimenticato – che questo film è sempre vivo, un po’ come il suo immortale protagonista.  Dopo oltre 40 anni dalla sua prima uscita – e dopo le tante visioni che tramite tv, vhs e dvd hanno attraversato ormai generazioni – stupisce non poco vedere come i meccanismi narrativi, le battute, i tempi, le musiche, la fotografia, gli attori, funzionino ancora alla perfezione.

Aspettando Il Cinema Ritrovato: “Mildred Pierce”

In programma martedì 27 giugno nell’ambito del Festival del Cinema Ritrovato, il film Mildred Pierce di Michael Curtiz con Joan Crawford, è tratto dall’omonimo romanzo di James Mallahan Cain, noto più comunemente come James M. Cain. Autore di diversi racconti e romanzi scritti tra il 1934 e il 1975 – che per lo più affondano la narrazione in storie di avidità, ambizione, sesso e violenza – Cain è stato spesso fonte di ispirazione per il grande schermo.

Panopticon tecnologico: “The Circle”

Tratto dall’omonimo romanzo di Dave Eggers, il film The Circle del regista James Pondsoldt è in programmazione in questi giorni: Mae Holland è una ragazza americana fresca di laurea. Ha un lavoro e un ex ragazzo che non le piacciono. Un padre malato che ama e che vorrebbe poter accudire meglio. Un’anonima vita di provincia insomma, che le sta decisamente stretta. La telefonata dell’amica Annie, che le procura un colloquio di lavoro alla prestigiosissima “The Circle” – immaginario tempio informatico in cui si fondono realtà somiglianti a Facebook, Google e Paypal – la proietterà in un mondo nuovo, apparentemente dorato ma di fatto molto pericoloso.

“The Martian”: il ragazzo del pianeta accanto

“There’s a starman waiting in the sky” canta David Bowie nel recente The Martian di Ridley Scott in programmazione in questi giorni al cinema Lumière. L’uomo delle stelle in questo caso si chiama Mark Watney (Matt Damon), è un astronauta americano e sta aspettando che qualcuno lo venga a salvare dopo che i suoi compagni di missione, credendolo morto, lo hanno lasciato solo su Marte con pochissimi viveri. Purtroppo ogni contatto con la Terra è un miraggio e la prossima missione su Marte non arriverà prima di 4 anni. Mark si trova quindi a dover scegliere: arrendersi a una morte certa o combattere con i pochi mezzi a disposizione. Nella migliore tradizione americana – never give up – Mark sceglie di non arrendersi.