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“Who’s Bad?”. Martin Scorsese e il videoclip

Si sa che per Michael Jackson è evidente il fenomeno del crossover, vale a dire il fatto che la sua musica si rivolga anche o soprattutto ai bianchi. Zombificazione compresa, nel video di John Landis la questione del “colore” della sua musica resta marginale e dunque ambigua, ma in quel caso si ha a che fare con un contesto middle class. In Bad, al contrario, Scorsese affronta la questione di petto e inserisce Michael Jackson in un contesto disagiato e dichiaratamente nero, in cui le dinamiche razziali e classiste pregiudicano l’autorealizzazione dell’individuo. Ed ecco che Darryl, vero e proprio pesce fuor d’acqua, tenta di autolegittimarsi sostenendo che si può essere bad senza rassegnarsi a ricalcare il solito pregiudizio razzista sull’inclinazione delinquenziale, ma dando forma alle proprie energie intellettuali e creative; ovvero si può essere black anche elaborando una proposta musicale che piace ai bianchi.

“The Wolf of Wall Street” e l’atteggiamento punk

Quslcuno ha definito The Wolf of Wall Street un film punk, più che altro per la sfrontatezza dei contenuti. Tuttavia, se di punk si può parlare, non è certo per via del contenuto, casomai per come viene formalizzato. A livello musicale non è la presenza di una canzone punk in senso stretto a concorrere alla definizione, quanto il ricorso alle cover, che scomodano citazioni musicali o cinematografiche, polverizzando i modelli di riferimento con un allarmante furore iconoclasta. Più ancora che Sloop John B, l’esempio più lampante è Mrs. Robinson, per il suo richiamo al Laureato (citato anche a livello visivo): è un po’ come dare un poderoso calcio al sistema di valori della New Hollywood, sbandierando disillusione e cinismo. Va da sé che è il sottinteso slancio collettivo, tipico di quel cinema, a rappresentare un bersaglio, tanto è vero che per i personaggi di The Wolf of Wall Street, monadici e autoriferiti, ogni tentativo di condivisione finisce per risultare grottesco.

“Gimme Danger” e la dottrina del rock and roll

Intriso di quell’esaltato estremismo che soltanto l’adolescenza sa infliggere senza tollerare compromessi, Gimme Danger è un giocoso documentario di propaganda. E Jim Jarmusch è l’orgoglioso portavoce nonché il ministro della dottrina: “Gli Stooges sono la più grande rock and roll band di tutti i tempi”. Il tempo sembra però minacciarne il ricordo: se si esclude la reunion del nuovo millennio, a testimoniare degli storici tre album e di quella manciata d’anni ci sono molte foto ma poco girato. Dunque l’impresa di ricostruzione è ardua, anche perché il materiale è di difficile reperibilità (pare che Iggy sia dovuto andare a caccia di reperti persino dai suoi vecchi spacciatori).

“L’esorcista” di Friedkin come epopea del sound design

Almeno su un punto L’esorcista sembra mettere tutti d’accordo: lo straordinario uso del sonoro. C’è tutta un’aneddotica sulla realizzazione di certi effetti, come lo scricchiolio delle ossa del collo di Regan, ottenuto stritolando un portafoglio di cuoio pieno di carte di credito, o lo scalpiccio in soffitta, creato sovrapponendo graffi di unghie, una sega a nastro e il rumore di porcellini d’India in corsa su una tavola coperta di carta vetrata. Leggendario, poi, è il training di Mercedes McCambridge, che per trovare un timbro di voce da posseduta si era fatta legare a una sedia, aveva ripreso a bere e a fumare e ingoiò mele acerbe e uova crude in quantità.

“Il principe ereditario della repubblica” di Ioganson al Cinema Ritrovato 2018

“Una specie di strana, enorme dissolvenza incrociata: fra il muto che si va spegnendo lentamente e il sonoro che emerge”. La raffinata metafora di Giovanni Buttafava si riferisce a un periodo di transizione che dura almeno un lustro, grosso modo dall’inizio degli anni Trenta. Nell’Unione Sovietica di quegli anni, solo alcuni cinema dispongono dell’attrezzatura necessaria alla proiezione di film sonori, così continuano ad essere prodotti film in entrambe le modalità; in più si proiettano anche film muti sonorizzati e film sonori, per così dire, “ammutoliti”. Se, come ricorda Peter Bagrov, la registrazione del sonoro, sempre difficoltosa, comporta un irrigidimento nella recitazione e costringe gli attori a scandire le parole in modo macchinoso, al contrario, i film muti di quegli anni mostrano una straordinaria naturalezza e fluidità nella recitazione, proprio come accade in Il principe ereditario della repubblica. È però d’obbligo aggiungere che in questa deliziosa pellicola, dimenticata per anni, a risultare determinante è l’efficace direzione di Ėduard Ioganson, regista molto amato dagli attori per la sua abitudine di strutturare le scene in anticipo, provando prima delle riprese proprio come si fa in teatro.

“Marionette” di Jakov Protazanov al Cinema Ritrovato 2018

Uomo di grande mestiere, già nella Russia prerivoluzionaria raggiunge un posto di prim’ordine tra i registi d’intrattenimento. È sensibile agli umori del pubblico e capace di ottenere grandi successi al botteghino, come con La dama di picche o Padre Sergio. Nel tempo si rivela una figura preziosissima per la nascente industria cinematografica; aspetto, questo, che certa critica non gli ha mai perdonato: anziché riconoscere l’estrema padronanza del materiale espressivo e, come nel caso di Marionette o Aelita, la sua capacità di sperimentare con i generi, c’è chi, in riferimento al periodo sovietico, ne ha unicamente additato il  disimpegno e ha liquidato buona parte della sua opera bollandola come cinema commerciale, con l’aggravante, nel caso del regista in questione, di uno sguardo vergognosamente rivolto verso ovest.

“Tenente Kiže” di Aleksandr Fajncimmer al Cinema Ritrovato 2018

Tra i teorici del cinema russo della seconda metà degli anni ’20 c’è una certa diffidenza nei confronti del sonoro, specie per i film recitati. A dire la verità c’è anche una certa diffidenza verso i film recitati in genere, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che ancora nel 1927, Juryj Tynjanov, sceneggiatore del Tenente Kiže, sostiene, in Le basi del cinema, che lo specifico filmico sia da ricercarsi nella ‘povertà’ del mezzo, dovuta all’assenza della terza dimensione, del colore e del sonoro. Date queste premesse, la specificità del cinema può emergere solo attraverso l’elaborazione stilistica, nel momento in cui l’immagine, rinunciando alla riproduzione del reale, trasforma la sua povertà in forza costruttiva. Perciò, lo scopo di un film non è di restituire il mondo visibile in quanto tale, ma nelle sue correlazioni di senso, ossia di rivelare l’artificio in vista di un fine poetico. 

“Fragole e sangue” per Cinema e Sessantotto (I)

The Strawberry Statement, ovvero ‘la dichiarazione delle fragole’: poco importano, al preside, le rivendicazioni studentesche, “Dirgli che abbiamo un’opinione nostra è come dirgli che ci piacciono le fragole”. Da qui il titolo del libro di James Simon Kunen e quello della pellicola di Stuart Hagmann, tradotti da noi, con licenza poetica, come Fragole e sangue.  Con un tempismo perfetto rispetto all’attualità del periodo – basti pensare agli episodi della Kent State e della Jackson State University -, nei cinema statunitensi il 1970 è un anno di rivolte studentesche, dato che, oltre a Fragole e sangue, escono in sala L’impossibilità di essere normale di Richard Rush e R.P.M. di Stanley Kramer (ai quali si potrebbe aggiungere, sia per le sue scene iniziali che per il legame con la Metro Goldwyn Mayer, anche Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni).

I suoni del Giappone interiore di Wes Anderson  

Dopo Fantastic Mr. Fox, Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel, Alexandre Desplat torna a collaborare con Wes Anderson per la colonna sonora dell’Isola dei cani. Torna, insomma, a lavorare sotto stretta sorveglianza, poiché, è risaputo, il regista esige un controllo maniacale dei dettagli e pretende che ogni aspetto del film rispecchi e promuova la sua cifra stilistica. Così, nell’Isola dei cani, l’ortogonalità tipica di Anderson, declinata in chiave nipponica, viene tradotta in musica con una rinuncia agli slanci melodici in favore di una verticalità ritmica. Sorprendentemente, il rischio di ripetitività, pur insito nel tematismo limitato, è scongiurato con un ipnotico sottofondo percussivo che gioca sul rinnovamento timbrico, anche grazie al ricorso a frequenti raddoppi, all’interno di un organico già di per sé esteso e stravagante.

“Un sogno chiamato Florida” e la casa di bambole troppo grande

L’utopia è ottenere, attraverso il ridimensionamento del sistema, la legittimazione di una statura economica inferiore. Sembra essere questa la traiettoria sottintesa di Un sogno chiamato Florida. Nel film di Sean Baker, il motel Magic Castle è una casa di bambole troppo grande, sproporzionata come il chiosco a forma di gelato gigante, tanto che la piccola Moonee, contesa tra inquadrature ad altezza bambino e grandangolari alienanti, è vittima, più che protagonista, di una distorta scenografia da live action in cui la dimensione degli edifici è talmente imponente da marginalizzarla. Ed ecco che Disneyworld appare il nocciolo di una fantasia di ridimensionamento, il luogo, immaginario e metaforico, in cui Moonee tenta di riconquistare una dimensione propria dell’infanzia, minacciata, oltretutto, da una madre kidult che rischia di usurparle il ruolo di principessa.

“Senza tetto né legge” e la libertà come negazione

Da sempre affascinata dal tema della flânerie, di cui il vagabondaggio rappresenta certo una forma radicale oltre che più ambigua, Agnès Varda costruisce un personaggio sfuggente, Mona, ispirato a ragazze realmente incontrate all’inizio degli anni Ottanta, che avevano scelto di vivere la propria libertà in solitudine, sulla strada. Ne deriva un film che, come scrive Serge Daney, è “lacerato tra la voglia di comprendere (tutto) e la voglia di far (solo) vedere”. Nonostante l’apparente spontaneità delle riprese, sostenuta dalla fotografia disadorna di Patrick Blossier, Senza tetto né legge è un film estremamente artefatto, in cui la padronanza stilistica si cela in un voluto distacco documentaristico e in uno sguardo a tratti addirittura impersonale, come quando la macchina da presa registra gli spostamenti di Mona, assecondandola in un percorso controcorrente, ossia da destra verso sinistra.

 

“Cléo” tra cinema d’autore e mercato

Il fenomeno Nouvelle Vague esplode in un periodo di profonda trasformazione dell’industria cinematografica francese, se non altro perché a partire dal 1959 il cinema non dipende più dal ministero dell’industria e del commercio, ma fa capo al ministero della cultura. Ed ecco che, grazie ad una maggiore sensibilità verso l’approccio artistico, iniziano a spuntare pellicole il cui andamento sul mercato è difficilmente prevedibile. Cléo dalle 5 alle 7 sembra sottintendere il conflitto tra un cinema che guarda al mercato e un cinema che guarda all’autore: attraverso la vicenda della protagonista, Agnès Varda tesse un’argomentazione a favore del secondo, affermando la propria autorialità fatta di cinécriture e di fusione tra film di finzione e documentario, o meglio, auto-documentario.

“K.S.E. – Komsomol” e l’inganno del mezzo-cinema

Guardando il film di Esfir’ Šub, torna alla mente una celebre frase di Lenin, presto diventata slogan e ripresa dallo stesso Stalin: “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese”. Nella frase, così come nel film, l’elettrificazione è celebrata come l’innesco dell’avanzamento tecnologico e diventa una sineddoche per la spinta al progresso in genere. Esfir’ Šub sceglie perciò un argomento-chiave per cogliere il clima da “cinque in quattro”, quello del primo piano quinquennale. Tutto è energia e movimento: la pellicola scorre trascinando donne alla catena di montaggio, uomini e lampadine danzanti, scrosci di applausi e d’acqua di fiume.

L’americanismo di “In nome della legge”

l film di Kulešov, con sceneggiatura di Viktor Šklovskij, è tratto dal racconto The Unexpected di Jack London, autore notoriamente ossessionato dalla ricerca di una nuova frontiera. L’ambientazione lontana e il ricorso all’immaginario della natura selvaggia permettono una sorta di sovrapposizione culturale, poiché la tensione tra vecchio e nuovo che in Russia fa quasi un tutt’uno con l’arrivo delle idee rivoluzionarie (e permea, prima ancora che il cinema, la letteratura, almeno dalla seconda metà dell’Ottocento), con il concreto verificarsi della rivoluzione viene esasperata in una sorta di mitologia della tabula rasa, che con il concetto di frontiera ha qualcosa in comune – e che può forse fornire una lettura dello smodato interesse per i prodotti culturali d’oltreoceano.

L’occhio della materia: “La vita colta sul fatto” di Dziga Vertov

Per Dziga Vertov, una cinematografia realmente di massa non è soltanto destinata alla collettività, ma realizzata dalla collettività stessa, cioè dal maggior numero possibile di Kinoki. L’analisi, l’elaborazione e la strutturazione del girato costituiscono una prassi politica, un’attività propedeutica allo sviluppo di forme e temi che siano espressione di una nuova verità. È questa la strada per la kinefikacija, la cinematizzazione che deve restituire la vista alle masse, ottenebrate da una struttura borghese del mondo e del cinema.

“Vento dell’est”, critica ideologica all’estetica cinematografica

Come tutte le pellicole del gruppo Dziga Vertov, Vento dell’est è una riflessione in fieri sul cinema attraverso il cinema e si potrebbe definire un cine-saggio, che non vuole né divertire né indottrinare, ma unicamente infastidire lo spettatore, per costringerlo ad esercitare una coscienza critica. A differenza di quanto accadeva in Week-end o La cinese, in cui ricercatezza tecnica e formale erano spinte al limite, allo scopo di rivelare l’artificialità della rappresentazione, in Vento dell’est l’estetica del film è subordinata al procedimento dialettico.

“Aleksandr Nevskij” e l’ossessione del controllo

Dopo una serie di boicottaggi da parte della censura, Ejzenštejn porta finalmente a compimento il suo primo film sonoro, in collaborazione con Sergej Prokofiev. Aleksandr Nevskij, alla guida dell’esercito russo, trionfa sui Teutoni – e il grande condottiero Stalin è pronto ad affrontare i nazisti. Tuttavia, la celebrazione patriottica degli eroi del passato non è sufficiente ad ottenere l’approvazione dei supervisori: sia il regista che il compositore devono soddisfare i canoni formali del realismo socialista.

“Les Gauloises Bleues”, un film nouvelle vague

Il mio Godard di Michel Hazanavicius ha riportato all’attenzione Les Gauloises Bleues, un film quasi dimenticato di Michel Cournot. La vicenda è nota: il film di Cournot era in concorso al festival di Cannes nel 1968 quando l’affaire Langlois raggiunse la Croisette e le proiezioni vennero sospese. E Les Gauloises Bleues è l’unico tentativo alla regia di Cournot, amico di Godard e severo critico cinematografico per le pagine del Nouvel Observateur.

Il nostro Godard. “Week-end” e il potere sovversivo del paradosso

In questi tempi difficili, in cui è quasi più ricercato ridere di Godard che con Godard, pare appropriato riflettere su Week-end, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale, tanto più che essendo “un film perso nel cosmo” e ponendosi perciò come un reperto da (ri)scoprire, diventa un’esortazione alla cinefilia ritrovata. Apocalittico e tragicamente esilarante, è l’ultimo film che Godard affida al circuito ufficiale, prima di un rifiuto quasi totale dell’industria cinematografica che durerà più di un decennio.

“Il mago di Oz”, Dorothy e la child woman

Una lettura metacinematografica del Mago di Oz può chiarire che la nostalgia verso un vecchio modo di fare cinema è la chiave per comprendere il personaggio: Judy Garland segna la fine dell’epoca della child-woman, ovvero della donna che recita la parte di una bambina. Quando Judy Garland, travestita da bambina per impersonare Dorothy (e quindi perfidamente defraudata del suo potenziale erotico), intona una suadente Over the Rainbow, l’associazione tra la voce e la fonte sonora crea un bizzarro cortocircuito.