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“Una moglie in più” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Il titolo di questa commedia firmata John M. Stahl potrebbe far pensare a un’ennesima, crepuscolare variazione sul tema del matrimonio, materia che il regista aveva dimostrato, nel corso della sua carriera, di padroneggiare tanto in toni mélo quanto in brillanti farse comiche. Una moglie in più, tuttavia, è soprattutto una commedia degli equivoci e delle false identità: quando un celebrato pittore viene scambiato per il suo maggiordomo, l’artista approfitta dello scambio di persona per godersi un po’ di pace lontano dalle costrizioni della vita mondana londinese, ma non ha fatto i conti con la valanga di complicazioni comportate da questo sadico giochetto. Una vicenda estremamente cara allo sceneggiatore Nunnally Johnson, che ne aveva già tratto due film muti nel 1912 e nel 1915 (entrambi intitolati The Great Adventure), e poi un sonoro nel 1933 (His Double Life).

“Sergente immortale” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Se i melodrammi diretti da John M. Stahl si distinguono per i loro toni pacati e limpidamente composti, le sporadiche incursioni del regista in altri generi non fanno che confermare la sua avversione per un’epica chiassosa e roboante, a vantaggio di una vena elegiaca piuttosto feconda: così, quando nel pieno della Seconda Guerra Mondiale la 20th Century Fox gli commissiona un combat movie di propaganda anti-nazista, Stahl schiva saggiamente l’epopea collettiva, e vira il suo canto patriottico nella parabola individuale di un intellettuale chiamato suo malgrado ad assumere il comando di un manipolo di commilitoni. La guerra e le sue atrocità non entrano mai veramente in campo in questo film di sopravvivenza, incentrato su un gruppo di soldati britannici che, partiti in una missione di ricognizione, subiscono un attacco aereo e si ritrovano dispersi nel deserto nordafricano.

“Pixote” di Héctor Babenco

La storia produttiva di Pixote è quella di ogni opera che aspiri all’etichetta – oggi forse un po’ abusata, ma pregna di significato – di cinema del reale: per il suo terzo lungometraggio, l’argentino Héctor Babenco è deciso a scandagliare i bassifondi delle metropoli brasiliane per raccontare dei meninos de rua che popolano i riformatori e mettono a ferro e fuoco le strade di São Paulo. Vuole realizzare un documentario, così trascorre mesi e mesi a intervistare dodicenni già tristemente avvezzi alle violenze più inaudite e trova tra le tante facce segnate il suo piccolo protagonista.

“Il richiamo dei figli” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

È il 1931. Nonostante il generale oblio che circonda oggi la sua figura, John M. Stahl è un professionista affermato: si è faticosamente costruito una reputazione nell’epoca del muto, e con il suo secondo talkie, Il richiamo dei figli, avvia un’ideale trilogia destinata a completarsi entro il 1933 con La donna proibita e Solo una notte. Tre foschi melodrammi sulle contraddizioni della vita matrimoniale, tre storie di relazioni adulterine che di lì a poco, causa introduzione del codice Hays, sarebbero uscite dal rappresentabile del cinema hollywoodiano. Per molti anni a venire l’abbandono del tetto coniugale non sarebbe più stato raccontato con toni tanto scevri di moralismo: in questa vicenda di abnegazione femminile l’occhio compassionevole di Stahl si posa con uguale empatia sulla moglie abbandonata e sulla giovane amante, e si astiene astutamente da qualsiasi condanna perbenista alle sue due splendide protagoniste.

“Lo specchio della vita” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Sembra impossibile, oggi, parlare della versione di Lo specchio della vita di Stahl senza innescare un paragone costante con il ben più noto rifacimento di Douglas Sirk. Lo stile, la poetica lo sguardo di questi due cineasti non potrebbero essere più differenti: il primo discreto entomologo dei sentimenti umani, il secondo maestro del manierismo a tinte forti (letteralmente, poiché Sirk fa proprio dei toni primari e dei cromatismi sgargianti una cifra espressiva inconfondibile). Ma non si scambi la pacatezza di Stahl per algido cinismo: come i precedenti La donna proibita e Solo una notte, Lo specchio della vita è prima di tutto un melodramma straziante, in cui si consuma per l’ennesima volta una storia di sacrificio e di donne – innamorate (e libere dalle costrizioni del codice Hays) nei primi due film, madri prima di ogni altra cosa nell’ultimo.

“Montaggio Bazin” di Dautrey e Joubert-Laurencin al Cinema Ritrovato 2018

Montaggio Bazin è un ossimoro e una provocazione. È anche il titolo – provvisorio, la versione definitiva si chiamerà Bazin Roman – del documentario che Marianne Dautrey e Hervé Joubert-Laurencin dedicano con un amore e un’ammirazione sconfinata al fondatore dei “Cahiers du Cinéma”, padre spirituale dei Jeunes Turcs e, soprattutto, teorico di rara finezza e ineguagliata lucidità. Una figura quasi impensabile da trattare sul grande schermo: parlare di Bazin impone una tale consapevolezza di sé e del mezzo da impedire qualsiasi agiografia standard (la vita, la morte, le opere), e d’altronde la densità concettuale del suo pensiero rende vana qualsiasi forma di tassonomia semplificatoria, così come ogni tentativo di ritradurre i concetti in immagini (sia chiaro: fare teoria del cinema attraverso il cinema non è impossibile: al momento, però, chi scrive riesce a pensare solo a Ejzenštejn, Delluc e pochi altri).

“Tre manifesti a Ebbing”, spiazzante e sibillino

Non possiamo che tornare su Tre manifesti a Ebbing, Missouri: una tragicommedia con finale on the road, un revenge movie al femminile, un western atipico popolato da un bestiario grottesco di nani dal cuore d’oro, pet therapist svampite, sbirri razzisti ancora più svampiti e una madre coraggio ruvida e scorretta, decisa a far luce sulla tragica fine della figlia, raped while dying, a qualsiasi costo. Ma è soprattutto un film indubbiamente riuscito, ben scritto-ben recitato-ben girato, concepito ad hoc per accontentare tutti i pubblici.

Report del convegno Avanguardia e Rivoluzione: Il cinema di Sergej M. Ejzenštejn

L’agenda culturale di questo 2017 è stata ricca di iniziative e riflessioni sulla Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre il centenario. Anche la Cineteca di Bologna festeggia l’anniversario con un mese consacrato a Sergej Ejzenštejn, senz’altro uno cineasti più rappresentativi di questa straordinaria stagione storica e culturale. Oltre ad un’ampia retrospettiva, al maestro del cinema sovietico è dedicato il convegno di studi svoltosi presso gli spazi del cinema Lumière.

“Beach Rats” a Gender Bender 2017

È un’altra parabola di formazione l’opera seconda di Eliza Hittman, premiata al Sundance 2017 per la regia di Beach Rats. Un coming of age lungo il tempo di un’estate, passata a bighellonare tra Brooklyn e il lungomare psichedelico di Coney Island, con i suoi neon intermittenti, i luna park decadenti e le sale giochi affollate di adolescenti in branchi. È questo l’habitat naturale di Frankie, 19 anni, un padre malato di cancro in casa e una gang di perdigiorno come compagni di sballo e bevute. Ma anche un segreto da nascondere: il sospetto di un’omosessualità latente e ancora incerta.

 

“England Is Mine” a Gender Bender 2017

“England is Mine, and it owes me a living”. L’esordio nel lungometraggio di Mark Gill, già candidato all’Oscar per il corto The Voorman Problem, viene direttamente da un verso di Still Ill, uno dei brani con cui gli Smiths debuttarono sulla scena alternative rock di Manchester nel 1984. Ma, in questo film, degli Smiths non si sente nemmeno una canzone. Perché Gill sceglie di raccontare la vita di Steven Morrissey soffermandosi sugli anni della tarda adolescenza, prima della fondazione della band, e soprattutto perché England Is Mine è un biopic non autorizzato.

“A Quiet Passion” a Gender Bender 2017

L’adagio è noto: portare sullo schermo le vite di scrittori e letterati è impresa sdrucciolevole e destinata al fallimento, figuriamoci poi se si parla di poeti. La lirica eccede per definizione la norma linguistica, e le immagini rischiano di ridursi alla tautologia, al doppione inerte della parola. Ci sono riusciti, tanto per dire, due come Pablo Larraín (Neruda) e Jane Campion (Bright Star), e ci prova Terence Davies che, dopo essersi cimentato già nel 2001 con un adattamento radiofonico di Le onde di Virginia Woolf, concepisce un ambizioso biopic sulla poetessa americana Emily Dickinson.

“After Louie” a Gender Bender 2017

Prende avvio la 15a edizione del Gender Bender, e le danze si aprono con After Louie di Vincent Gagliostro, già presentata al London LGBT Film Festival. Quest’opera prima dal piglio sicuro comincia proprio laddove terminava 120 battiti al minuto di Robin Campillo, con la breve parentesi amorosa tra Sam, cinquantenne ex attivista di Act Up, e Braeden, che ha una relazione aperta con il compagno sieropositivo. Ma Sam ha 55 anni e Braeden “quasi 30”, Sam abita in un attico di Manhattan e Braeden in un monolocale di Brooklyn e, soprattutto, Sam ha vissuto sulla propria pelle tutte le battaglie civili dell’associazionismo gay newyorkese, e non può credere che la generazione successiva alla sua sia così ripiegata nel privato, placidamente disinteressata, indifferente ed esclusa rispetto a una comunità LGBT ormai disgregata.

Riti di passaggio: “A Ciambra”

Dopo il successo di critica del suo lungo d’esordio, Mediterranea, Jonas Carpignano rimane fedele ai suoi personaggi, ai suoi ambienti, alla sua precisa e personale idea di cinema. Un cinema della macchina a mano, della fotografia sporca, del pedinamento e dell’aderenza al reale, da raccontare con lo sguardo lucido e disincantato di chi non vuole giudicare, ma portare alla luce una porzione di mondo dimenticata. E si dà il caso che questa porzione di mondo sia la “Ciambra”, il campo rom nei dintorni di Gioia Tauro dove il giovane regista italoamericano si trasferisce e si apposta, in attesa di catturare un microcosmo con i suoi abitanti e le sue leggi.

“Cavalo Dinheiro”: la nostra recensione

Se il cinema di Costa può lasciare perplessi e persino un po’ intimiditi per il rigore quasi ascetico della messa in scena, la rarefazione dei tempi e lo scardinamento della narrazione tradizionale, proprio la visione dei suoi lavori precedenti può aiutare a penetrarne la complessità e la ricchezza: Cavalo Dinheiro, infatti, si pone idealmente a conclusione della “trilogia capoverdiana” di Costa, avviata con Ossos (1997) e poi proseguita con Juventude em marcha (2006). Il film esplora infatti la realtà degli immigrati capoverdiani a Lisbona, e la loro difficile condizione di vita nel quartiere malfamato di Fontainhas.

“Suffragette”

 

Dopo Brick Lane, che racconta dei matrimoni combinati nella comunità bengalese a Londra, la regista britannica Sarah Gavron torna a riflettere sull’identità, i ruoli e le discriminazioni di genere, andando questa volta al cuore e alle origini del femminismo. Nel raccontare la lotta per il diritto di voto nell’Inghilterra degli anni Dieci, Suffragette (in programmazione fino a lunedì 7 marzo al cinema Lumière in lingua originale sottotitolata) si cimenta infatti nell’arduo compito di riscrivere un capitolo fondativo della storia dell’emancipazione femminile, clamorosamente ignorato – almeno finora – sugli schermi cinematografici.