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“Gli infedeli” e il maschio italiano senza perfidia

Tre modi per leggere Gli infedeli. Il primo è noioso: il senso dell’operazione è del tutto interno alla logica di un servizio (Netflix) che per il suo catalogo di film originali – al di là dei tre o quattro omaggi annuali al cinema come Dio comanda, diciamo da Scorsese in giù – ragiona per modelli e schemi da usato sicuro. Il secondo è autoreferenziale: il film di Stefano Mordini rinnova – o rinnoverebbe – la tradizione della commedia all’italiana raccontando la realtà contemporanea secondo quella lente deformata e deformante tipica dei maestri del genere. Il terzo è pretenzioso: ma no, ragazzi, non è una commedia, è un dramma che osserva la tragedia del maschio contemporaneo. Nessuno ha la verità in mano, figuriamoci quando parliamo di film.

Conosciamo davvero Alberto Sordi?

Siamo tutti convinti di conoscere Alberto Sordi, non fosse altro per la determinante incidenza sull’immaginario collettivo, per la frequenza con cui rivediamo i suoi film, per l’affetto di alcuni estimatori rassicurati dallo specchio deformato pari solo al disprezzo di altri modellato sulla superficie della filippica di Nanni Moretti. E tuttavia tendiamo sempre a ricordarlo quasi solo per il ritratto dell’italiano medio, certo la sua operazione più importante specialmente nell’ambito della nostra stagione di massima gloria. A cent’anni dalla nascita la retorica rincorre il ricordo, immemore dello spirito di Rodolfo Sonego (il “cervello” di Sordi), e la pigrizia dell’omaggio, come sempre modulato sulle marcette di Piero Piccioni (il “corpo” di Sordi), si accompagna al burocratico disbrigo della celebrazione fine a se stesso.

Gli 80 anni di Mina e tutto il desiderio del cinema

Se la sua presenza – corpo, mani, capelli voce – è stata esaltata dall’intelligenza di un regista televisivo geniale come Antonello Falqui, che ha saputo incastonarla nella memoria e nell’immaginario (provate a rivedere le sue esibizioni di Studio Uno o Teatro 10: sostanzialmente dei capolavori), verrebbe da dire che il cinema ha contribuito non poco a mitizzare una figura già di per sé titanica. Madrina queer, suono di un’epoca, dea immortale, la neo-ottantenne Mina riempie il cinema da sessant’anni. Per quanto il suo più grande film sia quello non fatto. E non è Il padrino (sì, Francis Ford Coppola propose anche a lei il ruolo poi andato a Diane Keaton). Federico Fellini, suo grande ammiratore, la voleva, infatti, nel cast del mitologico Viaggio di G. Mastorna

Metti un pomeriggio con Terrence Malick

Cosa fare quando incontri qualcuno che stimi e apprezzi ma non è un tuo idolo? Subentra, a quel punto, il più grande dei doni: la curiosità. Quando mi sono trovato di fronte Terrence Malick, un po’ per caso e un po’ per scelta, ho sentito una vibrazione. Ma l’abbiamo sentita tutti, è chiaro, tutti quei pochi che in un altrimenti pigro pomeriggio di inizio dicembre finimmo in una sala abbastanza inaccessibile. Più dell’attesa, la curiosità: c’è o non c’è? Forse c’è. C’è sicuramente il film, Hidden Life . Il film è tra i migliori del suo ultimo periodo.. Pur irrisolto, faticoso, altalenante nella narrazione, qua e là troppo epidermico nel passare dall’idillio agreste alla tragedia umana, è un’interessante testimonianza della devozione del regista nei confronti di un mondo cinematografico che si muove tra il Rossellini didattico e il rigore di Bresson.

“1917” e il virtuosismo tracotante

Nel tronfio trionfo di un virtuosismo utile a scaldare i cuori dei critici americani, Mendes salta dall’iperrealismo en plein air della prima parte al finale in trincea passando attraverso un fiume travolgente e soprattutto l’esplorazione notturna della fiammeggiante città in rovina. Qui l’impressione iniziale è che si occhieggi a uno straniamento di matrice teatrale, sostenuta proprio dall’origine artistica del regista. Poi, in un attimo, ci si sente calati dentro una versione estetizzante e più tracotante di Call of Duty o Battlefield 1 che con retorica magniloquenza maschera l’ipocrisia del manicheismo patriottardo. Alla fine i bravi soldati inglesi si stringono la mano e non piangono perché, insomma, sono uomini duri, ma come faccia un foglio di carta scritto con l’inchiostro di un secolo fa a resistere in acqua resta un mistero.

Cent’anni e un attimo. Fellini 100

Cent’anni e un attimo: Fellini ieri come oggi e così anche domani sarà faro, guida, maestro di generazioni infinite. Uno che ha dato il nome a cose che prima cercavano solo una definizione. È l’8 ½ di un autore, è l’Amarcord della nostra vita, è la Dolce vita del nostro tempo. Più si scandaglia l’opera dell’uomo che ha dato un nome alle cose, più ci si convince di quanto sia irrinunciabile. Per celebrarlo nell’appuntamento del centenario, proviamo a risondare le cose meno esposte di una carriera illuminata di grazia. E quindi, al di là delle pietre miliari, riprendiamo Roma, rapporto confidenziale e capolavoro nero, riprendiamo lo sbalestrato e inafferrabile Toby Dammit, riprendiamo Prova d’orchestra per filtrare nella parentesi allegorica il decennio più cupo…

Venerati maestri del cinema contemporaneo

A chiusura del 2019, approfondiamo il tema dei “venerati autori”. I grandi cineasti della vecchiaia. In fondo è stato comunque l’anno dei maestri, aperto dalla lectio magistralis più anarchica: quella di Clint Eastwood (quasi novant’anni, ma chi ci crede?), il corriere che continua a dirci che non esiste un mondo perfetto. Ciclicamente promette che non tornerà di nuovo in gioco: e quando pensi che sia l’ultima volta, sfoderi la retorica del testamento, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa… ecco che ritorna. E poi Allen, Avati, Bellocchio, Leigh, Polanski, Scorsese, e altri. 

“Pinocchio” di Matteo Garrone e le maschere dell’ossessione

Per Matteo Garrone, l’appuntamento era inevitabile: Pinocchio è un’ossessione infantile, naturale chiave di lettura per capire un’intera filmografia, tappa di approdo e ripartenza di un autore arrivato qui al termine del decennio in cui ha esplorato, setacciato, ripensato il versante nero della favola (Reality, Il racconto dei racconti, Dogman). Pinocchio è fatto della materia di cui sono fatti i sogni oscuri di Garrone, dal borgo di Geppetto che richiama la desolazione materica dell’orizzonte esistenziale del Canaro all’allegoria da reality della crudeltà contenuta nel perimetro pedofilo del Paese dei Balocchi.

La recherche impossibile di Elia Suleiman

Quasi seguendo l’ipotesi di una cover di Playtime, Suleiman esplora luoghi che costituiscono gli spazi di una città non-ideale, dove i poliziotti prendono le misure dei dehors, personale sanitario serve pasti a clochard senza prestare attenzione al fattore umano e il capitale vorrebbe plasmare l’artista al canone dominante. L’ossessione del controllo, la fiducia nella paura, il bisogno di addomesticare il perturbante. In fondo, le sortite di Suleiman rappresentano l’occasione di rimettere in discussione le nostre convinzioni su pezzi di mondo periferico che tendiamo a “ridurre” alle notizie filtrate dalla stampa o da una sommaria quanto superficiale conoscenza della geopolitica. Come se, al di là del film, Suleiman ci stesse aprendo gli occhi sulla nostra visione parziale della Palestina, con la natia Nazareth quale epicentro di una recherche impossibile.

Il cinema d’autore totale – Speciale “L’ufficiale e la spia”

il film arriva in una fase delicatissima della sua carriera, non solo per quanto concerne i contraccolpi del privato sul lavoro e sull’immagine pubblica, ma anche per il momento storico e politico in cui ci troviamo. Dunque, mettendo da parte le vicende personali benché di dominio pubblico, L’ufficiale e la spia è anche il metronomo che misura il nostro tempo. E allora: il rigurgito antisemita, le fake news che postulano lo stesso caso Dreyfus, il ruolo degli intellettuali incapaci di persuadere il popolo, le tentazioni autoritarie in ambiente militare che subentrano laddove regna il caos, la generale intolleranza dominante nella narrazione dei nazionalisti. Su questi elementi si fonda una rievocazione che non va letta soltanto nella prospettiva di un period drama ma soprattutto in quanto allegoria di un’epoca (contemporanea: ieri come oggi e così anche domani) attraversata dalla non-cultura del sospetto e dell’odio.

“Storia di un matrimonio” e la terapia incompiuta

La cosa straordinaria di Storia di un matrimonio è che “è quello che è”, come direbbero in The Irishman. Cos’è, se non ciò che appare? È una commedia drammatica post-alleniana dentro l’orizzonte newyorkese: non a caso Los Angeles è vista come una cartolina lontana, il luogo dove agli occhi del protagonista, Charlie, viene meno l’autenticità delle relazioni e si rivela la rottura forse irreversibile con la moglie, Nicole. È, ancora, una versione di Scene da un matrimonio che incrocia sprazzi di mumblecore. È il racconto di una separazione che aggiorna il “divorce movie” alla Kramer contro Kramer ai progressi del diritto di famiglia. È, come la trenodia di Martin Scorsese, un altro commiato allo spirito, ai luoghi, ai colori, agli umori della New Hollywood con i soldi di Netflix.

Dopo il “carrello”, torna in scena “Kapò”

Riprendere in mano un film del passato costituisce spesso l’occasione per ripensarlo alla luce del tempo trascorso, rendergli giustizia perché incompreso all’uscita oppure ridimensionarlo rispetto ai giudizi dell’epoca. Il caso di Kapò, restaurato in 4K da Cineteca di Bologna e Cristaldi Film, è abbastanza particolare. Secondo opus della parca carriera di Gillo Pontecorvo, buon successo di pubblico, candidato all’Oscar per il miglior film straniero, è stato negli anni un po’ trascurato, quasi dimenticato e perfino scalzato dalla fortuna di un celebre e violento intervento critico: “il carrello di Kapò” – reso immortale da un fondamentale saggio di Serge Daney così intitolato – è un’espressione entrata nell’immaginario cinefilo, al punto che anche chi non l’ha mai visto lo prende a metro di paragone per tutte quelle scene che non andrebbero spettacolarizzate.

“Cecchi Gori – Una famiglia italiana” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Si sa, la storia del cinema italiano è talmente avventurosa, picaresca, stratificata da prestarsi a mille prospettive dalle angolazioni più disparate. Un testo aperto che è al contempo storia e leggenda, cronaca e mitologia, sogno e incubo. Concentrarsi sui produttori è una delle tante possibilità, probabilmente non tra le più coltivate per quanto esistano “episodi” molto interessanti (la monografia Dino di Tullio Kezich su De Laurentiis, i documentari su Goffredo Lombardo e Franco Cristaldi). A Simone Isola, a sua volte produttore ma anche docente universitario, va riconosciuto anzitutto il merito di proseguire su questa strada, dedicata al racconto di personalità che sapevano unire la visione di un progetto artistico e la vocazione mercantile.

“Le ragazze di Wall Street” e la narrazione della crisi

Nella grande narrazione già decennale della crisi finanziaria, Le ragazze di Wall Street è un tassello tra i più intriganti. Non solo perché costituisce un esaltante incrocio tra l’ascesa criminale di una ragazza del ceto medio-basso travolta dall’estasi tossica dei soldi facili e l’affresco socio-culturale di un mondo raccontato con un palpabile senso della fine, come si vede nel clamoroso momento in cui il rapper arriva nel locale lanciando banconote in aria e tutte le spogliarelliste si esibiscono appagate e compiaciute. Ma anche perché, con una notevole profondità nel definire contesti e psicologie senza moralismi né indulgenze, ha una capacità di farci immergere in un film feroce, divertente e vorticoso, fondato sulla polisemia del desiderio in un orizzonte dove gli uomini sono stupidi bancomat, violenti predatori, padri assenti.

“The Irishman” e la vertigine del canto funebre

Non c’è etica e non c’è epica: non c’è niente di affascinante in chi ha scelto il male perché gli altri posti erano occupati o più scomodi, non c’è la mitologia degli angeli caduti costretti alla criminalità per colpa di una società ostile, non c’è nessuna attrazione verso corpi anziani ringiovaniti artificialmente grazie a miracolosi effetti speciali. E se i volti di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci ritrovano giovinezze perdute, i movimenti sono già quelli incerti di coloro che hanno visto scorrere troppo sangue. Spingendosi nei territori di Robert Zemeckis e Steven Spielberg dove la tecnologia è al servizio dell’umanismo, Scorsese alza la posta e porta il cinema ai confini del possibile, (re)inventando, per questo film fortemente desiderato, un passato impossibile al fine di produrre qualcosa che ai nostri occhi sembra davvero impressionante.

“Honey Boy” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Incipit: sul set di un disaster movie, un giovane attore viene scagliato contro un palazzo in fiamme. Stacco: un attore bambino riceve una grande torta in faccia. L’attore è lo stesso, in due momenti diversi della breve carriera: è uno che subisce, accumula, incassa. Un corpo a disposizione della macchina-cinema. Si scrive Otis Lort, si legge Shia LaBeouf: un giovane attore, già baby star, affetto dal disturbo da stress post-traumatico, che, dopo un incidente avvenuto in stato di ebbrezza, viene ricoverato in una struttura per la riabilitazione. Senza reticenze né pudori, con una consapevole tensione liberatoria, Honey Boy è letteralmente il film della vita dell’antidivo maudit: un’autobiografia per immagini ma anche una rinascita.

“The Farewell” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Dopo il successo (ma non da noi) di Crazy Rich Asian, The Farewell costituisce un nuovo tassello della narrazione sulle minoranze rivolta alla fruizione di un pubblico popolare e trasversale. Se in quel caso c’era la commedia matrimoniale a rappresentare lo spazio in cui raccontare una comunità poco considerata dal cinema americano se non con stereotipi e macchiette, qui c’è l’universalità del family drama a favorire il coinvolgimento nell’avvicinarsi a una cultura diversa. Benché sia ambientato in Cina, il film è filtrato attraverso lo sguardo di una protagonista ormai cinoamericana alla ricerca di un equilibrio tra il sistema di tradizioni e costumi della società d’origine e l’adesione alla mentalità della terra che l’ha accolta e con cui intrattiene un rapporto complesso (lo spaesamento finale nella metropoli).

“Gli anni amari” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Se il biopic è il non-genere più pericoloso da maneggiare, Gli anni amari dimostra bene quanto sia temeraria l’operazione di rimettere in scena una vita vera, specialmente se il soggetto raccontato è un personaggio cruciale per la storia italiana quanto al contempo un po’ trascurato come Mario Mieli. Tra i fondatori del movimento omosessuale italiano, autore del capitale Elementi di critica omosessuale, Mieli (interpretato dall’esordiente Nicola Di Benedetto), nato in una ricchissima famiglia di industriali ebrei, fu attivista, teorico, performer, scrittore, rivoluzionario. Per restituirne la complessità e la rilevanza culturale, sfiorando qua e là l’agiografia, Gli anni amari non rinuncia a un approccio didascalico, seguendo l’ordine cronologico degli eventi compresi tra il 1969 e il 1983, periodo rievocato ora con felici intuizioni (la precisione degli oggetti d’arredamento, canzoni per una volta non banali come quelle del Banco del Mutuo Soccorso) ora con qualche elemento posticcio di troppo.

Un film con Catherine Deneuve è sempre un film su Catherine Deneuve

Immagine inevitabile di una regina (Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà), Catherine Deneuve è tra le poche della sua generazione a occupare ancora posizioni da protagonista (Elle s’en va, Piccole crepe, grossi guai, Quello che so di lei) e da comprimaria si concede il lusso di rivendicare una sfrontata modernità, come accade quando amoreggia con un gorilla in Dio esiste e vive a Bruxelles. E se in Potiche collimano tante suggestioni di una carriera sconfinata (gli ombrelli di Cherbourg, il ménage con Gérard Depardieu, la vita segreta della bella di giorno…), in Le verità il meccanismo si fa ancora più sofisticato e ambiguo, portando ai confini dell’auto-fiction la materia romanzesca, qui trasfigurata anche in un memoir pieno di omissioni, reticenze, revisioni della realtà e che elude i fantasmi della vita.

“La scomparsa di mia madre” e l’ostilità delle immagini

Fondato su una dialettica squilibrata, il documentario (di osservazione e di partecipazione) si edifica su due elementi in apparenza distanti eppure legatissimi: il primo è il conflitto tra lo sguardo innamorato di Barrese che pedina, cattura, invade il territorio e la presenza recalcitrante e contraddittoria di Barzini che insulta, ragiona, ammicca; e il secondo è l’amore, dove le facili suggestioni edipiche sono meno interessanti dei non-detti, chiave di lettura importante dal momento che Barzini vuole far emergere il valore del non-visibile inaccessibile all’obiettivo fotografico.