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“Thirty Years of Adonis” a Gender Bender 2018

In Thirty Years of Adonis, settimo lungometraggio del controverso Danny Cheng Wan-Cheung detto “Scud”, si ritrovano elementi davvero eterogenei. Il percorso dell’eponimo protagonista, che da “Opera performer” diventa un cosiddetto “sex worker” (ovvero una persona che guadagna offrendo il suo corpo come attore di film hard, massaggiatore e/o gigolò), permette al regista di esplorare sia visivamente sia a livello tematico gli aspetti della natura umana che costituiscono i suoi soggetti abituali: il sesso, la nudità, la bellezza, la definizione di sé attraverso il proprio corpo. Qui, l’autore cinese cresciuto ad Hong Kong trova in una narrazione non cronologica lo strumento per avvolgere questi aspetti molto fisici in un afflato spirituale, coinvolgendo il karma, l’aldilà e la reincarnazione. Tuttavia, proprio questa disorganicità narrativa fa apparire tale coinvolgimento di temi alti come un semplice tentativo di nobilitare una materia altrimenti poco elevata.

“Le ereditiere” come lezione di sguardo

Due donne, eredi di famiglie benestanti, devono affrontare grandi cambiamenti all’interno e all’esterno della loro relazione sentimentale quando le condizioni economiche peggiorano e sono costrette a mettere in vendita i loro beni. È lo sguardo attraverso una fessura ad aprire Le ereditiere. Quasi un avvertimento: stiamo entrando in un territorio molto privato, intimo. Solo che questo sguardo non è soltanto quello dello spettatore: è la soggettiva della protagonista del film che, nascosta dietro una porta, osserva una donna aggirarsi per la sua sala da pranzo, toccando, soppesando, valutando le sue cose. Chela guarda la sua vita dal di fuori, come se non fosse sua. E il primo lungometraggio di Marcelo Martinessi è appunto il racconto dell’inesorabile presa di coscienza di questo fatto, di questo ritrovarsi estromessa dalla propria vita.

“The Last Goldfish” a Gender Bender 2018

Inserendosi in una tradizione stilistica ormai diffusa nel documentario (particolarmente in quello a tematica ebraica: si vedano ad esempio The Cemetery Club di Tali Shemesh e Hugo di Yair Lev), The Last Goldfish affida la sua narrazione interamente alla voce di Su, che si mette in gioco in prima persona e ripercorre il proprio cammino mostrandoci fotografie, materiali d’archivio, film di famiglia e anche sé stessa mentre viaggia, interroga, filma e fotografa per realizzare il documentario. Questa è tuttavia anche una precisa scelta morale, oltre che estetica: simboleggia la necessità di tramandare la memoria di un passato che non deve ripetersi. Ed ecco perché, verso la fine del film, diventa esplicito il parallelismo con la situazione dei 65 milioni di rifugiati che oggigiorno scappano dai propri Paesi cercando vita e speranza altrove.

“The Poet and the Boy” a Gender Bender 2018

Il protagonista di The Poet and the Boy vive di poesia. Non nel senso materialistico del termine (negli ultimi tempi le sue poesie non hanno successo e lui deve insegnare in un doposcuola per portare a casa un minimo stipendio), ma in quello più alto e spirituale: ogni cosa è illuminata, per lui, dalla luce della bellezza e dell’arte poetica. Sono i suoi versi ad accompagnare la narrazione del film, in un gioco tra voce diegetica ed extra-diegetica: spesso la declamazione dei versi inizia mentre le immagini ci mostrano un paesaggio naturale o urbano, oppure un volto, a cui verosimilmente le parole fanno riferimento, per terminare sull’immagine del poeta stesso che sta leggendo la poesia ad altri, ad un pubblico diverso da noi e composto da persone che più volte nel corso del film ribadiscono di non avere idea di cosa parlino le sue poesie.

“A Star Is Born” e la storia che si ripete

Se, come si afferma nel film, “la musica è fatta da 12 note, è il modo in cui vengono usate per dire qualcosa a fare la differenza”, viene da chiedersi in che cosa il debutto cinematografico di Bradley Cooper dietro la macchina da presa faccia la differenza rispetto ai suoi predecessori (William Wellman – 1937, George Cukor – 1954 , Frank Pierson – 1976), oltre al mero aggiornamento coreografico e di stile musicale. Ci si chiede, insomma, quale lettura ci offra del presente. Cosa ci vuol dire A Star Is Born, oltre ad invitarci a credere nei propri sogni e a ricordarci che con impegno, talento e fortuna si possono raggiungere tutti gli obiettivi? Perché questo messaggio non è particolarmente innovativo (se lo sente dire peraltro anche il protagonista di Erom, film di Yaron Shani anch’esso presentato a Venezia 75).

“Il Golem” tra gotico e antropomorfo

Il risultato del restauro in 4K, realizzato dalla Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung di Wiesbaden, dalla Cinémathèque Royale de Belgique di Bruxelles e da L’Immagine Ritrovata di Bologna è mirabile e restituisce all’opera di Wegener e Boese tutta la sua potenza visiva. La storia del Golem tocca infatti dei vertici di tensione visuale ed emotiva notevoli, grazie a diversi elementi. Innanzitutto, le scenografie realizzate da Marlene Poelzig su disegni dell’architetto Karl Poelzig: pure forme espressioniste, che richiamano in parte l’arte gotica e in parte forme antropomorfe (mirabile la scala a chiocciola che ricorda un orecchio), veri e propri riflessi architettonici di un sentire tragico che all’epoca si esprimeva anche nelle altre arti visive e che pure si ritrovano in opere cinematografiche coeve come il Caligari di Robert Wiene (1920).

“The Last Movie” di Dennis Hopper e la fede dell’uomo moderno

Ritirato dalla circolazione poco dopo l’uscita del 1971 per il sovversivismo del suo linguaggio, il capolavoro di Dennis Hopper The Last Movie torna a splendere sugli schermi per la prima volta dopo il restauro in 4K. Film-monumento, opera meta-cinematografica e chiaro esempio di una contro-cultura filmica erede di Easy Rider, The Last Movie è ciò che Hopper avrebbe voluto che fosse: “a new-new-New Testament in film”. Le parole di Henry Hopper, figlio del regista, così riassumono intenti ed esiti di un’opera che travalica i propri confini. Sebbene la definizione non sia da intendersi in senso strettamente religioso, è innegabile che il lascito hopperiano affronti, tra i numerosi temi, anche il rapporto dell’uomo moderno con la fede.

“Napoli sirena delle canzoni” e “‘A santanotte” di Elvira Notari al Cinema Ritrovato 2018

Una completa immersione nelle atmosfere partenopee dell’inizio del secolo scorso: questo l’effetto della sonorizzazione dal vivo di due opere di Elvira Notari che il gruppo E Zézi ha offerto agli spettatori di piazzetta Pasolini nell’ultima, magica proiezione con lanterna al carbone di questa edizione del Cinema Ritrovato. In apertura di serata, la compilazione Napoli sirena delle canzoni (un collage di frammenti di film non identificati girati dalla Notari) ha mostrato al pubblico una parte dell’eredità che la prima donna regista italiana ci ha lasciato: vedute della città, momenti di una storia d’amore, riprese quasi documentaristiche degli strati sociali più popolari.

“Il silenzio è d’oro” come opera morale e cinematografica

Il silenzio è d’oro René Clair realizza un’opera “morale”, nondimeno utilizza ogni componente cinematografica per aumentarne il valore artistico. Ironicamente (dati il titolo del film e la professione del protagonista) il regista investe proprio la musica di un ruolo particolare a fini narrativi. Come cambia l’atteggiamento di Emile nei confronti del violinista di strada in base all’umore derivante dall’evolversi della situazione con Madeleine, così lo sviluppo delle due storie d’amore è affidato ad un unico tema musicale di Georges Van Parys che si modifica in modi diversi a seconda della coppia: mentre nel caso di Emile si sfuma dall’esecuzione violinistica all’uomo che canticchia da solo osservando il ritratto incorniciato della giovane, il motivo si struttura a mano a mano che cresce la storia d’amore tra Madeleine e Jacques, passando da una esecuzione con violino solo ad un trio e infine ad una grande orchestra da ballo.

Le musiche originali di “Entr’acte” e “Rosita”

Il Cinema Ritrovato è piacere della riscoperta filmica, della visione del film in pellicola, del restauro colorimetrico. È anche riscoperta dell’esperienza cinematografica tout-court, di cui l’elemento musicale è parte fondamentale. La serata in Piazza Maggiore che ha visto protagonisti Rosita ed Entr’acte ne è un fulgido esempio, non soltanto perché i suddetti film sono stati fruiti nelle versioni restaurate, ma perché l’accompagnamento musicale dal vivo ha restituito agli spettatori anche la “colonna sonora” originale delle due opere.

What a Feeling. Tornando su “Ammore e malavita”

In un genere che non fa mistero del suo essere finzione, i Manetti instaurano un cortocircuito socio-visivo che ironizza sui disagi sociali di certe zone geografiche del Sud Italia, facendo riflettere sull’impatto del successo di certi fenomeni letterari e televisivi sullo stato delle cose. Alla base di un’operazione come Ammore e malavita si può leggere una profonda fiducia nel cinema italiano e nella sua possibilità di svincolarsi dai dettami del mainstream USA per mostrare al pubblico e alla filiera cinematografica che l’industria nostrana può rappresentare ed esprimere profondamente la nostra identità non solo nei piccoli film d’autore a basso budget, ma anche quando si tratta di generi, balli e tante comparse.

Le sonorità postmoderne di “Ready Player One”

Il film è un’opera profondamente citazionista, ma la quantità e la contestualizzazione dei rimandi è tale da (ri)costituire un universo paradossalmente compatto che più che le singole opere (cartoon, videogiochi) cita un’epoca e una cultura: quella pop culture che gli studiosi del creatore di Oasis analizzano per carpire i segreti della sua caccia al tesoro. Se non possono mancare decine di rimandi a videogames e fumetti degli anni Ottanta nelle armi, nei veicoli e negli stessi avatar, sono i vestiti, il look, le atmosfere e la musica a rievocare nei minimi dettagli quella pop-culture che fa emergere il Michael Jackson di Thriller e i Duran Duran, Prince e Billy Idol. La colonna sonora riverbera questo spirito citazionista offrendo pop-hits di quegli anni, ma esprime ancor più l’anima postmoderna del film includendo nello stesso universo sonoro Johann Sebastian Bach e Twisted Sister, Blondie e brani originali di Alan Silvestri, che richiama persino Antonìn Dvořák.

“The Post” tra forma e controllo

Il trentunesimo film di Spielberg è una nuova dichiarazione d’amore alla grandezza dell’essere umano ed ha il valore aggiunto − in un periodo in cui si moltiplicano i casi Weinstein e in cui assistiamo a una rinnovata attenzione femminista al ruolo sociale della donna con i movimenti #MeToo, Time’s Up o il nostrano Dissenso comune − di eleggere ad eroe un personaggio femminile che nella magistrale interpretazione di Meryl Streep riesce a passare da una situazione di confusione e subordinazione psicologica a una determinazione e una solidità imprevedibili.

La verità, vi prego, sull’amore secondo Guadagnino

In questa esplorazione identitaria, qual è il ruolo della musica? La colonna sonora alterna brani di musica classica (Bach, Adams) a Pop anni ’80 (Bertè, The Psychedelic Furs) nel tentativo di ricomporre un puzzle sonoro che dia conto della complessa identità di Elio. Il ragazzo dedica alla musica gran parte della sua giornata: la trascrive, la esegue per i genitori e gli amici di famiglia, la ascolta con gli auricolari o alla radio, la balla, la “indossa” (una maglietta dei Talking Heads), la trasforma in uno strumento di avvicinamento ad Oliver quando per lui suona Bach alla chitarra e poi, elaborato, al pianoforte.

“Nico, 1988” sotto la corazza

La Nico che Susanna Nicchiarelli ci presenta nel film che ha aperto la sezione Orizzonti di Venezia 74 non è la cantante e musicista che ha collaborato con i Velvet Underground di Lou Reed, né tantomeno la bellissima modella che fece girare la testa a Jim Morrison e Alain Delon. Qui conosciamo la donna sotto il manto dell’artista, l’essere umano sotto l’apparenza della star, la madre sotto la corazza del business: insomma, Christa Päffgen sotto “Nico”. Tutto ciò emerge con estrema naturalezza da una sceneggiatura che si concentra sugli ultimi anni di vita della donna, dalla straordinaria performance attoriale di Trine Dyrholm che canta davvero tutte le canzoni, da una fotografia che − alternando naturalismo nelle scene domestiche a un look glamour profondamente anni ’80 nelle sequenze dei live − inquadra perfettamente Nico nel suo ambiente.

Venezia Classici 2017: “Rosita”

Straordinaria serata di pre-apertura della 74a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia con la prima proiezione mondiale di Rosita di Ernst Lubitsch nella nuova copia digitale restaurata in 4K dal MoMA di New York con la collaborazione di The Film Foundation.

Cinema Ritrovato 2017: “Effetto notte” e la musica

L’amore di François Truffaut per il cinema trapela da ogni suo film, ma se dovessimo scegliere una sua opera che sia una vera e propria dichiarazione d’amore alla settima arte questa non potrebbe che essere Effetto notte. Il film racconta la realizzazione di Je vous présente Paméla e l’intersecarsi della finzione con la vita reale. Ammesso che di vita reale si possa parlare, perché su più livelli emerge quella corrispondenza tra Arte e vita che rende difficile distinguere l’una dall’altra.

Cinema Ritrovato 2017: l’arrangiamento per “Fascino biondo”

Sebbene la protagonista indiscussa del film sia Marion Davies, che domina la scena non soltanto per la sua incontestabile bellezza, il titolo italiano Fascino biondo non rende merito né alla brillante sceneggiatura di Agnes Christine Johnstone, Barry Conners e Ralph Spence (quest’ultimo responsabile in particolare dei brillanti dialoghi e delle duecento didascalie di cui il film si avvale) né alle interpretazioni di tutti gli altri componenti del cast, specialmente della divertentissima Marie Dressler nel ruolo della madre di Pat.

Cinema Ritrovato 2017: “Addio giovinezza!”

Esperienza sensoriale magnifica e immaginifica, la proiezione con lanterna al carbone è uno degli appuntamenti del festival irrinunciabili per ogni cinefilo.

Cinema Ritrovato 2017: “Große Freiheit Nr. 7”

Cupo melodramma portuale acceso dal fuoco della passione amorosa in forma di triangolo, Große Freiheit Nr. 7 (1944/1945) è un’opera che parla per metafore sia della situazione della Germania nella prima metà degli anni Quaranta sia della condizione dell’uomo alle prese con l’amore e il desiderio di costruire il proprio destino.