Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“Bachelor’s Affairs” di Alfred L. Werker al Cinema Ritrovato 2018

Bachelor’s Affairs di Alfred L. Werker è una commedia romantica di quel più ampio genere che, negli anni Trenta, tentava di far dimenticare al suo pubblico la Depressione ed i problemi che essa portava con sé. Così in quel mondo tutto dorato, che questo film ritrae, è immancabile il lieto fine, così come sono indubbi i begli abiti, le lussuose ambientazioni déco e la vita pacifica e serena, nonostante le piccole avversità di un matrimonio sbagliato. La cattiva sorella maggiore Stella viene punita per i suoi tentativi di arrivismo, ma la sua miseria, quella che l’ha trasformata in arrivista, è solo apparentemente accennata in qualche dialogo, ma mai approfondita: per lei non c’è alcuna pietà. Ciò che trionfa è l’amore vero che vede il buon Andrew felice, per aver sistemato la piccola Eva ed anche per aver trovato una compagna più adatta alle sue esigenze.

“L’appartamento” di Billy Wilder al Cinema Ritrovato 2018

Il suicidio non era un tema così amato dalla commedia hollywoodiana e su cui era facile creare gag, o meglio non era facile farlo con le intenzioni di Wilder. Ci avevano provato altri, alcuni più famosi come Frank Capra, ma anche registi meno noti come George Marshall in La mia amica Irma. Wilder però aveva come obiettivo lo sradicamento del perbenismo americano, e attaccava su tutti i fronti il sistema classico, pur restandogli fedele. Così anche se i suoi personaggi durante il corso della narrazione tolgono la maschera, ciò che nel lito fine, ironico e geniale, Wilder attua è un finto smascheramento per mostrare quanto falso sia il cinema. In quell’appartamento, dove Lemmon ha appena gettato la pistola in uno scatolone e poco dopo gioca a carte con la MacLaine, ci sarà mai un vero lieto fine?

“Parigi è sempre Parigi” di Luciano Emmer al Cinema Ritrovato 2018

Un gruppo vacanza, imprescindibilmente mal assortito e quindi eterogeneo, da Roma va a Parigi per passare una sola giornata di svago e vacanza. Siamo nel dopoguerra ed i sintomi tragici si mostrano, velati da un’aria di leggerezza, attraverso quelle battute giocose, ma inclementi, che grandi attori del cinema italiano si scambiano fra loro. Come quando Andrea De Angelis, interpretato da un meraviglioso Aldo Fabrizi, pensa e sostiene, nella sua genuina ignoranza, che a Notre-Dame manchi una torre a causa dei bombardamenti.

“The Decaying” all’Asian Film Festival 2018

The Decaying non vuole essere un film politico, ma cerca di mettere in risalto ciò che affligge le Filippine. Un paese che risulta spaccato a metà, da un lato prova un’odio a tratti xenofobo verso gli americani che si atteggiano da padroni, dall’altro c’è chi proietta in loro l’idea che siano i “salvatori” a cui bisogna essere “fedeli”. Ma questo non è il solo punto su cui Calvento si concentra. Il desiderio del regista, come ha detto alla conclusione della proiezione, è mostrare la realtà filippina riflettendo sulla violenza da cui è afflitta e che ne coinvolge sia l’ambito domestico che quello pubblico. Quindi un cinema che, come ha detto Calvento, va contro ciò che la maggior parte del pubblico filippino vuole vedere quando, sporadicamente si reca al cinema.

“Malila: The Farewell Flower” all’Asian Film Festival 2018

Nella prima parte di Malila: The Farewell Flower la ricongiunzione di corpi e anime è sempre al centro del quadro, anche nei campi lunghi: quando Shane e Pitch camminano disgiunti nel bosco in un modo o nell’altro Anucha Boonyawatana, la regista, riesce ad avvicinali. Nella seconda, invece, Shane parte, insieme ad un altro monaco, per raggiungere un luogo appartato nella foresta in cui poter praticare un’intensa meditazione. Non c’è più la carnalità a legare Shane e Pitch bensì le loro anime che, nella privazione più totale e nella fusione umano-natura riescono nuovamente a congiungersi: anche se in modo granguignolesco.

“Sea Serpent” all’Asian Film Festival 2018

Il regista Joseph Israel Laban si basa su vicende realmente accadute e su alcuni ricordi d’infanzia. Una storia che è un po’ quella di una famiglia e di conseguenza quella di un intero villaggio, ma non sono solo personaggi fittizi, poiché ciò che viene mostrato non è solo finzione. Infatti emerge tutta una cultura della pesca, della cucina, dei rituali e della vita comune che fanno somigliare alcune scene a quelle più proprie di un documentario. Gli orari di pesca, la cura delle reti e delle barche, pulire il pesce e cucinarlo fanno parte di rituali abitudinari.

“A Beautiful Star” all’Asian Film Festival 2018

Yoshida Daihachi mette in scena una storia che, tratta dal romanzo fantascientifico Stella meravigliosa di Mishima Youkio del 1962, usa l’idea del paranormale come scusa per fare un film in cui mettere in costante relazione dinamiche famigliari complesse e problemi ambientali contemporanei. Daihachi fa sì però che questa sorta di propaganda ambientalista, con innesti di inspiegabili misteri, non sia vista esclusivamente in maniera positiva, bensì essa può creare, nelle menti delle persone, anche eccessive paranoie. Il regista ha infatti una visione, o così può sembrare, estremamente pessimista verso il futuro del pianeta terrestre e, come sempre, gli alieni sono visti come una specie superiore perché scruta dall’alto l’attività umana.

“One Night on the Wharf” all’Asian Film Festival 2018

One Night on the Wharf è il film d’esordio di Han Dong, noto poeta e scrittore cinese. Ha deciso infatti di adattare “un suo lavoro, At the Pier” per ottenere quella che risulta essere “una commedia graffiante e divertente” che pone al centro, di quel piccolo mondo, l’amore incondizionato per la poesia: presenza costante nonostante gli imprevisti. Privilegiando campi lunghi e piani americani, non lascia mai i personaggi da soli, seguendoli con la macchina da presa in ogni loro movimento. Un film composto per lo più da personaggi maschili, alcuni estremamente infantili, mentre le poche donne presenti sono descritte come forti e intraprendenti: sembrano quasi figurare come eroine di cui gli uomini non possono fare a meno, ma a cui loro non sono mai succubi.

“A Fish Out of Water” all’Asian Film Festival 2018

A Fish Out of Water di Lai Kuo-An ha una scansione temporale insolita, fatta di continui salti nei ricordi: quelli di Yi-An che vengono solo raccontati a parole e quelli dei genitori, che si alternano e in cui lo sguardo della macchina da presa sprofonda nella loro più intima coscienza. Il regista taiwanese, presente alla proiezione, ha raccontato che l’idea è tratta dalla vita di un suo amico, ma durante la stesura dello script il padre aveva iniziato a stare male. Così ha deciso di attingere anche dal proprio bagaglio di conoscenze e da quei ricordi finiti nel dimenticatoio. Lai Kuo-An voleva che A Fish Out of Water si rivolgesse anche alle vite, ed alle esperienze, dei suoi spettatori e che ciascuno riuscisse a trovare, in quel puzzle di memorie, qualche ritaglio di sé.

“Hollywood Party” per Cinema e Sessantotto

Hollywood Party è puro ritmo, divisibile in più tempi, che si avvia verso un crescendo vorticoso e frenetico per poi chiudersi quietamente. Una scansione temporale, metricamente perfetta, proveniente da una narrazione che procede per gag al cui centro c’è sempre Peter Sellers nei panni dell’indiano Hrundi, rispettoso e impacciato, che non riesce a trovare il suo posto nell’ambiente che lo circonda. Un personaggio che tenta di mescolarsi agli altri, ma che, non riuscendoci perché puro come un bambino, porta all’inevitabile collasso quel mondo: composto da gente fasulla ed irrispettosa, interessata solo al denaro, che Hrundi, per un disguido o per l’altro, smaschera continuamente. Si pensi ai parrucchini degli ospiti maschili alla festa ed alle parrucche indossate dalle donne: tutti mascheramenti che vengono svelati più volte (dal personaggio più “mascherato”).

“Novecento” tra leggenda e storia

Novecento si apre con i titoli di testa che appaiono sul quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, che la macchina da presa, dapprima stretta su un primo piano dell’operaio al centro dell’opera, attraverso un quieto movimento si allontana fino a mostrare il dipinto nella sua interezza. Chi è stato al Museo del Novecento a Milano sa che all’inizio del percorso, dell’esposizione permanente, è situato, da solo, quello stesso quadro: un chiaro simbolo e manifesto del Novecento. Come gli operai del quadro i contadini del film vanno incontro al nuovo secolo e alle sue novità.

“Ogni opera di confessione” tra affetto e malinconia

Da quanto si evince dal documentario chi popola questa discussa area di Reggio Emilia sono le famiglie di rom, i gruppi di preghiera che riportano in vita luoghi in disuso (per le loro funzioni religiose) e alcune persone anziane. Il protagonista o meglio lo sguardo che, unificandosi a quello del suo spettatore, fa iniziare questo racconto di immagini e suoni, ma senza alcun dialogo, è quello di un uomo d’età avanzata che ha deciso di trasferirsi in un attico che si affaccia proprio su quel complesso di capannoni abbandonato. Un tempo quel complesso abbandonato fu un importante “agglomerato” industriale, specializzato nella produzione aerea e ferroviaria: le officine meccaniche reggiane.

“Ricomincio da noi” e il cinema dell’accuratezza

Ricomincio da noi vuole suggerire che non c’è un tempo giusto per fare l’amore, non c’è un tempo giusto per il divorzio né per un unico grande amore. I limiti sono imposti dalla predisposizione delle persone nel farsi condizionare la vita dagli altri. È questa l’impronta che accomuna i tre protagonisti ed i loro amici del circolo di ballo. Loro, insieme, ballano, creano coreografie e organizzano uno spettacolo per una raccolta fondi, a favore delle persone anziane che muoiono di freddo. Un spettacolo che permette così all’intero corpo di ballo d’essere conosciuto. Il regista Richard Loncraine, noto soprattutto per Riccardo III (1995) e Wimbledon (2004),  torna a parlare dello sport e della competizione: nel tennis come nel ballo, ma anche in amore.

L’eroina apatica di “Lady Bird”

È estremamente comprensibile il motivo dell’accoglienza così calorosa verso questo film, che è apparentemente semplice e lineare. La Gerwig ha infatti creato una tela su cui disporre tematiche come l’aborto, l’omosessualità, la religione, il suicidio, e le ha abilmente intrecciate. Ha realizzato così un film che, al primo impatto, sembra narrare solo di un’adolescente e del suo rapporto controverso con la madre, ma che successivamente, se sottoposto ad uno sguardo più vigile, si fa rivelatore di altre tesi. Questioni che non vengono né approfondite, né  drammatizzate, ma che propio per questo accadono come se non potessero far altro: sono un tutt’uno con la fabula e con la sua concretezza visiva.

La finestra, il cristallo e il tempo in “La grande illusione”

In La grande illusione nulla è lasciato al caso, da un movimento di macchina su un dettaglio alla disposizione degli ambienti, al linguaggio parlato, e così via. La finestra, che tanto ricorre nei film di Renoir, anche qui è più volte elemento chiave della narrazione: va coperta per non essere visti, dà luce e quindi allontana il buio funesto (sia per l’uomo, sia per un fiore), è una via di fuga ed attraverso essa si è spiati, da qualcuno e dalla macchina da presa allo stesso tempo.  La finestra dà forma alla cornice, suddivide in piani e proporzioni, è qualcosa che per Renoir è importante sottolineare. Ciò che è fuori dal campo visivo va usato solo in determinate situazioni, giocando con ombre, allusioni e paure dei personaggi.

La forma della purezza ovvero “La spina del diavolo”

Se nel suo ultimo film l’acqua è un elemento basilare, anche in questo frangente ha un ruolo fondamentale. Il film inizia e finisce con una cisterna sotterranea, il bambino fantasma perde sangue che fluttua nell’aria come se fosse nell’acqua. Tornano anche gli insetti, suo elemento immancabile: dapprima le lumache che i bambini raccolgono per giocare e successivamente le mosche, che prima di essere viste se ne percepisce il forte ronzio. Del Toro tiene astutamente alta la tensione ponendo nel cortile quell’ammasso di ferraglia, dotata di un suo ticchettio, e la trasforma in maniera curiosa da mostro inanimato a totem temuto e venerato allo stesso tempo.

Omaggio a Guillermo del Toro: “Cronos”

Del Toro dipinge così il ritratto visionario di un vampiro languido, che inizialmente non sa di esserlo e che si rivela essere solo un uomo letteralmente a brandelli e a cui un destino infame si è ritorto contro. Fin da questa sua prima opera – che segna anche l’inizio del lungo sodalizio con il direttore della fotografia Guillermo Navarro – si possono riscontrare la cura che del Toro conferisce alle scenografie e le sue più caratteristiche ossessioni per gli insetti, le imperfezioni, il trucco. Colori, oggetti, ogni dettaglio e azione è densa di significati: difficili da cogliere nel profondo con una sola visione.

Dio è morto a Ebbing?

Niente. Tre manifesti a Ebbing, Missouri non ci esce dalla testa, e in redazione continuiamo ad aver voglia di approfondire. Forse “Dio è morto” e Tre manifesti a Ebbing, Missouri vuole riproporre questa tesi. Solo un male supremo, forgiato da fiamme infernali, può essere capace di stuprare un’anima innocente, a cui ha appena dato fuoco. Mildred, madre di quell’anima innocente, è un personaggio agro, che usa lo sfogo violento come emanazione anarchica dei suoi sentimenti repressi, grida e si ribella alla supremazia. Vuole farsi giustizia da sola, come se pensasse di essere protagonista di un film western. Blasfema, in un certo senso, nei confronti delle “regole della buona società” e, vista come tale, è nell’occhio di un ciclone in cui trascina anche il figlio.

Il comico desiderio di “Due amici, il modello e l’amica” di Aleksei Popov

Due amici, il modello e l’amica (1927) è la commedia con cui ha esordito al cinema il regista e attore teatrale Aleksei Popov. Un film che mette in scena lo schema strutturale classico del cinema post-sovietico, ma dotato di una particolare chiave comica che prova in alcuni casi ad inserire anche il dispositivo della disarticolazione degli attori su modello americano. I due amici però mettono in mostra non solo il loro forte legame amicale, ma anche il desiderio, fortemente esplicito in più occasioni. E come fossero gli Stanlio e Ollio del Volga non si perdono mai d’animo.

“Merletti” di Sergej Jutkevič e il realismo del desiderio

Continuiamo il nostro viaggio nelle avanguardie sovietiche. Merletti è il film d’esordio del regista Sergej Jutkevič tra i fondatori (insieme a Grigorij Michajlovič Kozincev e Leonid Trauberg) del movimento d’avanguardia, prima teatrale e poi cinematografico, FEKS (Fabbrica dell’attore eccentrico). Un movimento che ““pesca dal music-hall, dal circo, da tutto quanto è dinamico e “moderno”; insegnano ai loro allievi boxe e acrobazie e vogliono raggiungere “l’eccentrismo attraverso l’assurdo e l’impossibile” poiché “la vita chiede all’arte di essere iperbolicamente graffiante […]”” come ha scritto Goffredo Fofi in “Come in uno specchio”.