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“Mad Max: Fury Road” – Lettera d’amore al film del decennio

Tornare a parlare di Mad Max: Fury Road di George Miller non è solo un piacere ma è doveroso dopo che il sondaggio condotto all’interno della nostra redazione lo ha incoronato film migliore del decennio 2010-2019, facendo alzare qualche sopracciglio. Correva l’anno 2015, un’annata clamorosa per il cinema mainstream: Inside Out, Star Wars: Il risveglio della Forza, Jurassic World, Avengers: Age of Ultron e Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 sono tutti usciti quell’anno. In mezzo a tutto ciò Mad Max: Fury Road arrivò da noi il 14 maggio e non somigliava a niente.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” tra Cervantes e Twain

Dopo tanto patire, L’uomo che uccise Don Chisciotte giunge finalmente in sala. E, sorpresa, non è materiale di cui bisogna parlar bene a prescindere per lodarne lo sforzo. Fondendo Don Chisciotte di Miguel de Cervantes con Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, Gilliam sostituisce il paradosso temporale dell’uomo contemporaneo scaraventato nel passato tratto dal romanzo di Twain (strada che inizialmente favoriva), con l’incontro/scontro tra un regista presuntuoso e un vecchio che crede di essere Don Chisciotte.

“Mi ricordo, sì, io mi ricordo” di Anna Maria Tatò al Cinema Ritrovato 2018

Questo documentario sulla figura di Marcello Mastroianni fu girato nel luglio del 1996 durante le riprese di Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, ultimo film interpretato dal grande attore italiano. È diretto dalla compagna Anna Maria Tatò ed è una lunga e intensa intervista durante la quale Mastroianni ripercorre gran parte della sua carriera e della sua vita. Tra divertenti aneddoti e dolci rivelazioni, Mi ricordo, sì, io mi ricordo è un ritratto esaustivo di Mastroianni, che vorremmo non smettesse mai di raccontarci di un cinema, di un mondo, per noi oggi così lontani.

“Divorzio all’italiana” di Pietro Germi al Cinema Ritrovato 2018

Laddove non c’è la possibilità di una separazione civile, l’unico divorzio possibile è una mascalzonata, un fare le cose alla maniera italiana, all’italiana. Eccola, la parola giusta. Non commedia italiana ma all’italiana. Il titolo del film di Germi era perfetto per identificare un filone umoristico tutto giocato sull’inadempienza, il fallimento e l’arte di arrangiarsi. Per dirlo con le parole di Maurizio Grande: “L’origine e l’impiego del termine sono spregiativi e proprio sulla falsariga tematica di Divorzio all’italiana stanno ad indicare un’attitudine di vita sociale negativa e una modalità ambigua del rappresentare sullo schermo quel vivere”.

“Il settimo sigillo” al Cinema Ritrovato 2018

Sono passati più di 60 anni (61 per l’esattezza, proprio quest’anno) da quella mitica decima edizione del Festival di Cannes che vide William Wyler vincere la Palma d’oro con La legge del Signore, ma che probabilmente oggi è maggiormente ricordata come la volta in cui Ingmar Bergman presentò il suo Medioevo surreale, grottesco ed epico insieme, in quello che sarebbe diventato il suo primo enorme successo: Il settimo sigillo. Tratto dal testo teatrale Pittura sul legno, scritto dallo stesso Bergman nel 1955 e del quale il film è un’emanazione, questo dramma dalla definizione esaustiva impossibile, in quanto trascende i generi e le interpretazioni e diventa oggetto a sé stante, irripetibile ed unico, detiene probabilmente il primo posto tra i film che fanno dell’atmosfera la vera protagonista.

“I compagni” compie 55 anni

Nel 1963 Monicelli incappò in un fiasco al botteghino quando raccontò di uno sciopero a oltranza da parte di operai di una fabbrica tessile guidati da un professore socialista in una Torino di fine Ottocento. Questo film compie quest’anno 55 anni e – a dispetto dell’insuccesso al suo debutto – si ritaglia un posto d’onore tra le commedie amare più riuscite di Monicelli. Sicuramente la più partigiana, a partire dal titolo: I compagni. Proprio da qui, dal titolo, viene suggerita una coralità narrativa che Monicelli aveva già inseguito, senza riuscirci, ne La grande guerra, dove l’intenzione era inizialmente di raccontare le disavventure di un intero plotone che va a combattere, ma alla fine ad emergere sono i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi. 

“Pioggia di ricordi” al Future Film Festival 2018

Tre anni dopo Una tomba per le lucciole, Takahata alza nuovamente l’asticella di un modo di fare animazione al tempo semplicemente impensabile. Chi mai avrebbe sprecato matite e fogli da disegno per delle vicende così tremendamente realistiche, mature, adulte? Chi mai poteva pensare, negli anni dell’esplosione di Akira, di mettere gli strumenti più adatti all’affermazione della fantasia al servizio di una storia fatta di persone come noi che vivono in un mondo come il nostro? Pioggia di ricordi è un racconto dolceamaro che ha il sapore del cinema intimista di Yasujiro Ozu, a cui Takahata è sicuramente debitore, ma forse è con Il posto delle fragole di Ingmar Bergman che possiamo riconoscere ancor più punti di contatto.

“Blade Runner 2049” e il mood della fantascienza contemporanea

Villeneuve, invece di proporre qualcosa di nuovo ma uguale, utilizza il capolavoro di Scott del 1982 come fosse una mappa su cui tracciare un sentiero sinceramente diverso. Un sentiero che intercetta il mood della fantascienza contemporanea, se ne impossessa caldamente pur mantenendo atmosfere che guardano ad Andrej Tarkovskij e che ha davvero la coerenza narrativa e immaginifica per accadere 30 anni dopo gli eventi del primo film. Ecco perché Blade Runner 2049 è un sequel decisamente riuscito.

“Dunkirk”, il tempo e il silenzio

È legittimo pensare che Christopher Nolan ci abbia visto lungo. Partendo dai primi lavori, interessanti e lodevoli thriller cervellotici, è poi giunto a quello che oggi è considerato il passaggio a livello fondamentale per diventare qualcuno nel panorama mainstream: il cinefumetto. Con la trilogia de Il cavaliere oscuro Nolan ottiene il trionfo che stava cercando. Il suo Batman ridisegna i confini del genere, la sua volontà di realismo nel raccontare di uomini in calzamaglia diventa immaginario da imitare e gli ammiratori diventano vera e propria fanbase, spesso feroce e assolutista, come quella di Quentin Tarantino ai tempi di Kill Bill.

Future Film Festival 2017: “Lupin III: Goemon – The Splash of Blood”

Già due anni fa il pubblico del Future Film Festival aveva avuto occasione di riscoprire il mondo di Lupin III sotto la mano ruvida e spietata di Takeshi Koike con Lupin III: Jigen’s Grave Marker, doppio episodio pilota per una nuova serie spin-off sul ladro gentiluomo e i suoi amici. Lo avevamo recensito con entusiasmo e quest’anno il regista pulp giapponese padre dell’adrenalinico Redline è tornato a sporcare la Sala Scorsese del Cinema Lumière con la pioggia di sangue di Lupin III: Goemon – The Splash of Blood.

Future Film Festival 2017: “I Rec U”

Ve lo ricordate Alienween di Federico Sfascia? Un anno fa fu presentato in anteprima nazionale proprio durante il Future Film Festival e noi di Cinefilia Ritrovata eravamo presenti a difendere questo piccolo gioiello di fantascienza low-budget, tirando in ballo il felice momento che il cinema di genere italiano stava attraversando grazie ai colpi ben assestati da Il racconto dei racconti, Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento. Ora, un anno dopo, ci ritroviamo a parlare nuovamente di Sfascia sulle pagine di questa rivista proprio in occasione del Future Film Festival.

Future Film Festival 2016: “Alienween”

Siamo in molti a stentare a credere di poterlo dire ma è un momento felice per il cinema di genere italiano. Dopo il polverone sollevato da Il racconto dei racconti, ma soprattutto dopo il successo di pubblico e critica per Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento, è lecito sperare in una rinascita di quell’intrattenimento che noi italiani per primi abbiamo “insegnato” al resto del mondo, come i vari Burton e Tarantino hanno sempre ammesso. Con il film di cui vi parliamo oggi, la speranza diventa ancora più grande.

Future Film Festival 2016: “The Empire of Corpses”

Primo di una trilogia di film d’animazione ispirata ai romanzi di Project Itoh, The Empire of Corpses di Ryôtarô Makihara è il nuovo lavoro del Wit Studio dopo il successo della serie L’attacco dei Giganti diretta da Tetsurō Araki. Proiettato durante la prima giornata del Future Film Festival 2016 e in competizione per il Platinum Grand Prize, si presenta come un racconto di fantascienza steampunk con incursioni nell’horror puro, quello che pone le sue radici nel Frankenstein di Mary Shelley.

Future Film Festival 2016: “Il gigante di ferro”

Tra le proposte di FFKids, sezione per i più piccoli del programma del Future Film Festival 2016, spicca la proiezione del film d’animazione Il gigante di ferro di Brad Bird. Uscito nel 1999, basato sul racconto di fantascienza per ragazzi L’uomo di ferro di Ted Hughes del 1968 e sviluppato in tecnica tradizionale con l’aggiunta di elementi in CGI, si tratta dell’esordio sul lungometraggio del regista statunitense.

Future Film Festival 2016: “Mars Attacks!”

Future Film Festival 2016, primo appuntamento con il focus Welcome Aliens, una retrospettiva sul cinema di fantascienza con incontri ravvicinati del terzo tipo. Primo di una felice serie di (r)incontri ravvicinati con film del passato, spesso cultissimi. Un’apertura, è il caso di dirlo, col botto, poiché nel pomeriggio del primo giorno di festival la sala Scorsese del Cinema Lumière si è illuminata dei colori ultrapop di Mars Attacks! di Tim Burton.

Future Film Festival 2016: “Ghost Messenger”

Nel pomeriggio della seconda giornata del Future Film Festival 2016 ha trovato spazio nella sezione Premiere dei film fuori concorso una piccola follia d’animazione classica fusa con elementi in CGI che risponde al nome di Ghost Messenger. Dato l’ampio successo riscosso con l’origine seriale per il mercato home video, lo Studio Animal, animazione indipendente coreana, si convince a realizzare il primo di una serie di lungometraggi tratti dalla serie.

Visioni Italiane 2016: Intervista allo Studio Croma per “La leggenda della torre”

Va bene, Visioni Italiane è finito da un po’ ma noi di Cinefilia Ritrovata siamo rimasti colpiti dal nuovo lavoro in animazione stop-motion dello Studio Croma presentato durante il festival: La leggenda della torre. Già alla scorsa edizione avevamo notato il team bolognese composto da Guglielmo Trautvetter, Giacomo Giuriato, Matteo Burani e Pier Paolo Paganelli e li avevamo intervistati alla presentazione de La valigia, racconto struggente di un anziano alle prese con le sue memorie. Quest’anno il loro film ha tinte decisamente più comiche, con colori molto accesi e caricature che puntano al grottesco in senso umoristico piuttosto che malinconico.

Il significato della memoria: “I ponti di Sarajevo”

In un film collettivo i registi sono come calciatori, il loro compito è passarsi la palla a vicenda finché il tema principale del progetto non viene sviscerato e affrontato attraverso i tanti e diversi punti di vista. E se il gioco di squadra è buono allora l’armonia dei segmenti riuscirà a formare un unico grande mosaico, e la partita è vinta. Questo è ciò che accade ne I ponti di Sarajevo (in programma al cinema Lumière), dove tredici registi posizionano la capitale della Bosnia ed Erzegovina al centro delle loro tredici storie. In occasione del centenario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, la pellicola si propone come un rincorrersi di pensieri che vanno dall’attentato del 1914 all’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e consorte (miccia che fece scoppiare il conflitto mondiale), passando per la guerra in Bosnia ed Erzegovina svoltasi dal 1992 al 1995, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Il melodramma più bello: “Cupo tramonto” di Leo McCarey

Vuoi per le atmosfere strazianti, vuoi per la dilaniante malinconia, Cupo tramonto fu un tale fiasco al botteghino da sospendere temporaneamente i rapporti tra Leo McCarey e la Paramount (se lo riprenderanno solo nel 1944 con La mia via). Tuttavia il regista, come si confà ai grandi che a prescindere dal successo difendono i lavori in cui ci mettono l’anima, rivendicò il valore di Cupo tramonto al punto da considerarlo la sua opera migliore, e quando ricevette l’Oscar quello stesso anno ma per L’orribile verità disse l’ormai celebre frase “Grazie, ma me l’avete dato per il film sbagliato”.

Comicità marxiana: “La guerra lampo dei fratelli Marx”

Il quinto film dei fratelli Marx arrivò in Italia con quarant’anni di ritardo per colpa della censura fascista con un titolo diverso, sul secondo canale, grazie al ciclo “Quando Hollywood rideva” ad opera di Ernesto G. Laura. Il doppiaggio della Rai vedeva la direzione di Oreste Lionello, che si riservò l’arduo compito di prestare la propria voce alla sagace parlantina di Groucho. Ma nonostante il risultato lodevole, forse anche più che i Monty Python i fratelli Marx vanno visti rigorosamente in versione originale sottotitolata per poter essere apprezzati pienamente. Ecco perché nella programmazione del Cinema Ritrovato, all’interno del ciclo su Leo McCarey, La guerra lampo dei fratelli Marx torna ad essere Duck Soup e ancora oggi non cessa di sprigionare la sua avanguardistica e dinamica potenza.