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“L’uomo che uccise Don Chisciotte” tra Cervantes e Twain

Dopo tanto patire, L’uomo che uccise Don Chisciotte giunge finalmente in sala. E, sorpresa, non è materiale di cui bisogna parlar bene a prescindere per lodarne lo sforzo. Fondendo elementi del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes con una trama sulla scia di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, Gilliam sostituisce il paradosso temporale del secondo, l’uomo contemporaneo scaraventato nel passato (che inizialmente favoriva), con l’incontro/scontro tra un regista presuntuoso e un vecchio che crede di essere Don Chisciotte. Gilliam dona al suo regista – un Adam Driver nella sua miglior performance – un’epifania felliniana che lo riporta nei luoghi in cui 10 anni prima aveva girato un cortometraggio su Don Chisciotte, il tutto mentre questi cerca di superare un blocco creativo durante la lavorazione di un orrido spot… a tema Don Chisciotte.

“Mi ricordo, sì, io mi ricordo” di Anna Maria Tatò al Cinema Ritrovato 2018

Questo documentario sulla figura di Marcello Mastroianni fu girato nel luglio del 1996 durante le riprese di Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, ultimo film interpretato dal grande attore italiano. È diretto dalla compagna Anna Maria Tatò ed è una lunga e intensa intervista durante la quale Mastroianni ripercorre gran parte della sua carriera e della sua vita. Tra divertenti aneddoti e dolci rivelazioni, Mi ricordo, sì, io mi ricordo è un ritratto esaustivo di Mastroianni, che vorremmo non smettesse mai di raccontarci di un cinema, di un mondo, per noi oggi così lontani.

“Divorzio all’italiana” di Pietro Germi al Cinema Ritrovato 2018

Laddove non c’è la possibilità di una separazione civile, l’unico divorzio possibile è una mascalzonata, un fare le cose alla maniera italiana, all’italiana. Eccola, la parola giusta. Non commedia italiana ma all’italiana. Il titolo del film di Germi era perfetto per identificare un filone umoristico tutto giocato sull’inadempienza, il fallimento e l’arte di arrangiarsi. Per dirlo con le parole di Maurizio Grande: “L’origine e l’impiego del termine sono spregiativi e proprio sulla falsariga tematica di Divorzio all’italiana stanno ad indicare un’attitudine di vita sociale negativa e una modalità ambigua del rappresentare sullo schermo quel vivere”.

“Il settimo sigillo” al Cinema Ritrovato 2018

Sono passati più di 60 anni (61 per l’esattezza, proprio quest’anno) da quella mitica decima edizione del Festival di Cannes che vide William Wyler vincere la Palma d’oro con La legge del Signore, ma che probabilmente oggi è maggiormente ricordata come la volta in cui Ingmar Bergman presentò il suo Medioevo surreale, grottesco ed epico insieme, in quello che sarebbe diventato il suo primo enorme successo: Il settimo sigillo. Tratto dal testo teatrale Pittura sul legno, scritto dallo stesso Bergman nel 1955 e del quale il film è un’emanazione, questo dramma dalla definizione esaustiva impossibile, in quanto trascende i generi e le interpretazioni e diventa oggetto a sé stante, irripetibile ed unico, detiene probabilmente il primo posto tra i film che fanno dell’atmosfera la vera protagonista.

“I compagni” compie 55 anni

Nel 1963 Monicelli incappò in un fiasco al botteghino quando raccontò di uno sciopero a oltranza da parte di operai di una fabbrica tessile guidati da un professore socialista in una Torino di fine Ottocento. Questo film compie quest’anno 55 anni e – a dispetto dell’insuccesso al suo debutto – si ritaglia un posto d’onore tra le commedie amare più riuscite di Monicelli. Sicuramente la più partigiana, a partire dal titolo: I compagni. Proprio da qui, dal titolo, viene suggerita una coralità narrativa che Monicelli aveva già inseguito, senza riuscirci, ne La grande guerra, dove l’intenzione era inizialmente di raccontare le disavventure di un intero plotone che va a combattere, ma alla fine ad emergere sono i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi. 

“Pioggia di ricordi” al Future Film Festival 2018

Tre anni dopo Una tomba per le lucciole, Takahata alza nuovamente l’asticella di un modo di fare animazione al tempo semplicemente impensabile, chi mai avrebbe sprecato matite e fogli da disegno per delle vicende così tremendamente realistiche, mature, adulte? Chi mai poteva pensare, negli anni dell’esplosione di Akira di Katsuhiro Otomo, di mettere gli strumenti più adatti all’affermazione della fantasia, al servizio di una storia fatta di persone come noi che vivono in un mondo come il nostro? È grazie a Takahata se oggi possiamo godere del prologo muto di Up di Pete Docter e Bob Peterson e del finale di Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina. È un racconto dolceamaro che ha il sapore del cinema intimista di Yasujiro Ozu, a cui Takahata è sicuramente debitore, ma forse è con Il posto delle fragole di Ingmar Bergman che possiamo riconoscere ancor più punti di contatto.

“Blade Runner 2049” e il mood della fantascienza contemporanea

Villeneuve, invece di proporre qualcosa di nuovo ma uguale, utilizza il capolavoro di Scott del 1982 come fosse una mappa su cui tracciare un sentiero sinceramente diverso. Un sentiero che intercetta il mood della fantascienza contemporanea, se ne impossessa caldamente pur mantenendo atmosfere che guardano ad Andrej Tarkovskij e che ha davvero la coerenza narrativa e immaginifica per accadere 30 anni dopo gli eventi del primo film. Ecco perché Blade Runner 2049 è un sequel decisamente riuscito.

“Dunkirk”, il tempo e il silenzio

È legittimo pensare che Christopher Nolan ci abbia visto lungo. Partendo dai primi lavori, interessanti e lodevoli thriller cervellotici, è poi giunto a quello che oggi è considerato il passaggio a livello fondamentale per diventare qualcuno nel panorama mainstream: il cinefumetto. Con la trilogia de Il cavaliere oscuro Nolan ottiene il trionfo che stava cercando. Il suo Batman ridisegna i confini del genere, la sua volontà di realismo nel raccontare di uomini in calzamaglia diventa immaginario da imitare e gli ammiratori diventano vera e propria fanbase, spesso feroce e assolutista, come quella di Quentin Tarantino ai tempi di Kill Bill.

Future Film Festival 2017: “Lupin III: Goemon – The Splash of Blood”

Già due anni fa il pubblico del Future Film Festival aveva avuto occasione di riscoprire il mondo di Lupin III sotto la mano ruvida e spietata di Takeshi Koike con Lupin III: Jigen’s Grave Marker, doppio episodio pilota per una nuova serie spin-off sul ladro gentiluomo e i suoi amici. Lo avevamo recensito con entusiasmo e quest’anno il regista pulp giapponese padre dell’adrenalinico Redline è tornato a sporcare la Sala Scorsese del Cinema Lumière con la pioggia di sangue di Lupin III: Goemon – The Splash of Blood.

Future Film Festival 2017: “I Rec U”

Ve lo ricordate Alienween di Federico Sfascia? Un anno fa fu presentato in anteprima nazionale proprio durante il Future Film Festival e noi di Cinefilia Ritrovata eravamo presenti a difendere questo piccolo gioiello di fantascienza low-budget, tirando in ballo il felice momento che il cinema di genere italiano stava attraversando grazie ai colpi ben assestati da Il racconto dei racconti, Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento. Ora, un anno dopo, ci ritroviamo a parlare nuovamente di Sfascia sulle pagine di questa rivista proprio in occasione del Future Film Festival, proprio in un momento in cui si mormora di un sequel per Lo chiamavano Jeeg Robot (se non addirittura di farne un franchise) e in cui Smetto quando voglio è diventato una trilogia il cui secondo capitolo uscito tre mesi fa (Smetto quando voglio – Masterclass) suggerisce una virata verso l’action comedy. Chiamatele, se volete, coincidenze. Io dico che qualcosa “del genere” si sta muovendo in questo Paese.

FFF2016: Alienween

Siamo in molti a stentare a credere di poterlo dire ma è un momento felice per il cinema di genere italiano. Dopo il polverone sollevato da Il racconto dei racconti – Tale of Tales di Matteo Garrone (che ha creato divergenze d’opinione persino nella nostra redazione), ma soprattutto dopo il successo di pubblico e critica per Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e Veloce come il vento di Matteo Rovere, è lecito sperare in una rinascita

“Charlie Hebdo? La satira non deve avere alcun limite”. Intervista a Edoardo Ferrario

 

 

Cinefilia Ritrovata ha avuto il piacere di intervistare Edoardo Ferrario, giovane promessa della comicità italiana, e di scambiare quattro chiacchiere con lui su temi quali limiti della satira, la tragedia di Charlie Hebdo e la commedia italiana contemporanea. Il comico romano ha iniziato a farsi conoscere attraverso comparsate televisive in programmi come Un, due, tre, stella! su La7, La prova dell’otto su Mtv, #Aggratis su Rai2 e Neri Poppins su Rai3. Successivamente è divenuto famoso tra i giovani grazie alla webserie Esami – La serie (vincitrice al Taormina Film Fest 2014), della quale è ideatore, autore ed interprete. Infine partecipa a Staiserena, il nuovo programma radiofonico di Serena Dandini su Radio2. Ma, va detto, Ferrario nasce come monologhista e utilizza il modello del one-man show all’americana: un microfono, una voce, una luce, uno sgabello con una bottiglietta d’acqua. Infatti insieme a Francesco De Carlo e Saverio Raimondo ha fondato a Roma il Cocktail Comedy Club, un locale davanti al Colosseo dove ogni mercoledì e giovedì sera i tre cercano di portare in Italia la stand-up comedy.