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Lina Wertmüller e lo statuto d’autore

Alla notizia dell’Oscar alla carriera assegnato a Lina Wertmüller, i cinefili veri o presunti si sono scatenati. I lodatori esaltano il pionierismo di una donna che si è affermata in un mestiere prevalentemente maschile. I detrattori sostengono che tre o quattro buoni film non giustificano il premio a una regista mediocre e sopravvalutata. Forse la semplificazione è eccessiva e non bisogna escludere anche una vaga misoginia di fondo (la stessa della quale è stata frequentemente accusata Wertmüller, in primis dalla potente Pauline Kael). La critica italiana è stata spesso severa con lei, ma certo non si può dire altrettanto del sistema mediatico che continua a coccolarla con interviste, ospitate, omaggi, agiografie.

Cento anni di Age (e Scarpelli)

Age & Scarpelli. Una ditta, con quella “e” commerciale che allude alla natura mercantile dell’impresa. Che si confrontavano con colleghi, dal maestro Sergio Amidei a Luciano Vincenzoni passando per Ettore Scola. Ed è proprio quest’ultimo a rivelarci il segreto – se vogliamo chiamarlo così – di un legame durato oltre trent’anni: “la simbiosi di due modi diversi di essere”. All’unione di questi due geni complementari, umoristi satirici nati nel cinema comico e diventati massimi narratori della società, dobbiamo centodiciassette sceneggiature, tra cui I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, I compagni, Sedotta e abbandonata, L’armata Brancaleone, Signore & signori, Il buono, il brutto, il cattivo, C’eravamo tanto amati, Romanzo popolare…Anche a voi tremano i polsi, vero?

“Roma” o la necropoli di Federico Fellini

Roma è la ricerca del tempo perduto? “E basta co’ ‘sto Proust!” esclama una signora in platea all’ennesima tirata intellettuale del suo vicino. Per Federico Fellini il passato non è una terra straniera. L’emigrante riminese ricorda tutto e perciò può reinventare la sua stessa vita. Perché, d’accordo, l’esperienza personale, ma Roma è un’esperienza collettiva. E all’autofiction – che, chiaro, Fellini mica chiamava così – serve il documentario – che, chiaro, Fellini certo intendeva a modo suo – per completare una visione che è al contempo autoritratto e panoramica, fumetto e miniatura, memorialistica e aneddotica, flusso di coscienza e sentire comune. Onore a Ruggero Mastroianni, che al montaggio dà una forma al disordine del genio.

“Marito e moglie” e la nascosta grandezza

È un film nato quasi per caso, Marito e moglie. Movie-movie sul modello di L’amore di Roberto Rossellini, cioè due mediometraggi messi insieme in virtù di un largo tema comune, recupera un episodio, pensato da Eduardo per il collettivo italo-francese I sette peccati capitali e poi sostituito da un altro, e lo accompagna all’adattamento di un atto unico scritto dallo stesso commediografo circa vent’anni prima. Per l’occasione, la proiezione di Marito e moglie è stata anticipata proprio da Avarizia ed ira, lo sketch scritto e diretto da Eduardo per l’antologia sui vizi, quasi a voler costituire un ideale trittico sulla vita coniugale. Ma è Marito e moglie a sconcertare per nascosta grandezza.

“Ragazze da marito” al Cinema Ritrovato 2019

Film divertente quanto scivoloso per una cattiveria ora esplicita ora no, sostanzialmente trascurato per l’assonanza ipotetica con tante commedie del periodo, Ragazze di marito accoglie il sapore agrodolce di Age e Scarpelli che, alle prese con un Eduardo messosi a disposizione del cinema per raccogliere soldi da investire nelle attività teatrali, lavorano intelligentemente tra l’adesione a certi topoi del commediografo (la crisi dei padri, le opposizioni delle mogli, i figli che vorrebbero emanciparsi…) e l’attenzione a quelli che sarebbero poi diventati alcuni dei loro temi forti. L’acido ritratto della famiglia, con la classica situazione dell’imprevisto arricchimento e la certezza del declassamento alla fine della parabola, costituisce l’occasione per metterne alla berlina le ipocrisie e le bassezze morali.

“Napoli milionaria” e la suggestione politica di Eduardo

Mentre il neorealismo è già nella sua fase calante, il maestro rifiuta il “teatro in scatola” (che, a dire il vero, ha sempre evitato) e sceglie di adattare la commedia, con Piero Tellini e Arduino Maiuri, non limitandosi più all’unità d’azione del basso dove abita la famiglia Jovine. Grazie alle scenografie di Piero Gherardi, Piero Filippone e Achille Spezzaferri, che inventano un set pieno di suggestioni realistiche senza dimenticare la peculiarità dell’origine teatrale, fa prendere aria al testo con riprese marittime oppure tese a raccontare la flora degradata dalla guerra. “Diario napoletano di cose accadute ieri, oggi… domani?” si legge sui titoli di testa, suggerendo una chiave di interpretazione proiettata allo scontro dentro l’arco costituzionale del dopoguerra.

“Aida” tra kolossal e fotoromanzo

Aida è piuttosto un incrocio tra l’ambizione di un kolossal internazionale e l’espansione dell’universo dei fotoromanzi. Negli anni in cui la rivoluzione tecnologica del colore stimola la produzione di film che possano far rientrare quanto più possibile l’ingente investimento (d’altronde chi fu il primo a battezzare l’esperimento del colore se non Totò?), il ricorso all’opera lirica, eccellenza del nostro patrimonio culturale, avviene anche per capitalizzare una comfort zone, tale è la presa del genere non solo in Italia. E così, mentre Carmine Gallone si reinventa specialista del settore tra Cavalleria rusticana e Madama Butterfly, uscendo dalla rigidità del film-opera con esperienze più ariose come Casa Ricordi, Fracassi gioca la carta di Aida.

“Napoletani a Milano” e la riscoperta di Eduardo cineasta

Napoletani a Milano è una variazione e al contempo la parafrasi semi-realistica di Miracolo a Milano, dove dei poveri cristi che alloggiano in una squallida borgata sono costretti a sloggiare perché un’azienda milanese vuole costruire una fabbrica al posto delle loro fatiscenti dimore (“non ci erano riusciti nemmeno i tedeschi!”). Siamo al principio del regno del sindaco Achille Lauro, con Napoli prossima al sacco edilizio e ancora immersa nelle macerie. Il cuore del problema è sempre quello della speculazione, ma, a differenza di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, De Filippo ha a disposizione Age e Scarpelli. E grazie allo sguardo di questi due geni dell’umorismo – sull’introduzione del cast, tra battute sul neorealismo e altri principi teorici, c’è la loro firma – dirige quello che è forse il risultato migliore della sua finora un po’ rimossa carriera cinematografica.

“Miracolo a Milano” al Cinema Ritrovato 2019

Forse Miracolo a Milano – tanto apprezzato all’estero (primo premio al Festival di Cannes e altri prestigiosi riconoscimenti negli Stati Uniti) quanto incompreso e osteggiato in patria – faceva paura proprio perché sfuggente e limpido, dominato dalla trasparenza di un messaggio così chiaro e semplice veicolato da un linguaggio surreale del tutto unico per il cinema italiano di quegli anni. Esito tra i più compiuti della poetica di Zavattini, trova nella regia ferma e sublime di De Sica (ribadiamolo: che magnifico direttore di attori!) la possibilità di una visione fantastica e universale: della quale si ricorderà Steven Spielberg: i ragazzini in bici di E.T. in fuga da questo mondo spietato come i poveri a cavallo delle scope in partenza da Piazza del Duomo verso un altrove migliore…

“Churchill and the Movie Mogul” tra cinema e politica

Figura tra le più fondamentali del secolo scorso, Winston Churchill è stato esaustivo narratore di se stesso in fluviali volumi autobiografici che gli hanno garantito addirittura un Nobel per la Letteratura. Infinitamente affrontato dagli storici, rievocato dai media, celebrato dagli ammiratori e per di più ancora capace di offrire nuove chiavi di lettura, angolazioni inedite per esplorare lati meno evidenti. Per esempio: l’amicizia con Alexander Korda, leggendario uomo di cinema a cui si devono, tra gli altri, film come Il terzo uomo, Il ladro di Bagdad, Marius, fondatore della British Film Academy. In Churchill and the Movie Mogul, John Fleet racconta il legame tra i due, nato negli anni Trenta – nel momento di minima popolarità dello statista – sulla base del comune interesse nei confronti del mezzo cinematografico.

“King of the Movies”. Henry King e il cinema americano

Così, riscopriamo la carriera di un signore che passa dalla parabola rurale La pazienza di Davide, film della consacrazione, al fatidico mélo Stella Dallas, per poi esplorare, dopo il passaggio alla Fox, il disaster movie ante litteram ne L’incendio di Chicago, il biopic politico Wilson, le sfumature dell’avventura ne Il cigno nero e Le nevi del Chilimangiaro, il western Romantico avventuriero fino ai grandi adattamenti letterari della maturità, su tutti Il sole sorgerà ancora, trasposizione da Ernst Hemingway ricordata per la struggente performance alcolica di Errol Flynn. Attraverso l’esperienza di King, il film non solo coglie l’occasione per raccontare la politica degli studios e il divismo della golden age, ma anche per studiare lo stile del regista

“Il traditore” tra codice e mitologia

In questo film in superficie impersonale maneggia per la prima volta il mafia movie e sembra quasi non tenere conto di tutta la tradizione del genere: non solo non c’è alcuna possibilità di restare affascinati dal male, perché rappresentato in maniera efferata oppure ridicola da gente ignorante e squallida, ma spicca anche una centralità della morte davvero angosciante, dai tentati suicidi e le manie di persecuzione passando per i caffè sospetti fino alle esecuzioni e agli attentati. Della mafia a Bellocchio interessa il codice, non la mitologia: la festa iniziale, con quel nipote eroinomane in riva al mare, è già una cerimonia funebre. Il traditore dimostra quanto Bellocchio sia il più grande regista italiano vivente.

“John McEnroe – L’impero della perfezione” e l’anatomia del movimento

Un’operazione sì di montaggio ma soprattutto un saggio critico, perché lavora sul prezioso materiale filmato da Gil de Kermadec nella stagione di gloria di McEnroe. Dove sta la differenza tra le riprese di questo ex tennista divenuto cineasta e le registrazioni televisive, “ufficiali” dei match? Nello sguardo. Anche perché nel momento in cui si sceglie l’oggetto di un documentario, la sua realtà viene automaticamente modificata dalla presenza della macchina da presa. Artefice di film didattici incentrati sulle posture dei tennisti, de Kermadec non si limitò a censire l’esistente ma s’impegnò ad osservare McEnroe in azione. Se è vero che il cinema rivela l’impossibilità di replicare, il metodo si articola cercando di rivelare le verità nascoste nell’anatomia del movimento per spiegare l’imprevedibilità del gesto, rallentando le immagini al fine di esaminare il segreto del gioco, sollecitando nello spettatore l’ipotesi che il tennista stia giocando addirittura contro se stesso.

Il centenario di Franco Rossi, l’eccentrico

Versatile e sfuggente, poco riconoscibile per essere incluso nel novero dei campioni della sua generazione, quasi sempre nascosto o sulla scia di qualcuno. E così spesso non si ricorda che c’è Franco Rossi dietro Il seduttore (1954), prima tappa dell’avventura di Alberto Sordi con le trasformazioni dell’italiano medio piccolo borghese, e il pasoliniano Morte di un amico (1959), dentro le miserie umane dei ragazzi di vita, da non confondere con le più studiate collaborazioni tra il poeta e Mauro Bolognini. O non si distingue i rimossi La moglie bambina o Non faccio la guerra, faccio l’amore da altre commedie. E non si evita di sottolineare la sporadica ma sincera attenzione ai ragazzi – dal pudico, crudele, universale Amici per la pelle (1955) al televisivo Un bambino di nome Gesù (1987) – per definirlo un surrogato di Comencini. E invece fu regista grande e unico. 

Il potente canto funebre di “Oro verde”

C’era una volta in Colombia, recita il sottotitolo dell’edizione italiana: forse a prima vista può sembrare una scelta pigra, eppure, riflettendoci, suggerisce bene l’idea dello sguardo rivolto al passato di un popolo per sottolinearne la metamorfosi, lo scarto rispetto alla realtà contemporanea. E, soprattutto, la frattura con l’immagine fortemente d’impatto che della Colombia ci ha offerto la recente serialità: pensiamo a Narcos, l’epopea criminale dei cartelli del traffico di coca. Oro verde fa un passo indietro, per risalire all’origine dell’innocenza perduta, del conflitto tra una mentalità affaristica pronta a fare affari con i gringos e l’identità primordiale che vede negli animali i referenti di presagi oscuri, legge nei sogni le coordinate del futuro e i segni dell’anima, onora i morti secondo antiche usanze affidate alle donne.

“Chaco” e il cinema della moralità

Nel 2012, Daniele Incalcaterra raccontò in El Impenetrabile le vicende scaturite dalla scoperta di aver ereditato dal padre cinquemila ettari di foresta vergine in Paraguay, la più grande del Sudamerica dopo l’Amazzonia. Grazie ad un decreto dell’allora presidente Fernando Lugo, il regista sperava di rendere quel terreno una riserva naturale, l’Arcadia, convinto di dover restituire la terra ai nativi guaranì. Oggi, sempre in tandem con la moglie Fausta Quattrini, in Chaco – premiato all’ultimo Festival dei Popoli di Firenze – riprende il filo di una storia che ha subito le conseguenze politiche della controversa caduta di Lugo, probabilmente destituito perché intenzionato a promuovere alcune riforme come quella della proprietà terriera.

“Non si uccidono così anche i cavalli?” e l’incandescenza di Jane Fonda

Grazie all’interpretazione di Jane Fonda, Gloria è uno dei personaggi più incandescenti del cinema hollywoodiano. Disincantata ma non cinica, alla ricerca di una rivincita personale e indisponibile a scendere a compromessi. Niente può scuoterla, nemmeno la sirena che mai come qui è un presagio di morte. Forse solo la lucidità che la scopre impreparata ricordandole il suo destino. “Se ne andava alla deriva ascoltando le sue canzoni preferite: così finiva”, bofonchia il partner, caricato sulle sue spalle perché schiantato dalla gara, mentre le racconta la trama di un film. E lei, che sente il peso ma non lo dà a vedere, si chiede, riconoscendosi: “neanche un po’ di dolore? probabilmente è una balla”. C’è già tutto, qui.

Storia mirabolante di “Felix Pedro”

Una storia incredibile, che il cinema non ha ancora saputo esaltare in un grande biopic, e Muran scandaglia con spirito analitico, seguendo lo stesso gusto dell’avventura del suo eroe: convoca studiosi per contestualizzare la figura nella sua epoca, si sposta in Alaska per incontrare chi oggi abita i luoghi segnati dal passaggio di Pedro, costruisce una rete narrativa costituita da inserti grafici e innesti teatrali (dovuti a Giorgio Comaschi, già al centro dello spettacolo Il mistero di Felix Pedro) sulla voce in prima persona di Pedroni. Al cinema chiediamo anche di poter scoprire storie sotterrate dal tempo, salvandole dall’oblio per esaltarne la potenza evocativa: e Felix Pedro riesce a farci appassionare ad un personaggio così mirabolante.

Il cinema secondo Stanley Donen

Con Vincente Minnelli, l’ex coreografo Donen è il campione del musical della sua stagione: pensiamo all’ormai classico Sette spose per sette fratelli, un’evasione campestre, esaltazione rurale che celebra la giovinezza, l’amore, il disimpegno, la gioviale trivialità; a È sempre bel tempo, estremo incontro con Kelly e conclusione del rapporto con la MGM, che, nonostante il rassicurante titolo, trabocca di pessimismo ed amarezza con lo sconforto nel cuore; a Cenerentola a Parigi, ancora un incontro tra due mondi ovvero l’America e la Parigi vista dagli americani, l’avanguardia artistica e lo spettacolo classico, l’anziano Fred Astaire e la giovane Audrey Hepburn.

Addio a Albert Finney, genio sornione

Se la grandezza dell’ultimo Michael Caine si vede nell’eleganza sorniona del suo immenso sguardo liquido che si affaccia felicemente in qualsiasi produzione, quella del parco Finney la si ritrova invece nei rari exploit. Un po’ come Tom Courtenay, suo partner nel memorabile Il servo di scena, un monumento alla (loro) recitazione dove Finney è un dispotico e vulnerabile capocomico sul tempestoso viale del tramonto. Un incontro inevitabile, quello tra due dei volti più emblematici del Free Cinema. Gioventù, amore e rabbia. Sabato sera, domenica mattina: un manifesto dissacrante, vitale, inquieto, che identifica il suo orizzonte nell’affascinante e teso protagonista, all’epoca una magnifica rivelazione destinata a codificare un vitale carattere anti-borghese. E poi Tom Jones, la consacrazione a star, che a rivederlo oggi impressiona per la scatenata spavalderia con cui la scattante regia di Tony Richardson si adatta allo spirito anarchico di un adorabile bastardo.