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“Una squillo per l’ispettore Klute” e il paradigma della nuova femminilità

Può sembrare incredibile che Una squillo per l’ispettore Klute sia uscito nel 1971, un anno prima dello scandalo Watergate. Il film che apre la cosiddetta “trilogia della paranoia” di Alan J. Pakula, proseguita con Perché un assassinio (1974) e conclusasi con Tutti gli uomini del presidente (1976), esemplifica talmente bene il clima di insicurezza e sbandamento morale che siamo abituati a identificare col nome di Richard Nixon da lasciarci per un attimo spaesati quando ricostruiamo la cronologia. Questione dell’arbitrarietà di certe periodizzazioni, ovviamente: la paranoia dei primi anni ‘70 non nasce (solo) con Nixon, ma affonda radici intricate e complesse nei due decenni precedenti, legandosi solo in parte a macroscopici shock nazionali come l’omicidio Kennedy e il Watergate.

“Il fantasma dell’opera” e la Hammer. Il pianto del mostro e l’orrore del bello

Nella lunga storia di successo della Hammer Film Productions, Il fantasma dell’opera rappresenta forse il primo vero passo falso, almeno in termini commerciali. Distribuito in America dalla Universal, forte di un budget più cospicuo rispetto alla media dello studio inglese ed abbastanza “sulle mappe” da far pensare per qualche tempo a una possibile partecipazione come protagonista di Cary Grant, Il fantasma fece fiasco al botteghino, e ancora oggi è ricordato soprattutto “per singole sequenze da cui emerge il talento registico di Fisher” (Mereghetti). Al di là del disaccordo per la freddezza con cui è stato storicamente trattato, questo film riuscito a metà, piatto nella scrittura ma spesso folgorante nella messa in scena, appare oggi come un prezioso summa del percorso della Hammer fino a quel momento, fra le chiavi migliori per dischiudere i segreti del suo affascinante mondo.

Gli universi di “Jumanji”, Spielberg, e il sentire tecnologico

La misura del tempo passato emerge dal confronto con chi fra gli esponenti della “vecchia guardia” si è misurato di recente con il gaming. Pensiamo a Steven Spielberg, il cui Ready Player One, collocandosi a metà fra primo e secondo reboot, mette in scena un futuro completamente immerso tramite sofisticati visori in una variopinta e iperdinamica realtà virtuale, e dove la personalizzazione dell’avatar secondo le regole degli RPG consente di nascondersi in bella vista, proiettando un’immagine di sé che spesso non collima con la vera personalità del giocatore-utente. Pur molto più vicino ai nuovi Jumanji che non all’originale nella proposta narrativa, per la sensibilità che vi è profusa Ready Player One può dirsi un’opera di transizione fra queste due diverse epoche del sentire tecnologico.

“Memorie di un assassino”. Sulle tracce di Bong Joon-ho

Com’era prevedibile, lo storico trionfo di Parasite agli Oscar ha riacceso l’entusiasmo del pubblico italiano per Bong Joon-Ho. La famiglia Kim torna di prepotenza in cima al nostro box-office, ma c’è da sperare che il tremendo quartetto non basti da solo a saziare la voglia di conoscere questo grande autore contemporaneo. In circostanze così favorevoli infatti, quella che rischiava di passare sotto silenzio come l’ennesima riscoperta tardiva per pochi appassionati, potrà forse attrarre più attenzione attorno a un classico (da noi) passato in gran parte sotto silenzio. Non parliamo di Parasite ovviamente, ma dell’altro film di Bong in sala in questi giorni, giunto dopo tredici anni dall’uscita a colmare finalmente la lacuna della mancata distribuzione cinematografica in Italia col titolo Memorie di un assassino.

Bong Joon-Ho e l’eredità di “Il silenzio degli innocenti”

Non stupisce che un autore così politico e attento al racconto della stratificazione sociale come Bong Joon-Ho possa aver trovato un film-faro in Il silenzio degli innocenti, citato e rielaborato con tale insistenza da dare la sensazione di potervi ricondurre gran parte della sua opera come a una matrice originaria. Se quasi subito non sembrò casuale la scelta di inserirsi con Memories Of Murder (2003) proprio nel filone serial killer inaugurato dal film di Demme (per arrivare al limite del calco nella sequenza dell’autopsia, col rinvenimento di un corpo estraneo in un orifizio della ragazza assassinata) da allora il debito si è rinnovato film dopo film, informando molti dei principali tòpoi del cinema del sudcoreano.

L’eroico infantile – Speciale “Richard Jewell” IV

Pur nella delusione di vedere Richard Jewell fuori dai giochi, prevedibile in luce del clima politico hollywoodiano e del fiasco al box office Usa, il fatto che solo Kathy Bates sia stata candidata all’Oscar per la sua interpretazione della madre del protagonista ha perlomeno l’utilità di evidenziare come centrale un aspetto del film, l’essere genitori, il cui ruolo nel racconto di questa straziante vicenda reale ha radici profonde nella contorta anti-mitologia dell’eroe eastwoodiano. C’è indubbiamente una linea pedagogica nei film di Eastwood, rintracciabile in rapporti genitore-figlio dove la trasmissione dei migliori valori americani va a braccetto con un’eredità diversa, fatta di quella violenza e solitudine che quasi fatalmente sembrano appartenere al popolo statunitense.

“Le Mans ’66 – La grande sfida” tra saggio e agiografia

Le Mans ’66 scintilla al sole come le macchine di Ferrari e Shelby, con le loro linee morbide, la tenuta di strada, il maestoso ruggito del motore, e in linea con gli artisti che le progettavano si pongono i realizzatori: per lo spettatore stanco di correre, di casino, di falsità, di tutta quella gente, hanno in serbo un’esperienza tattile – dunque autentica – fatta di vernici lucide, sedili in pelle rossa che scricchiola, confortanti coperture in legno – le venature esposte, caldissime – e ancora orizzonti aperti, parole franche che schiacciano quelle meschine e interessate, respiro ampio che enfatizza il suo stesso carattere classico. E se serve una firma, oggi non c’è artigiano specializzato che sia pari a James Mangold per capacità di farci sentire a casa, al riparo dalla tempesta, nel rifugio del Cinema Di Una Volta.

“Waiting for the Barbarians” di Ciro Guerra a Venezia 2019

Due anni dopo, un po’ in sordina e quasi a fine corsa, Waiting for the Barbarians sbarca finalmente a Venezia 76, confermando – se non del tutto le aspettative, con un budget non all’altezza delle ambizioni e Guerra purtroppo trattenuto malgrado la tematica congeniale – almeno la piena appartenenza al percorso di Fitzgerald, cineasta “herzoghiano”, impervio, inseguitore del selvaggio e della follia e capace insieme di veementi affondi politici. Del romanzo di Buzzati, che via Zurlini non può – ed è un problema – non gettare sul film un’ombra anche visiva e scenografica, il film riprende l’idea di un frontierismo tanto futile quanto ineludibile, tanto esteriore quanto interiore, per mettere in scena, in una non meglio precisata provincia mediorientale del declinante impero britannico, una scoperta metafora storica sulla fallibilità di ogni tentativo di ergere muri fra gli esseri umani.

“The Painted Bird” di Vàclav Marhoul a Venezia 2019

Bellissimo da vedere, molto più difficile da giustificare: questo il sentore generale intorno al kolossal (pseudo)storico di Vàclav Marhoul su un bambino ebreo che attraversa gli orrori della seconda guerra mondiale. Il regista ceco guarda in senso ampio al grande cinema d’autore nordeuropeo, di cui ripropone ieratismi e preziosità visive ma soprattutto la forza d’urto dei suoi esponenti più famigerati. Nelle tre ore turgide, martellanti di immagini e parche di parole di The Painted Bird succede veramente di tutto, da mutilazioni genitali femminili che scommettiamo scalderebbero il cuore di Lars von Trier, a una sequela di animali agonizzanti che sembra uscita direttamente da quello gelido di Michael Haneke, ed è meglio fermarsi qui, prima di rovinare le molte altre perle che con forza inventiva (dovuta al romanzo di Jerzy Koziński) e di messinscena il film regala a piene mani dall’inizio alla fine.

“Blanco en Blanco” di Théo Court a Venezia 2019

Il nucleo centrale di Blanco en Blanco sono le sequenze dedicate all’allestimento della scena davanti all’obiettivo, che richiamano alla mente l’agghiacciante personaggio del fotografo forense interpretato da Jude Law in Era mio padre (2002), un quasi-entomologo pronto a manipolare i suoi soggetti inerti e se necessario a dar loro lui stesso il colpo di grazia. Lo stesso asfissiante senso di controllo, di spersonalizzazione del corpo impotente nelle mani del ritrattista (un Castro glacialmente perfetto) aleggia qui nei ritratti della bambina rigida, riluttante ai suoi comandi, corretta nella posa e nella mìse come una bambola di pezza, e nel finale in cui maniacalmente compone la foto-trofeo del massacro di tre nativi.

“Sodràsban” di István Gaál a Venezia 2019

Esordio nel cinema di finzione di István Gaál, con cui storicamente si fa iniziare la new wave ungherese, Sodrásban (“La corrente”, 1964) imbastisce sul delicato bozzetto impressionista dei primi minuti un coming of age di straordinaria concisione e forza espressiva, quella che a volte troviamo anche in certo cinema giapponese, capace con poche pennellate di svergognare le più laboriose costruzioni concettuali e lambire direttamente l’Assoluto. Inizia dal pomeriggio estivo in riva al fiume di un gruppetto di studenti diciottenni: nuotano, corrono, giocano a calcio, tentano un approccio amoroso. A un certo punto scattano una fotografia, dove – tutti coperti di fango, con smorfie divertite in faccia e bastoni in mano – potrebbero sembrare Peter Pan e il suo codazzo di Bimbi Sperduti. Neanche un’ora e mezza dopo, quando quella foto viene di nuovo inquadrata, a riguardarla sembrerà passata una vita.

“Ema” di Pablo Larraín a Venezia 2019

Più di uno spettatore qui a Venezia ha creduto di vedere in Ema una sterzata nel cinema di Pablo Larraín, tentazione comprensibile perché per una volta il regista cileno non mette in scena apertamente nè la Storia nè la biografia, e sostituisce al suo stile consueto, quell’inconfondibile ibrido semi-documentaristico che si ingrigiva mimetizzandosi da materiale di repertorio per toccare ancor più con mano i contesti esplorati, un elegante tocco arthouse che fa proprio in senso ampio il concetto di performance (danza, teatro, street art ecc) e lo pone apparentemente più nelle vicinanze del Suspiria di Guadagnino che non di Post Mortem o Tony Manero

“Radiazioni BX: distruzione uomo” di Jack Arnold a Venezia Classici 2019

Radiazioni BX: distruzione uomo è spesso considerato l’esempio più ragguardevole di quell’esistenzialismo fantascientifico anni Cinquanta che si esplica nell’estraniamento della dimensione del quotidiano e del domestico. Più ancora di L’invasione degli Ultracorpi (Don Siegel, 1956), da cui lo distingue l’assenza di infiltrati e piani di conquista, fattori scatenanti ancora isolabili per quanto profondamente innestati nell’ordine sociale, è infatti questo il film che traccia una linea diretta fra il malessere del protagonista e la sua quotidianità, fra i disagi e pericoli che affronta e la conformazione – in sé immutabile eppure progressivamente sempre più inquietante – dell’ambiente domestico.  Impercettibilmente, il film scivola dalla perdita di contatto col mondo conosciuto (ma anche grigio, scontato, qualunque) della prima parte, a quella che potremmo definire la “redenzione avventurosa” di quel mondo nella seconda, che ancora proprio nella casa, fra i suoi oggetti quotidiani restituiti a una dimensione di scoperta e applicazione di pensiero, ambienta un vero e proprio percorso di riappropriazione dell’humanitas, culminante in un finale del pari scientista e misticheggiante in cui Carey, riconosciuta come l’uomo del Rinascimento la vicinanza fra l’incommensurabilmente grande e l’incommensurabilmente piccolo, ed avendo concluso con Protagora che “la mente umana è misura di tutte le cose”, si annulla in un atto di pacifico mutuo riconoscimento, fondendosi letteralmente con l’universo.

“Apocalypse Now – Final Cut” al Cinema Ritrovato 2019

Come entra in questa storia la versione del 2019 denominata Final Cut, presentata dal regista in anteprima europea al Cinema Ritrovato? “Quella del ’79 continuava a sembrarmi troppo breve e Redux iniziava a sembrarmi troppo lungo. Una via di mezzo poteva essere la soluzione”. In realtà, l’impressione non è tanto quella di una “via di mezzo” quanto di una versione light, appena un po’ più snella, del mastodonte del 2001. Le integrazioni ci sono tutte, dal colloquio iniziale di Willard alla scena in cui Kilgore/Duvall perlustra il fiume Nung chiedendo al megafono che gli sia restituita la sua “bella tavola”, dall’incontro con una tigre al lungo monologo di Kurtz, fino al segmento coi relitti francesi della guerra in Indocina che completa l’Odissea fondendo insieme Lotofagi, Calipso e Circe. Si può concordare con le parole di Coppola e trovare in Final Cut il compromesso perfetto, o al contrario pensare che questo terzo montaggio non dia nè la soddisfazione immersiva dell’originale nè la trance da saturazione totale di Redux.

“L’albero della vendetta” al Cinema Ritrovato 2019

Il mistero in L’albero della vendetta non giace nel gioco dialogico; anzi, al netto di quella “certa teatralità” spesso rilevata dalla critica, non c’è niente di strano nei personaggi di Boetticher per come parlano. In questo sono davvero classici eroi da B-movie. È invece la loro collocazione, nello spazio e nel gioco di luci e ombre, a parlare. Il gigantismo del Cinemascope perde ogni connotato di onniscienza, di visione libera ed ariosa: sempre più cosci di una costitutiva incapacità di vedere l’Altro che pure sappiamo esserci, in tutta quest’immensità di sguardo cominciamo a sentirci soli. 

“Moulin Rouge” al Cinema Ritrovato 2019

Nel film il dato fisico della statura del pittore si carica di una precisa valenza simbolica. Figlio del “matrimonio sbagliato” fra due cugini di primo grado, dopo una caduta in cui si frattura entrambi i femori si scopre affetto da malformazione congenita. La notizia causa il crudele abbandono da parte della sua compagna di giochi ed amore infantile, che gli dà dello “storpio” incorniciata come in un ritratto dalle spire di ferro di un paravento. L’artista del Moulin Rouge nasce assieme allo zoppo, sulle ceneri di un amore bruciato da due lati. La deformità è una categoria esistenziale (e com’è buffo che quello che guardiamo sia in realtà un attore perfettamente sano, il suo nanismo un’illusione d’artista).

“Per qualche dollaro in più” al Cinema Ritrovato 2019

In Per qualche dollaro in più, le accuse di disimpegno che piovevano sul regista trovano il bersaglio perfetto. È davvero tutto ciò che si diceva di lui (forse non così “amorale” però capiamo); un cinema giocato in cortile, di sguardi storti e pistole finte, ma con che senso di libertà! C’è la struttura triadica (o trinitaria) di Il buono, il brutto, il cattivo e la vendetta finale di C’era una volta il West, ma senza il respiro storico del secondo né l’idea di almeno una trasversalità rispetto alla Storia del primo. La narrazione non entra in dialettiche di sorta, il cinema è motore a se stesso.

La Marvel è cinema – Speciale “Avengers: Endgame” III

Classica o no, l’esperienza-Endgame resta cinema. E di cinema si nutre, come sempre in casa Marvel. La fantascienza per esempio, nell’accezione shelleyana che mette in guardia dall’arroganza del Genio-miliardario-Playboy-Superuomo, è sempre tornata utile a un universo che ha per codice morale il Gruppo, e teme l’individualità quando questa non sa rientrare in una logica collettiva. Alien, Terminator, Jurassic Park, La Cosa, King Kong, Men in Black, Star Wars e Frankenstein hanno tutti fatto capolino nel corso degli anni per ricordarcelo. Ma oggi è tempo di nostalgia, e forse in effetti ci andiamo negli anni ’50: è tempo di Ritorno al futuro. Nominato e rivisitato innumerevoli volte, del capolavoro di Zemeckis basta il titolo a rendere a perfezione l’idea di nostalgia futuribile, di andare avanti guardando indietro, che permea tutto Endgame

Speciale “The Mule” V – Eastwood e la libertà

Il regista può così parlare di sé come da un’intercapedine, storia fra storie nell’affollata galleria che viene allestendo da ormai cinquant’anni. Parla di libertà, anzi parla libertà, concedendosi come un ballo o un pranzo, come un ultimo respiro, un frasario con cui sa bene che nessuno che non abbia 89 anni e non si chiami Clint Eastwood potrebbe mai cavarsela oggi. Cupamente in pari col paese reale – come quando gli agenti DEA perquisiscono un messicano, “statisticamente i cinque minuti più pericolosi della mia vita!” – lui, che non votò Trump ma aveva dichiarato di preferirlo all’avversaria Clinton perchè “almeno dice quello che pensa”, sposa in un dolly finale da K. O. l’ormai famigerato muro del presidente-barzelletta e quello, nominalmente la barricata opposta, della Hollywood che gli è sempre stata famiglia.

Elegia del cinema senile

Si può fare un film senile che guarda alla morte col sorriso? Tanti grandi old timers sembrerebbero smentire. Il Duca Wayne se ne andò male, nel sangue proprio e altrui, con Il pistolero di Don Siegel. Huston chiuse con tre capolavori (Sotto il vulcano, L’onore dei Prizzi, The Dead) che puzzano letteralmente di morto. Johnny Cash rifece Hurt. Perfino Clint Eastwood sentì in Gran Torino il bisogno catartico di fare i conti col lato buio della sua luna, mentre il prossimo Il corriere – The Mule che tutto lascia supporre nuovamente testamentario parlerà di un vecchio corriere che trasporta, ignaro, un carico mortale. Però nessuno di loro è Sundance Kid. I momenti migliori in Old Man and the Gun sono quelli con Tucker/Redford che si stiracchia al sole caldo e così affine al suo mito della sua casa in campagna. Quando gli chiedono se c’è un motivo per cui l’ha presa in vista di un cimitero risponde di no, e si può credergli.