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“Tiro al piccione” di Giuliano Montaldo a Venezia Classici 2019

Negli anni della narrazione antifascista (Tutti a casa, La lunga notte del ’43, Era notte a Roma, Un giorno da leoni per citarne alcuni esempi), Montaldo si dimostra subito cineasta di grande tolleranza e dallo spirito sinceramente democratico: ciò che gli sta più a cuore è capire l’orizzonte umano di un ragazzo, arruolatosi volontario a Salò, che non ha mai conosciuto altro mondo all’infuori di quello fascista. Pur basata sul testo di Rimanelli, è un’operazione complessa, perché il regista si ritrova a dover costruire un personaggio nuovo per un cinema italiano invece molto ferrato sulla mitologica rappresentazione dei partigiani e su quella spregevole dei fascisti.

“Citizen Rosi” a Venezia 2019

Furio Colombo sostiene che Francesco Rosi sia stato un artista e al contempo un intellettuale. Etichettarlo con una delle due identità, continua, finisce per offrire una visione parziale del personaggio. Rosi preferiva definirsi un cittadino, suggestionato dal titolo scelto per una retrospettiva americana dei suoi film. Due coordinate che spiegano bene l’idea su cui si edifica Citizen Rosi, che di quella rassegna riprende il titolo stesso quasi per ampliarne il discorso sull’impegno civile di un “cittadino militante” che usava la macchina da presa per testimoniare il proprio ruolo nella società. Anima del progetto è Carolina Rosi, figlia del maestro, che, per dare il via al lavoro, rivide assieme al padre tutta la sua opera, con l’obiettivo di raccogliere appunti utili per il documentario.

“Life as a B-Movie” a Venezia 2019

Filone ormai floridissimo, quello del documentario sulle personalità del cinema italiano si distingue ora per i toni agiografici dovuti al coinvolgimento di parenti e amici ora per l’intento didattico che dimostra chi ragiona nella prospettiva di un ricordo più strutturato e durevole nel tempo. Life as a B-movie è dedicato a Piero Vivarelli, figura che ha attraversato tutto lo spettacolo, lavorato letteralmente con chiunque e tuttavia oggi relegata un po’ all’oblio. Non è solo l’intenzione di rievocarne vita e opere a rendere il doc di Fabrizio Laurenti e Niccolò Vivarelli (nipote di Piero) un film degno di massima attenzione. È proprio lo spirito incandescente che lo anima, del tutto in linea con quello di un avventuriero libertino e scatenato quale fu Vivarelli, a suo modo davvero geniale pur con le sue radicate conflittualità, a permettere il felice esito di questa operazione critica e culturale.

“Panama Papers” di Steven Soderbergh a Venezia 2019

Da quando si è rimangiato l’annunciato ritiro dalle scene, il regista americano non è solo protagonista di una fase di estrema fertilità creativa (quattro film in più o meno tre anni) ma continua a ragionare sulla macchina-cinema con la statura di un intellettuale cinefilo capace di saltare con disinvoltura e libertà da un genere all’altro per ripensarlo e studiarlo. Qui sceglie lo spirito della “commedia didattica sulla finanza” nello stile di La grande scommessa, consapevole della necessità di dover dare una forma plastica a una storia fatta di numeri con troppi zero e società offshore, materia certo più facile da maneggiare in un reportage, come quello firmato dal Pulitzer Jake Bernstein che è all’origine della sceneggiatura scritta da Scott Z. Burns. Soderbergh riesce a dare un volto al male, servendosi delle brillanti interpretazioni di Gary Oldman e Antonio Banderas, sulfurei quanto irresistibili nei panni dei cattivi che nell’ombra speculano su tutto, comprese le disgrazie.

“Maria Zef” di Vittorio Cottafavi a Venezia Classici 2019

Maria Zef rivela la sua dimensione di romanzo di formazione. Aspro come il dialetto friulano che qui suona come una musica inaccessibile. Realistico non solo per la sintonia con il corso delle stagioni ma soprattutto per la verità che trasuda il dramma umano di personaggi dimenticati da Dio. Tratto dal romanzo scritto da Paola Drigo nel 1936, Maria Zef è una delle operazioni più audaci della televisione italiana: tre puntate in una lingua incomprensibile e sottotitolata, un cast di sconosciuti presi dalla vita, una storia che non ha nulla di bucolico, per certi versi non rifiuta d’essere sgradevole e comunque si mantiene lontana dal gusto contemporaneo. Penultimo lavoro di Vittorio Cottafavi, che in sede di sceneggiatura si è fatto affiancare dal poeta friulano Siro Angeli (impegnato anche nel ruolo di Barbe). Maestro del melodramma, qui lo lascia affiorare nei colori bruni di una miseria sia sociale che umana, nelle crepe di case rotte per gli effetti devastanti della natura, nei volti affaticati di gente che la speranza non sa nemmeno se appartiene a questo mondo. Cinema rigoroso, purissimo.

“Seberg” di Benedict Andrews a Venezia 2019

Seberg usa l’emblematica vicenda dell’attrice per definire l’orizzonte politico e sociale dell’America tra i Sessanta e i Settanta: la stagione del Vietnam e di Nixon, dominata dalla cultura del sospetto. La dimensione paranoica, infatti, rappresenta l’intuizione più felice di un film che cerca di rincorrere il passo teso del thriller, riuscendo a essere piuttosto intrigante quando cavalca le ossessioni della protagonista: lo scotch sugli infissi per capire se le spie sono entrate in camera, la distruzione del telefono, la camera messa a soqquadro. Tuttavia, al netto della sentita prova di Kristen Stewart che, tuttavia, sembra percepire l’assenza di un regista all’altezza, Seberg risulta inerte, poco equilibrato nel dosare il dolente privato della star con la trama spionistica appaltata a Jack O’Connell e tutto sommato incapace di dire qualcosa di inatteso su un personaggio tanto intrigante. Peccato, perché il biopic è tra i non-generi del cinema americano che negli ultimi anni ha meglio dimostrato di poter essere non solo contenitore di una storia personale ma di un coacervo di linee narrative anche imprevedibili.

“Il sindaco del Rione Sanità” di Mario Martone a Venezia 2019

Autore che nell’ultimo decennio si è dedicato al ripensamento del nostro passato tra storia risorgimentale e rivoluzioni culturali mancate, Mario Martone torna per il secondo anno consecutivo in concorso a Venezia con un film che in apparenza si distacca radicalmente dalle sue ultime prove. In una certa misura, tuttavia, Il sindaco del Rione Sanità potrebbe anche essere letto come un’appendice a quella ricerca del tempo perduto condotta in questi anni dal regista. All’origine, infatti, c’è il testo scritto nel 1960 da Eduardo De Filippo, incardinato sul ritratto di un personaggio che ben esprime un certo orizzonte sociale legato a un altro secolo: il capo che si è fatto da solo e interviene dove la giustizia ufficiale nulla può. L’aggiornamento anagrafico dei personaggi, dovuto al legittimo desiderio performativo di un Di Leva assai calato nella parte fino ai limiti del gigionismo, forza il testo nell’ambito di un’operazione che intende contaminare il classico con l’estetica, il décor, i colori di Gomorra. Nessuno è intoccabile, se si adatta Shakespeare perché non si dovrebbe mettere mano a Eduardo? Ma – e qui sta il problema – se il racconto della criminalità nel Sindaco del 1960 trovava una sua dimensione nel mutamento della stessa camorra in quel periodo, con il tramonto dei guappi paternalisti forse legati solo alla mitologia locale, al Sindaco del 2019 – arrivato dopo molti o troppi film sul temi analoghi – si riesce a credere fino a un certo punto.

“Le verità” di Hirokazu Kore’eda a Venezia 2019

Il gioco tra cinema e realtà trova nel suo corpo, nel volto che turba, incanta, ammalia da oltre mezzo secolo, la più suprema delle espressioni ma, al contempo, mette in luce la facilità del meccanismo scelto dall’autore. Alla prima prova internazionale dopo la consacrazione di Un affare di famiglia, Hirokazu Kore-eda sembra non voler rischiare molto, inserendosi nel solco di un cinema cinefilo tanto affascinante quanto furbo nel comporre le rime tra film e vita. Per l’umanista Kore’eda, la verità è sempre un’interpretazione dettata dall’intelligenza del cuore. E il suo cinema resta pieno di grazia ma, forse avvinto dalle personalità di Deneuve e Juliette Binoche nel ruolo della figlia, suggerisce senza enfasi quella purezza che potrebbe trovare nello sguardo incantato della nipotina, preferendo le schermaglie tra le due donne alla necessaria resa dei conti e gli andirivieni in una memoria alla quale si dà sempre troppa fiducia.

Carlo Delle Piane, una faccia cubista

Come fai a dimenticarla, una faccia come quella di Carlo Delle Piane. E la gobba del naso, gli occhi stralunati, la statura minuta. Un’immagine cubista, quasi una caricatura che ha preso vita. Il caratterista per eccellenza. Allora ribaltiamo il discorso: ce l’abbiamo noi, quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, quando vediamo sullo schermo Carlo Delle Piane. Perché di fronte a una faccia tanto unica, un’espressione al contempo sperduta, maliziosa e malinconica, possiamo saltare da una reazione all’altra: ridere d’istinto, squadrare dall’alto della nostra opinabile convinzione d’esser più benfatti oppure provare quel moto d’affetto che reclamano i diversi o, all’opposto, un senso di repulsione.

Due o tre cose su Pupi Avati

Nelle sue tante diramazioni, Avati ha realizzato un cinema che non somiglia a niente, dimostrando la propria intelligenza d’autore anche quando, prima di altri, ha visto nella televisione una nuova possibilità per raccontare una storia. Pensiamo alle miniserie semi-autobiografiche Jazz Band, Cinema!!! e Dancing Paradise, che realizza tra il 1978 e il 1982 mentre la sua attività cinematografica è ancora felicemente schizoide. L’Avati degli anni Settanta, infatti, è una scheggia impazzita, un talento forse sì alla ricerca di un’identità precisa ma soprattutto svincolato, esaltante, scatenato. Esplora le derive più impreviste del fantastico dentro generi sempre rinnovati, privilegiando il sovrannaturale nello scandagliare un orizzonte di perdenti. La tendenza eccentrica la recupera un po’ negli anni Novanta, quando alterna passato e presente, arcani incantatori e amici d’infanzia, il biopic leggendario di Bix e quello ipotetico di Festival.

Lina Wertmüller e lo statuto d’autore

Alla notizia dell’Oscar alla carriera assegnato a Lina Wertmüller, i cinefili veri o presunti si sono scatenati. I lodatori esaltano il pionierismo di una donna che si è affermata in un mestiere prevalentemente maschile. I detrattori sostengono che tre o quattro buoni film non giustificano il premio a una regista mediocre e sopravvalutata. Forse la semplificazione è eccessiva e non bisogna escludere anche una vaga misoginia di fondo (la stessa della quale è stata frequentemente accusata Wertmüller, in primis dalla potente Pauline Kael). La critica italiana è stata spesso severa con lei, ma certo non si può dire altrettanto del sistema mediatico che continua a coccolarla con interviste, ospitate, omaggi, agiografie.

Cento anni di Age (e Scarpelli)

Age & Scarpelli. Una ditta, con quella “e” commerciale che allude alla natura mercantile dell’impresa. Che si confrontavano con colleghi, dal maestro Sergio Amidei a Luciano Vincenzoni passando per Ettore Scola. Ed è proprio quest’ultimo a rivelarci il segreto – se vogliamo chiamarlo così – di un legame durato oltre trent’anni: “la simbiosi di due modi diversi di essere”. All’unione di questi due geni complementari, umoristi satirici nati nel cinema comico e diventati massimi narratori della società, dobbiamo centodiciassette sceneggiature, tra cui I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, I compagni, Sedotta e abbandonata, L’armata Brancaleone, Signore & signori, Il buono, il brutto, il cattivo, C’eravamo tanto amati, Romanzo popolare…Anche a voi tremano i polsi, vero?

“Roma” o la necropoli di Federico Fellini

Roma è la ricerca del tempo perduto? “E basta co’ ‘sto Proust!” esclama una signora in platea all’ennesima tirata intellettuale del suo vicino. Per Federico Fellini il passato non è una terra straniera. L’emigrante riminese ricorda tutto e perciò può reinventare la sua stessa vita. Perché, d’accordo, l’esperienza personale, ma Roma è un’esperienza collettiva. E all’autofiction – che, chiaro, Fellini mica chiamava così – serve il documentario – che, chiaro, Fellini certo intendeva a modo suo – per completare una visione che è al contempo autoritratto e panoramica, fumetto e miniatura, memorialistica e aneddotica, flusso di coscienza e sentire comune. Onore a Ruggero Mastroianni, che al montaggio dà una forma al disordine del genio.

“Marito e moglie” e la nascosta grandezza

È un film nato quasi per caso, Marito e moglie. Movie-movie sul modello di L’amore di Roberto Rossellini, cioè due mediometraggi messi insieme in virtù di un largo tema comune, recupera un episodio, pensato da Eduardo per il collettivo italo-francese I sette peccati capitali e poi sostituito da un altro, e lo accompagna all’adattamento di un atto unico scritto dallo stesso commediografo circa vent’anni prima. Per l’occasione, la proiezione di Marito e moglie è stata anticipata proprio da Avarizia ed ira, lo sketch scritto e diretto da Eduardo per l’antologia sui vizi, quasi a voler costituire un ideale trittico sulla vita coniugale. Ma è Marito e moglie a sconcertare per nascosta grandezza.

“Ragazze da marito” al Cinema Ritrovato 2019

Film divertente quanto scivoloso per una cattiveria ora esplicita ora no, sostanzialmente trascurato per l’assonanza ipotetica con tante commedie del periodo, Ragazze di marito accoglie il sapore agrodolce di Age e Scarpelli che, alle prese con un Eduardo messosi a disposizione del cinema per raccogliere soldi da investire nelle attività teatrali, lavorano intelligentemente tra l’adesione a certi topoi del commediografo (la crisi dei padri, le opposizioni delle mogli, i figli che vorrebbero emanciparsi…) e l’attenzione a quelli che sarebbero poi diventati alcuni dei loro temi forti. L’acido ritratto della famiglia, con la classica situazione dell’imprevisto arricchimento e la certezza del declassamento alla fine della parabola, costituisce l’occasione per metterne alla berlina le ipocrisie e le bassezze morali.

“Napoli milionaria” e la suggestione politica di Eduardo

Mentre il neorealismo è già nella sua fase calante, il maestro rifiuta il “teatro in scatola” (che, a dire il vero, ha sempre evitato) e sceglie di adattare la commedia, con Piero Tellini e Arduino Maiuri, non limitandosi più all’unità d’azione del basso dove abita la famiglia Jovine. Grazie alle scenografie di Piero Gherardi, Piero Filippone e Achille Spezzaferri, che inventano un set pieno di suggestioni realistiche senza dimenticare la peculiarità dell’origine teatrale, fa prendere aria al testo con riprese marittime oppure tese a raccontare la flora degradata dalla guerra. “Diario napoletano di cose accadute ieri, oggi… domani?” si legge sui titoli di testa, suggerendo una chiave di interpretazione proiettata allo scontro dentro l’arco costituzionale del dopoguerra.

“Aida” tra kolossal e fotoromanzo

Aida è piuttosto un incrocio tra l’ambizione di un kolossal internazionale e l’espansione dell’universo dei fotoromanzi. Negli anni in cui la rivoluzione tecnologica del colore stimola la produzione di film che possano far rientrare quanto più possibile l’ingente investimento (d’altronde chi fu il primo a battezzare l’esperimento del colore se non Totò?), il ricorso all’opera lirica, eccellenza del nostro patrimonio culturale, avviene anche per capitalizzare una comfort zone, tale è la presa del genere non solo in Italia. E così, mentre Carmine Gallone si reinventa specialista del settore tra Cavalleria rusticana e Madama Butterfly, uscendo dalla rigidità del film-opera con esperienze più ariose come Casa Ricordi, Fracassi gioca la carta di Aida.

“Napoletani a Milano” e la riscoperta di Eduardo cineasta

Napoletani a Milano è una variazione e al contempo la parafrasi semi-realistica di Miracolo a Milano, dove dei poveri cristi che alloggiano in una squallida borgata sono costretti a sloggiare perché un’azienda milanese vuole costruire una fabbrica al posto delle loro fatiscenti dimore (“non ci erano riusciti nemmeno i tedeschi!”). Siamo al principio del regno del sindaco Achille Lauro, con Napoli prossima al sacco edilizio e ancora immersa nelle macerie. Il cuore del problema è sempre quello della speculazione, ma, a differenza di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, De Filippo ha a disposizione Age e Scarpelli. E grazie allo sguardo di questi due geni dell’umorismo – sull’introduzione del cast, tra battute sul neorealismo e altri principi teorici, c’è la loro firma – dirige quello che è forse il risultato migliore della sua finora un po’ rimossa carriera cinematografica.

“Miracolo a Milano” al Cinema Ritrovato 2019

Forse Miracolo a Milano – tanto apprezzato all’estero (primo premio al Festival di Cannes e altri prestigiosi riconoscimenti negli Stati Uniti) quanto incompreso e osteggiato in patria – faceva paura proprio perché sfuggente e limpido, dominato dalla trasparenza di un messaggio così chiaro e semplice veicolato da un linguaggio surreale del tutto unico per il cinema italiano di quegli anni. Esito tra i più compiuti della poetica di Zavattini, trova nella regia ferma e sublime di De Sica (ribadiamolo: che magnifico direttore di attori!) la possibilità di una visione fantastica e universale: della quale si ricorderà Steven Spielberg: i ragazzini in bici di E.T. in fuga da questo mondo spietato come i poveri a cavallo delle scope in partenza da Piazza del Duomo verso un altrove migliore…

“Churchill and the Movie Mogul” tra cinema e politica

Figura tra le più fondamentali del secolo scorso, Winston Churchill è stato esaustivo narratore di se stesso in fluviali volumi autobiografici che gli hanno garantito addirittura un Nobel per la Letteratura. Infinitamente affrontato dagli storici, rievocato dai media, celebrato dagli ammiratori e per di più ancora capace di offrire nuove chiavi di lettura, angolazioni inedite per esplorare lati meno evidenti. Per esempio: l’amicizia con Alexander Korda, leggendario uomo di cinema a cui si devono, tra gli altri, film come Il terzo uomo, Il ladro di Bagdad, Marius, fondatore della British Film Academy. In Churchill and the Movie Mogul, John Fleet racconta il legame tra i due, nato negli anni Trenta – nel momento di minima popolarità dello statista – sulla base del comune interesse nei confronti del mezzo cinematografico.