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Speciale “Roma” – parte IV

In un à rebours che più che metacinema potremmo definire “autobiografia interiore” trova risposta il quesito sull’arte che da sempre impegna la riflessione di Cuarón. Intesa come fuga dagli aspetti mostruosi della realtà ha salvato tutti i suoi protagonisti, manifestandosi come racconto orale, pittura, sesso, magia o tecnologia. Ma comporta il rischio tremendo dell’impassibilità, dell’assoluta distanza. È allora essenziale bagnarsi di vita, del liquido primordiale, come insegna l’acqua in cui si immergono prima o poi tutte le sue protagoniste femminili. Non chiudersi nella torre d’avorio di chi si circonda di vuoto. Mai come in Roma si insiste sulla specificità maschile di questo rischio: qui l’arte è quella della guerra, l’arte marziale che dopo aver salvato un ragazzo ne fa un automa pronto a uccidere; l’attenzione maniacale con cui il padre assente – a differenza della madre – pennella da certosino la sua Ford nello stretto ingresso della villa al suono di musica classica.

“Bohemian Rhapsody” perché sì

La nascita di hit stritolaclassifiche come We Will Rock You o Another One Bites the Dust è raccontata con una naïveté che se non si è puristi e si vuole bene al gruppo non mancherà di conquistare. Al centro sempre lui, guidato da un talento mostruoso ma anche da una forma di autodisgusto che parte dall’aspetto fisico (i denti sporgenti che nascondeva con la mano durante le interviste) e continua col rifiuto da parte dei genitori, l’iniziale difficoltà ad accettare le proprie inclinazioni sessuali, la paura di perdere per questo la compagna dei primi anni Mary Austin. “Essere umani è una condizione che richiede qualche anestetico” le dice in riferimento ad alcool e cocaina ma alla sua stessa spinta creativa, al suo approccio dolce e triste, da vecchia diva alle scene (adorava Viale del tramonto e la Minnelli di Cabaret) e alle metamorfosi stilistiche del gruppo, la rincorsa monetaria delle mode come sublimazione del desiderio umanissimo e universale di venir sempre nuovamente accettati.

“A Private War” e la ferita delle immagini

Ciò che i realizzatori fanno, aiutati da una superba Rosamund Pike, è in gran parte agli antipodi rispetto alle convenzioni di questo genere di biopic; più che farne un feticcio inerte, si sforzano di riportare l’eroismo entro limiti di normalità e vicinanza che lo conservino fertile. Marie non è la Giovanna d’Arco dreyeriana, gli occhi rapiti da una verità tanto più grande della nostra da evadere i bordi dell’inquadratura. Addirittura gliene manca uno, portatole via dai miliziani in Sri Lanka, tanto che l’amico e fotografo Paul Conroy (Jamie Dornan) scherza sulla sua incapacità da guercia di vedere il quadro generale delle cose. “I ain’t no fucking pirate!” ride lei della benda nera al suo occhio sinistro, ma è più facile vedere come corsaro (burbero e terreno) che come santo o martire chi rischia la pelle spacciando ai controlli di frontiera degli uomini di Saddam la tessera della palestra per attestato di appartenenza a un’organizzazione umanitaria.

“Il verdetto” tra legge e arbitrio

Lo studio sul personaggio è tutto per Il verdetto – The Children Act. Asciutta e severa fin nel taglio di capelli, svettante come un monumento, la Thompson monopolizza ogni singolo frame. Il veterano del teatro inglese Richard Eyre la mostra incorniciata da finestre, stretta nella folla brulicante di Londra, attraverso porticati e gallerie. Spinge sul rituale di vestizione e sulla gerarchia, allinea i magistrati coi caratteristici abiti tradizionali in lunghe e lentissime processioni. Quest’agente della Legge è un monaco. Alla sardonica risposta di Fiona il marito non si scompone (“ridicolo..”) ma poi le chiede con un ossequio ironico in cui non stonerebbe un Vostro Onore di poter avere un’amante – tanto lei si dà anima e corpo a un lavoro che è più che altro una missione.

“Essi vivono” a Venezia Classici 2018

Occhio ai titoli di testa. Muro di mattoni, binari d’acciaio, nerboruto hobo cammina sacco in spalla lungo le rotaie. Non c’è doppiofondo in Essi vivono. Nemmeno per un secondo prova a imbastire un vero (organico) discorso politico. Da Hawks il giovane Carpenter ha imparato l’arte della firma di lusso, dell’autorialità come brand; soprattutto, un cinema che è gesto, moto di oggetti nello spazio, logica di propagazione fisica. “Azione” nel senso più letterale del termine, Essi vivono va esattamente alla velocità del suo working-class hero John Nada (Roddy Piper). Rilassato, mani in tasca, vagabondando nel tempo libero dal lavoro in cantiere. Solo lievemente scosso dal torpido cielo arancio scuro e dai bisbigli.

“La volpe folle” di Tomu Uchida a Venezia Classici 2018

I boss della Toei Company, per cui Tomu Uchida girò nel 1964 anche questo suo penultimo film, non speravano in un successo internazionale. A frenarli era la doppia difficoltà di un racconto con salde radici nella tradizione orale, filmica e teatrale giapponese ma insieme colmo di uno sperimentalismo che per molti versi sorvola quello di un epoca già tanto audace. A quanto sembra sbagliavano, o almeno, la critica europea non mancò di riconoscere la grandezza di quest’opera e a Venezia La volpe folle fu insignito del Leone d’oro; per questo, sollevati di poter in qualche mondo familiarizzare con un oggetto per certi versi ancor più alieno oggi di quanto non fosse allora, a 56 anni di distanza possiamo parlare di ritorno a casa.

“Dragged across Concrete” di S. Craig Zahler a Venezia 2018

Quest’opera terza fonde ancora una volta studio psicologico e studio d’ambiente nel solco aperto da certi anni ’70: oltre a Lumet insegna Don Siegel, già omaggiato nel titolo del secondo film Brawl in Cell Block 99 che strizza l’occhio a Riot in Cell Block 11; la sua lezione, conflitto fra individuo e contesto, risuona in ogni film di Zahler: antieroi con le mani sporchissime in un mondo ancor più sporco ma che non cessano di incarnare valori e lottare per essi. Dragged across Concrete si può leggere come epilogo di un’ideale “trilogia americana” – un’unica, lenta discesa agli inferi del ventre della nazione.

“Contratto per uccidere” a Venezia Classici 2018

Lo spunto è in uno dei brevissimi 49 racconti di Ernest Hemingway. Siccome un adattamento esisteva già (il capolavoro di Siodmak I Gangsters del 1946) Siegel scelse per differenziarsene di raccontare la storia dal punto di vista degli assassini; ma si era talmente innamorato di un dettaglio di trama da conservarlo e porlo al centro dell’azione: un uomo aspetta immobile, sdraiato sul suo letto, che vengano ad ucciderlo. Nella prima scena i sicari dagli spessi occhiali scuri interpretati da Marvin e Clu Gulager freddano in una clinica per ciechi Johnny North (John Cassavetes) che non si difende. Perchè? Si è chiesto il regista leggendo il racconto. Perchè? Si chiede Marvin e tanto basta a lacerare il fragile velo fra killer e detective.

“Nothing Sacred” di William Wellman a Venezia Classici 2018

Sotto un fuoco di fila di Screwball deviante – le peripezie dell’uomo preso per il naso dalla donna pallide a confronto col gigantesco fondale dipinto della macchina mediatica – cadono radio, giornali, enti di beneficenza, la stessa Hollywood; New York “regina dei grattacieli” come pinnacolo di un’addiction tutta a stelle e strisce per autonarrazione e gratificazione, soddisfatta dai media a forza di robuste iniezioni di pietismo. Parlano il titolo originale, ben diverso dal nostro frivolo “niente di serio”; e il nome della protagonista, la sfortunata Lombard scintillante in una parte perfetta: Hazel come “haze” cioè foschia, annebbiamento. Flaggs come “flag” – bandiera.

“Leone l’ultimo” di John Boorman al Cinema Ritrovato 2018

Ogni volta che ci si imbatte in un film di John Boorman viene da chiedersi come mai non se ne parli molto di più. Il regista inglese nato a Shepperton non ha solo firmato un pugno di classici amatissimi (Duello nel Pacifico, Excalibur e naturalmente Un tranquillo weekend di paura); possedendo come pochi tanto il nerbo del narratore di razza quanto la fiamma del visionario, è fra i migliori esempi viventi della mai abbastanza ribadita labilità di confini fra cinema “basso” e cinema “alto”. E lo è stato quando questa era ancor meno ovvia. Tanto premesso, almeno nel caso di Leone l’ultimo, è plateale la vera e propria scelta di campo di fare un film d’arte.

“None Shall Escape” al Cinema Ritrovato 2018

Quasi per eccesso di coerenza De Toth osa tendere un filo invisibile fra il proprio ruolo didattico e la figura del nazista Wilhelm Grimm (cognome che sa immediatamente di racconto inventato), maestro elementare ferito nel corpo e nell’orgoglio dalla prima guerra mondiale e trasformatosi in catechista di un’ideologia menzognera. Zoppo e intellettuale come Goebbels, ma in Polonia nel primo dopoguerra demonizzato in quanto tedesco come Süss l’ebreo. Un mondo distrutto alle spalle, uno da distruggere davanti a sé. Al riparo dietro la cattiveria inappellabile del suo personaggio, il regista racconta ogni sua malefatta come insieme superata e all’orizzonte. Quando Grimm urla la sua fede cieca nel ritorno del Nazismo, è difficile prenderlo come lo sfogo di un pazzo. La condanna del Nazismo in None Shall Escape è indubitabile. Ma non la fiducia nel futuro. 

“Inizio di primavera” e la mancanza dell’infanzia

Quando uscì Inizio di primavera (1956) Ozu era inattivo da tre anni. Possono non sembrare molti, non era nemmeno la prima volta che lasciava passare del tempo, ma era successo durante gli anni della guerra e parliamo di un cineasta benvoluto dall’industria e dal suo pubblico, abituato a girare a tempo di record da uno fino anche a cinque film l’anno. Si tratti di un caso o dell’aver allentato la catena a un talento ormai maturo e tenuto in stallo, il film è il più lungo fra i suoi trentasette superstiti. 144 minuti di urgenza e densità tali da rischiare di confondere le acque, come un oggetto che sfoca per l’eccessiva vicinanza all’occhio.

“Where It Floods” al Future Film Festival 2018

Inizialmente Where It Floods lascia confusi, con anche un pizzico di senso di colpa. L’itinerario fra gerghi, dinamiche e luoghi familiari è reso straniante dall’aspetto di breve (neanche cinquanta minuti) e piuttosto bidimensionale film d’animazione; un mondo che sentiamo di conoscere affiora appena dall’acqua. Marito e moglie con l’unico figlio vivono ancora nella casa di sempre nonostante un’alluvione abbia sommerso gran parte delle terre circostanti. Nei dintorni non c’è quasi più nessuno, l’unica cosa che li trattiene lì è l’ostinazione dell’uomo a non abbandonare ciò che appartiene alla sua famiglia da ben sette generazioni.

“Insects” al Future Film Festival 2018

“Sarà il mio ultimo lungometraggio” ha detto Jan Švankmajer dando inizio al crowdfunding che gli ha permesso di portare a termine il film. Fra le cause addotte la bella età di 84 anni, l’impegno a tempo pieno richiesto dalla sua ricetta – surreale miscela di animazione che lo ha imposto come pioniere della moderna stop motion – e la sempre maggiore difficoltà a produrre e distribuire un cinema tanto di nicchia. Ciò premesso non è una coincidenza a legare l’annunciato “pensionamento” e un certo carattere autoriflessivo del film. Andrew Johnston del New York Times aveva la sua parte di ragione quando scrisse che “malgrado i riferimenti culturali e scientifici c’è nel suo immaginario un’accessibilità radicata nel linguaggio comune dell’inconscio, che lo rende egualmente gratificante per gli ipercolti e per chi semplicemente apprezza la stimolazione visiva”. L’aveva lui stesso quando teorizzò l’atemporalità del cinema di animazione, destinato a non invecchiare mai mentre gli altri film si riducono poco a poco a reperti della propria epoca. Ma Švankmajer sa anche, forse a malincuore, di rivolgersi a un’élite. E la lascia con Insects da metabolizzare.

Kane, il Graal, e le chiavi per comprendere “Ready Player One”

Impossibile allora resistere al fascino della vicinanza di The Post, gemello eterozigote a cui l’ultima fatica del regista è legata specularmente. Da una parte il racconto storico ricollocato nel contingente o addirittura nel futuro. Dall’altra la distopia futuribile tesa alla ricerca, nel passato umano e iconografico, della propria identità. Un cinema “dell’omaggio” che passa per il rispolvero del proprio arsenale narrativo, e un cinema autoreferenziale (il campo da gioco sono gli anni ’80 tirannicamente dominati proprio da Spielberg) che sfocia nella celebrazione ultracitazionista di un intero e spesso “altro” mondo di fantasia. Ma siccome il gemello più grande nasce per secondo Ready Player One contiene anche da solo l’intero dualismo, euforia tecnologica e detection esistenziale, baluardo del classico e insieme punto di non ritorno della bulimia auto-ammiccante di questi ultimi anni.

Il cinema di Martin McDonagh: “Six Shooter”

Nei ventisette minuti dell’esordio Six Shooter (2004), accolto con l’Oscar al miglior cortometraggio, c’è tutto quello che Martin McDonagh mostrerà in seguito, fino al recente exploit di Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri. Il tono sempre in bilico tra farsa e tragedia, l’attenzione per il casting e la direzione degli attori, la violenza con cui volano piombo e pugni ma soprattutto parole. Fin dall’esordio si rivela l’inclinazione del regista anglo-irlandese verso una teatralità densa e snervante (spazi chiusi, ritmo e tensione in mano ai dialoghi); niente di che stupirsi trattandosi di un drammaturgo fra i più rispettati della sua generazione.

Il bambino e l’ipocondriaco, il Woody Allen di “La ruota delle meraviglie”

Vocabolario di Woody Allen: il jazz e il vaudeville, la pura meraviglia del cinema, i primi amori, le locandine ingiallite, la madreperla dei lungomare. Il bambino che fu prende di prepotenza il sopravvento sul New Yorker ipocondriaco e sogna nella sala buia. Film fra i suoi più magici e sentiti, sfociano puntualmente nei risvegli più dolorosi. È così per pietre miliari come Radio Days e La rosa purpurea del Cairo. È così (nei due secondi di un occhiolino allo spettatore) per il sottovalutato La Maledizione dello scorpione di giada. È così anche per La ruota delle meraviglie.

“What He Did” a Gender Bender 2017

Un mistero insondabile si racconta volontariamente e senza filtri a una cinepresa. Tutto qui il fascino ambiguo di What He Did. In poco più di un’ora ripercorriamo la strana vicenda di Jens Michael Schau, dalle campagne danesi dell’infanzia alla grande Copenhagen, dalla scoperta della sua omosessualità al ‘fun’ della scena gay anni ’70, fino alla storia di 13 anni con il celebrato romanziere Christian Kampmann e alla scoperta della vocazione letteraria. Poi le crisi depressive che nel 1988 lo portarono all’omicidio del compagno, i sette anni trascorsi in un ospedale psichiatrico e il rifiuto di uscire in strada per paura di essere riconosciuto.

“Pushing Dead” a Gender Bender 2017

Quando volete assicurarvi che un film vi abbia convinto davvero, al di là della vostra capacità di razionalizzare sui suoi meriti oggettivi, provate a chiedervi “e se fosse l’ultimo?”. Andate col pensiero a quel vicolo cieco (dead end) di cui siamo in ogni momento vagamente coscienti pur tentando di spingerlo (to push) più lontano possibile da noi; avere vicina quell’ora e tre quarti, o due, o tre di immagini in movimento vi dà il giusto senso di serenità? Non serve un film eccezionale, solo un’esperienza pienamente soddisfacente. Per chi ama il cinema non è così raro. Pushing Dead invece è rarissimo, perchè è il film che non solo ha tutte le carte in regola per passare il nostro piccolo test cine(cro)filo, ma vuole farlo.

“Signature Movie” a Gender Bender 2017

Il cuore che batte in Signature Move è quello della sceneggiatrice/protagonista Fawzia Mirza, canadese di origini pakistane, lesbica, alle spalle due noiosi anni di avvocatura e poi stand-up comedy, televisione, infine cinema. I monologhi del suo show Me, my Mom and Sharmila sulla percezione dell’omosessualità in medio oriente, la satira di The Muslim Trump Documentary in cui si reinventa ipotetica figlia pakistana di Donald Trump, la sua esperienza di vita confluiscono qui in un racconto che tradisce il dato biografico solo lo stretto indispensabile per darle un personaggio in cui proiettarsi.