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“Il Casanova di Fellini” e la difesa di Mario Soldati

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Mario Soldati (1906-1999) condivide con Fellini un talento versatile, resiliente ad ogni forma di influenza da parte di una cultura dominante. E come Fellini ha pagato un caro prezzo all’élite intellettuale del dopoguerra, così Soldati regista non ha mai incontrato il favore della critica cinematografica degli anni Cinquanta, completamente assorbita nel difendere un’estetica neorealista.  Quale miglior difensore poteva trovare Fellini per il suo discusso Casanova, se non in questo maestro che ha saputo rendere degne di essere raccontate tanto ‘la tragica immensità di Manhattan nell’età del proibizionismo, non meno della vita di un pollaio al di là dello squallido cortiletto di un hotel della Valtellina?’ (C. Garboli)

La strada di Renzi e Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Renzo Renzi (1919-2004), di cui la Cineteca di Bologna ha festeggiato i 100 anni a dicembre dell’anno scorso. Intellettuale di grande levatura culturale e morale, fu tra i più illuminati e acuti critici cinematografici italiani. Capì e difese il cinema di Fellini sin dai sui esordi, come dimostra questo articolo II clima del ’40, pubblicato su Il Contemporaneo, il 23 aprile 1955. In La strada (1954), la dimensione mitica, onirica e stralunata dei personaggi calati in un paesaggio italiano desolante, sollevò un putiferio di polemiche e stroncature. Dov’era finita la lezione del Neorealismo, si chiedevano quelli di sinistra e i cattolici potevano mai accettare che gli emarginati, gli ultimi, non venissero salvati dalla Provvidenza?

Milano ha perso la testa per “La dolce vita”

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. Non poteva mancare un pezzo su La dolce vita (1960). Scelta difficile perché molti intellettuali hanno scritto pro o contro su questa pietra miliare del cinema mondiale all’epoca della sua tanto discussa uscita; Pasolini, Fortini, Montanelli, Moravia, Mosca, Russo, Spriano, solo per citarne alcuni in ambito nazionale. Ma sul cinema di Fellini, mancano le voci femminili del Bel Paese. E quella di Camilla Cederna è così originale, fuori dal coro, che era ingiusto citare il suo articolo nella precedente puntata a lei dedicata, senza riportarne almeno un estratto.

Tre passi nel delirio con Camilla Cederna

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Camilla Cederna (Milano 1911-1997), una delle prime donne in Italia a conseguire la laurea. Di estrazione alto-borghese, la sua carriera di giornalista e scrittrice di costume e di politica (dal 1945 al 55 è redattrice del settimanale L’Europeo e successivamente,...

Giovanni Arpino immagina Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. E su Fellini maestro del colore si sofferma Giovanni Arpino, dedicandogli una delle sue famose lettere “scontrose” dalle pagine di Il Tempo, il 13 gennaio 1965, pochi giorni prima del quarantacinquesimo compleanno del regista. Radicato nella cultura piemontese, Arpino è stato un grande giornalista, scrittore e poeta; di fama mentre ancora in vita (è scomparso nel 1987), oggi purtroppo tra i molti dimenticati, forse a causa della suo stile unico, non riconducibile alle correnti letterarie nazionali contemporanee. 

 

Nantas Salvalaggio e l’aldilà di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. In quest’atmosfera da cinema catastrofico in cui siamo immersi, il passo verso altri mondi è breve. L’articolo, apparso su Epoca, il 29 novembre 1964, del giornalista e scrittore Nantas Salvalaggio ci conduce sul set di Giulietta degli spiriti (1965) in cui prendono forma i fantasmi di Fellini; attraverso la propria moglie – che in questo film fa rivivere l’amatissimo personaggio di Gelsomina che da La strada (1954) viene catapultata all’interno di un universo fatuo e borghesissimo – il Maestro compie un esorcismo contro la paura dell’abbandono e per estensione della morte. 

Fellini si racconta

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Bernardino Zapponi di cui quest’anno cade il ventennale della scomparsa (Roma, 4 settembre 1927 – 11 febbraio 2000). Condivise con Fellini l’inizio della sua carriera in veste di umorista nella redazione del periodico Marc’Aurelio. Inventore di un nuovo linguaggio fortemente ironico che mescola sapientemente il registro comico-popolaresco con quello aulico e poetico della letteratura, produsse centinaia di testi per la radio, il teatro e la televisione. Sceneggiatore visionario con incursioni nel macabro e nel grottesco allacciò un perfetto sodalizio con Fellini alla fine degli anni Sessanta: Tre passi nel delirio (1968), Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1972), Il Casanova (1976) e La città delle donne (1980).

Fellini, un moderno Petronio

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. Oggi proponiamo un articolo di Luca Canali, grande latinista, scrittore e poeta scomparso nel 2014, su Fellini Satyricon (1969), apparso su “L’Espresso” il 23 febbraio 1969. Le sue considerazioni nascono da un coinvolgimento diretto nella sceneggiatura elaborata da Fellini e Zapponi. Il suo contributo fu fondamentale; selezionò i materiali delle diverse edizioni critiche del testo di Petronio, elaborò la prima stesura dei dialoghi in latino e infine collaborò attivamente alla definitiva resa in italiano. La lettura che dà Canali è dunque non solo interna all’opera, ma è in fieri

Alberto Arbasino e la zampata di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di 8 e ½ e delle acute considerazioni sul film di Alberto Arbasino, scomparso il 22 marzo scorso. In questo pezzo di altissima levatura, apparso su “Il Giorno”, il 6 marzo 1963, lo scrittore sfodera tutte le armi del suo ben fornito arsenale letterario, riconoscendo a Fellini il ruolo di profeta del nuovo Verbo cinematografico. Nel testo sono presenti tutti gli elementi fortemente critici verso una tessitura narrativa tradizionalmente intesa che, nell’ottobre dello stesso anno, spinsero Arbasino stesso e altri intellettuali tra cui Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Edorardo Sanguineti e Giuliano Scabia a fondare il Gruppo 63 con l’intento di sperimentare nuove forme linguistiche. 

Federico lost in translation a New York

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo Italo Calvino, è la volta di Indro Montanelli che in occasione del grande successo ottenuto negli Stati Uniti da Le notti di Cabiria (1957), scrive un pezzo sull’accoglienza trionfale ricevuta da Fellini e Giulietta Masina a New York (“Il Corriere”, 29 dicembre 1957). Il cinema non è fatto solo di film. La fascinazione che esercita sul pubblico esce dai set e dalle sale cinematografiche. Per vivere ha bisogno di costruirsi una propria mitologia che si nutre delle vite dei personaggi che lo popolano. Fellini è tra i molti, simbolo, vittima e al tempo stesso carnefice per eccellenza di questo meccanismo. Montanelli ne fa un ritratto perfetto.

Italo Calvino, Federico Fellini e il transatlantico Gloria N.

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblichiamo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo il pezzo su Amarcord, costruito principalmente sull’intervista di Enzo Siciliano a Fellini e sulla vibrante recensione di Natalia Ginzburg, proseguiamo il viaggio alla scoperta dei tesori contenuti nel fondo Calendoli con un altro grande della letteratura del Novecento. Le uscite dei film di Fellini hanno sempre generato fazioni di estimatori da un lato e di detrattori dall’altro. E così è stato per E la nave va (1983). Il 24 novembre 1983, su “Repubblica”, uscirono contemporaneamente due recensioni, una contro di Giorgio Bocca e una a favore di Italo Calvino. La scelta è caduta sul pezzo di quest’ultimo, non solo perché è una brillante analisi del film, ma anche perché contiene lungimiranti chiavi di lettura sulla società attuale.

“Amarcord” e la memoria inventata

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblicheremo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. L’idea di raccoglierli in una pubblicazione è nata qualche anno fa, quando per la prima volta si mise mano ai 770 ritagli stampa sull’autore, presenti nel Fondo Giovanni Calendoli; da questa imponente raccolta sono emersi una cinquantina di pezzi di grandi firme della cultura italiana e dei quali quasi la metà non segnalati nella monumentale BiblioFellini, 2002-2004. Questo articolo si avvale in parte di questo tesoro di cui vi daremo qualche altro assaggio.

Chaplin incontra Fellini. Dialogo sopra due massimi sistemi

Se come scrive Jean Starobinski, l’altezza vertiginosa è al contempo la dimensione del clown acrobata e l’allegoria dell’atto poetico e creativo, allora, si può immaginare Fellini come un funambolo che, per attraversare l’abisso che lo separa dal suo film, mette in scena i propri incubi, fobie e desideri, compiendo metaforicamente un numero acrobatico che non ha bisogno di nessuna giustificazione al di fuori sé. Ciò che libera Fellini/Guido, ciò che lo redime è un atto d’amore nei confronti del mondo dell’arte, un atto di fiducia totale nelle infinite possibilità di combinazione della sua fantasia. Similmente Chaplin/Charlot si libera delle proprie angosce rappresentandole in forma di pura poesia visiva.

“Kapò”, un’eroina senza eroismo

L’idea di Kapò, inizia a farsi strada da un soggetto di un giornalista francese, Dédé Lecaze, deportato a Mauthausen e capitatogli fra le mani un po’ per caso. Era la storia vera di un boxeur dilettante che riuscii a sopravvivere nel campo di concentramento perché i suoi match rappresentavano uno svago per gli ufficiali delle SS. S’intitolava Il tunnel. Durante la preparazione del film, Pontecorvo e Franco Solinas (suo inseparabile amico e sceneggiatore) lessero Se questo è un uomo di Primo Levi, restandone molto colpiti, soprattutto quando lo scrittore racconta che, per mantenere l’ordine, le SS si servivano di prigionieri che sapevano il tedesco e le lingue degli altri deportati. Questi ultimi venivano inquadrati nelle gerarchie dei carnefici, trasformandosi nei peggiori aguzzini dei loro stessi compagni.

“Lo sceicco bianco”, il primo film anarchico italiano

Nel 1952 Fellini non è ancora completamente Fellini e il film non viene capito. Selezionato per concorrere al Festival di Cannes accanto a Due soldi di speranza (Castellani), Umberto D. (De Sica), Il cappotto (Lattuada) e Guardie e Ladri (Monicelli-Steno), viene inspiegabilmente lasciato a casa, senza che, sembra, la commissione che dovrebbe decidere quali opere vadano ai festival internazionali, sia stata consultata. Questa commissione era stata voluta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti ma chi aveva l’ultima parola era un uomo di fiducia del governo, Nicola De Pirro, fascista riciclato, tristemente noto durante il ventennio per le sue posizioni intransigenti e censorie. Fellini, appresa la notizia dell’esclusione del suo film, scrive subito una lettera a Blasetti e sicuro di poter contare sulla sua amicizia e appoggio, sfoga senza riserve la frustrazione dell’ingiustizia di cui si sente vittima

La genesi di “Miracolo a Milano”

La genesi di questo film risale a molti anni prima e coincide con l’inizio del rapporto osmotico che lega Cesare Zavattini e Vittorio De Sica per tutta la vita. Nel 1939, De Sica pone fine ai tentennamenti del regista e produttore Giuseppe Amato, comprando direttamente da Zavattini il soggetto dal titolo Diamo a tutti un cavallo a dondolo, con l’intenzione di proporlo al regista Mario Camerini. Il cantore di Luzzara, lungimirante, gli scrive: “Caro De Sica, aspetto con ansia che tutto vada bene, perché sento che per la prima volta nasce una collaborazione assolutamente eccezionale. Io credo che nessuno abbia come Voi la capacità di penetrare sino in fondo alla poesia del soggetto, rendendolo comunicativo e direi popolare”.

“Jules e Jim” e la riforma della legge sulla censura cinematografica italiana

Il ritorno in sala di Jules e Jim restaurato permette indagini storiche. Come quella sulla censura.  Così recita il testo originale del primo visto di censura negato al film: “La Commissione di revisione cinematografica (prima sezione) esaminato il film il giorno 30 maggio 1962 esprime, a maggioranza di 5 contro 2, parere contrario alla proiezione in pubblico del film stesso ravvisando, nel complesso della pellicola e soprattutto nella seconda parte di essa, un crescere di offesa al buon costume, inteso questo soprattutto sotto il profilo dell’ordine e della morale familiare. Il film, infatti, svolge la tesi d’un marito, innamoratissimo della moglie, che, pur di non perderla, acconsente e quasi predispone i congressi carnali di lei con l’amante sotto lo stesso tetto coniugale. La Commissione decreta di non concedere il nulla osta alla rappresentazione in pubblico del film”.

Una bicicletta rubata che ha fatto il giro del mondo

L’Academy tributò a Ladri di biciclette l’Oscar come miglior film straniero. De Sica di colpo venne catapultato tra i grandi cantori del Novecento, con anche il merito di aver riabilitato l’immagine del Bel Paese agli occhi del mondo. Una testimonianza d’oltre oceano, finora sconosciuta, che conferma la portata universale che questo film ha saputo esprimere, la si trova in una trascrizione radiofonica inviata per posta da un amico, Pio Campa, attore e impresario teatrale che tra gli anni Venti e Trenta aveva condiviso con De Sica il palcoscenico e alcuni set cinematografici. Dalla lettera del 24 dicembre 1949 che accompagna la trascrizione, si scopre che è il figlio di Campa, Roberto, emigrato a New York alla fine della guerra per cercare fortuna, a essere lo speaker della rubrica radiofonica “Letterine natalizie da Broadway”, poi trascritta e inviata. Leggiamola. 

“La classe operaia va in Paradiso” e il lavoro della sceneggiatura

La classe operaia va in paradiso è il secondo atto della così detta ‘trilogia del potere’, iniziata con Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e che si conclude con La proprietà non è più un furto (1973). Rappresenta inoltre lo zenit del sodalizio Pirro/Petri/Volonté; una sinergia di grandi talenti ma dai caratteri estremi, come per certi aspetti sono stati gli anni della contestazione. In Il cinema della nostra vita, Pirro ha dichiarato che “fu proprio il titolo a ispirare la scena finale, allorché alla catena gli operai sognano senza illusioni il loro paradiso. Nessuno fra quanti presero parte al film e tanto meno la critica colse il significato di quella scena, così disperata e premonitrice”.

“Blow-Up” e la critica

La Cineteca di Bologna porta il restauro di Blow-Up nelle sale italiane, nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato al cinema, a 50 anni dalla Palma d’Oro del 1967. Occasione per discutere di un film che non ha mai smesso di affascinare gli spettatori e che si è prestato, come tutti i capolavori, a letture differente e persino fraintendimenti. La ricostruzione della ricezione critica non può che essere un punto di osservazione privilegiato. Dalla rassegna stampa italiana e francese d’epoca conservata negli archivi della Cineteca, troviamo per esempio l’accoglienza a Cannes 1967 e l’esordio del film nelle sale italiane e francesi.