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Omaggio a Guillermo del Toro: “Cronos”

Del Toro dipinge così il ritratto visionario di un vampiro languido, che inizialmente non sa di esserlo e che si rivela essere solo un uomo letteralmente a brandelli e a cui un destino infame si è ritorto contro. Fin da questa sua prima opera – che segna anche l’inizio del lungo sodalizio con il direttore della fotografia Guillermo Navarro – si possono riscontrare la cura che del Toro conferisce alle scenografie e le sue più caratteristiche ossessioni per gli insetti, le imperfezioni, il trucco. Colori, oggetti, ogni dettaglio e azione è densa di significati: difficili da cogliere nel profondo con una sola visione.

Dio è morto a Ebbing?

Niente. Tre manifesti a Ebbing, Missouri non ci esce dalla testa, e in redazione continuiamo ad aver voglia di approfondire. Forse “Dio è morto” e Tre manifesti a Ebbing, Missouri vuole riproporre questa tesi. Solo un male supremo, forgiato da fiamme infernali, può essere capace di stuprare un’anima innocente, a cui ha appena dato fuoco. Mildred, madre di quell’anima innocente, è un personaggio agro, che usa lo sfogo violento come emanazione anarchica dei suoi sentimenti repressi, grida e si ribella alla supremazia. Vuole farsi giustizia da sola, come se pensasse di essere protagonista di un film western. Blasfema, in un certo senso, nei confronti delle “regole della buona società” e, vista come tale, è nell’occhio di un ciclone in cui trascina anche il figlio.

Il comico desiderio di “Due amici, il modello e l’amica” di Aleksei Popov

Due amici, il modello e l’amica (1927) è la commedia con cui ha esordito al cinema il regista e attore teatrale Aleksei Popov. Un film che mette in scena lo schema strutturale classico del cinema post-sovietico, ma dotato di una particolare chiave comica che prova in alcuni casi ad inserire anche il dispositivo della disarticolazione degli attori su modello americano. I due amici però mettono in mostra non solo il loro forte legame amicale, ma anche il desiderio, fortemente esplicito in più occasioni. E come fossero gli Stanlio e Ollio del Volga non si perdono mai d’animo.

“Merletti” di Sergej Jutkevič e il realismo del desiderio

Continuiamo il nostro viaggio nelle avanguardie sovietiche. Merletti è il film d’esordio del regista Sergej Jutkevič tra i fondatori (insieme a Grigorij Michajlovič Kozincev e Leonid Trauberg) del movimento d’avanguardia, prima teatrale e poi cinematografico, FEKS (Fabbrica dell’attore eccentrico). Un movimento che ““pesca dal music-hall, dal circo, da tutto quanto è dinamico e “moderno”; insegnano ai loro allievi boxe e acrobazie e vogliono raggiungere “l’eccentrismo attraverso l’assurdo e l’impossibile” poiché “la vita chiede all’arte di essere iperbolicamente graffiante […]”” come ha scritto Goffredo Fofi in “Come in uno specchio”.

Le buone intenzioni di Doc Under 30

Si è conclusa da poco l’undicesima edizione dei Doc Under 30, festival per autori emergenti nel panorama del documentario. Nonostante fosse un’edizione colma di prodotti eterogenei tra loro, oltre che per le tematiche anche per le diverse durate e produzioni, tre delle cinque giurie sono state decise nell’assegnare i loro rispettivi premi a The Good Intentions di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber. Film che ha così ottenuto il premio di Kinodromo, quello di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani e il premio della giuria DocUnder30. Un documentario in cui la regista, nel ruolo di simil infiltrata, ha messo a nudo la propria complessa situazione familiare, per riuscire a dimostrare che ha il diritto di chiedere spiegazioni riguardo le violenze subite da parte del padre.

“The Woman Who Left” all’Asian Film Festival 2017

Lav Diaz sfrutta sia il bianco e nero, ma sopratutto la fissità delle inquadrature (ad eccezione di una sola sequenza) per evidenziare la gabbia emotiva della protagonista del racconto. Infatti Horacia è stata rinchiusa in carcere, ingiustamente, per trent’anni e quando viene liberata non lo è mai del tutto. Se in un primo momento decide di tornare nella sua vecchia casa e vuole rintracciare i suoi figli, finisce poi per perdersi e tentare di vendicarsi dell’uomo che le ha sottratto gli anni più importanti della sua vita. Incontra così personaggi insoliti come la matta senza tetto che vede demoni da per tutto. La matta è forse la via usata da Lav Diaz per condurre lo spettatore alla miseria e alla crudeltà della vita nelle Filippine.

Intorno al cinema di Alessandro Rak

Un elemento comune nelle opere di Rak è sicuramente una fine apocalittica, perché nonostante i finali siano in qualche maniera positivisti, lasciano un sentore di malinconia e questo per il fatto di non essere mai approfonditi. Allo spettatore è concessa, più che altro, la visione delle brutalità e delle infelicità che i personaggi sopportano e quando, alla fine, sembra risolversi quel groviglio di sentimenti e sensazioni che si è creato, enfatizzato dall’uso delle colonne sonore e dei suoni, rimane il vuoto.

Intervista ad Alessandro Rak

Abbiamo approfittato della presenza di Alessandro Rak per porgli qualche domanda, consci che Gatta Cenerentola è stato uno dei film più originali e sorprendenti di questa prima parte di stagione: “La mia idea è cercare di liberare l’animazione dal gioco del target che non vuol dire necessariamente farla per adulti e basta, ma significa che chi racconta deve sentirsi libero di raccontare le istanze, le urgenze che ha dentro e non adeguarsi biecamente a un mercato o alla necessità di un mercato”.

Divertimento e malinconia in “Ammore e malavita”

Ripensiamo Ammore e malavita dopo alcune settimane dalla sua uscita. Il cinema di matrice napoletana sta vivendo una stagione di enorme vivacità, e sembra dialogare in modo convinto con diversi generi (e non per la prima volta). I Manetti usano la sceneggiata napoletana alternandola – con giochi di luce che distinguono realtà e immaginazione – alle caratteristiche più proprie di un gangster-musical, ponendo Napoli sullo sfondo di sparatorie all’americana e momenti di puro amore.

Il destino al neon di “Blade Runner 2049”

Per cercare di introdurre meglio Blade Runner 2049 forse bisogna partire proprio dagli elementi da cui si discosta e abilmente si intreccia, nel corso della trama, rispetto a quelli del primo. Se infatti nel cult movie anni ottanta la tematica prevalente è quella della netta distinzione tra ciò che è reale e ciò che è stato creato industrialmente, nel sequel non è così. Si perde quindi l’importanza del discernere e non si vuole rispondere alla significante, ma in fondo futile domanda: “Deckard era un replicante?”. La domanda a cui invece, con tempi lunghi, si accinge a rispondere è: “che cosa è successo a Deckard e a Rachael dopo la chiusura dell’ascensore?”.

Un ritratto multiforme, “Evviva Giuseppe”

Un film sulla vita e i tanti talenti di Giuseppe Bertolucci (scomparso nel 2012, regista di cinema, teatro e televisione, scrittore, poeta, presidente della Cineteca di Bologna per più di dieci anni) raccontato attraverso le voci del padre Attilio e delfratello Bernardo, le testimonianze di amici e colleghi come Roberto Benigni (autore di un monologo inedito), Lidia Ravera, Mimmo Rafele, Marco Tullio Giordana, Nanni Moretti, i ricordi di alcune tra le sue attrici predilette: Stefania Sandrelli, Laura Morante e Sonia Bergamasco. 

Lo sguardo ipnotico della “Mummia” di Freund

Sfogliando il catalogo dei mostri e dei freak al cinema, in occasione del ritorno in prima visione di Eraserhead restaurato, tocca stavolta all’approfondimento di La mummia, grande classico di Karl Freund (la cui solidità non è stata certo messa in discussione dal recente remake con Tom Cruise). Un film, questo del 1932, in cui gli scarni dialoghi lasciano che siano le espressioni, i primi piani e i movimenti del corpo di ciascun personaggio ad esprimere il terribile destino di morte che, attende tutti coloro che si oppongono alla mummia. 

Venezia Classici 2017: “L’Enigma di Jean Rouch a Torino”

Marco di Castri, Paolo Favaro, Daniele Pianciola hanno diretto e presentato a Venezia in occasione della Mostra del Cinema il documentario L’Enigma di Jean Rouch a Torino – Cronaca di un film raté in cui sono ricostruiti i due anni di lavorazione al film L’Enigma (1987). Jean Rouch (deceduto in un incidente stradale in Nigeria nel 2004) è ricordato, nelle diverse interviste, come un uomo estremamente simpatico, dedito allo studio e amante della cucina. Un uomo che non viene solo raccontato e ricordato, ma che (grazie al materiale filmico dei making-of) torna in vita, nel pieno del suo spirito dionisiaco, davanti allo spettatore.

Venezia Classici 2017: “This Is the War Room” e “The Prince and the Dybbuk”

Il regista emergente Boris Hars-Tschachotin ha presentato il suo documentario This Is the War Room sul famoso scenografo britannico Ken Adam: Agente 007 – Licenza di uccidere, La notte del demonio e soprattutto di Il dottor Stranamore e proprio su quest’ultimo film si focalizza il lavoro. Successivamente è stato presentato The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski un documentario particolare che cerca di ricostruire il mistero sulle origini di Michael Waszynski (in Italia conosciuto come il “principe polacco”). 

Venezia 2017: “Casa d’altri”

Gianni Amelio (Leone d’oro nel 1998) è in laguna – oltre che per presidiare la giuria della sezione Orizzonti -con il suo nuovo corto Casa d’altri presentato come evento speciale alla Mostra D’arte Cinematografica di Venezia. Una testimonianza agghiacciante di ciò che, ad un anno dal devastante terremoto, stanno ancora subendo gli abitanti di Amatrice. Le residenze quasi pronte ad accoglierli vengono descritte come “tutte uguali e piccole ma nell’insieme vivibili” dall’ingenuo e sbadato sguardo di un bambino.

 

Cinema Ritrovato 2017: “Io…e il ciclone”, il riscatto del piccolo uomo

Io e il ciclone (1928) fa parte della sezione dedicata al Progetto Keaton di quest’anno. Proiettato in Piazza Maggiore con l’accompagnamento dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna che ha eseguito le musiche composte e dirette da Timothy Brock. È anche un film sul riscatto del piccolo uomo che, scontrandosi con un terrificante ciclone che incombe sul paese, diventa l’eroe della situazione: prendendo letteralmente le redini del vecchio battello e della sua vita. 

Cinema Ritrovato 2017: “I vicini” e “Il capro espiatorio”

Alla fine del 1920, dopo Lo sciocco (primo film che vede Keaton separato dalla comicità più volgare di Roscoe Fatty Artbuckle) e una serie di fortunati e rinomati cortometraggi, I vicini è l’ultimo tra i cortometraggi girati quell’anno di cui Buster Keaton è sceneggiatore, regista e protagonista. Chiamato all’epoca (in Italia) “Saltarello” in questo cortometraggio riaffiorano alcuni suoi elementi caratteristici “dall’articolazione narrativa basata sull’equivoco” ad una serie di inseguimenti e capriole fortemente dinamici e omogenei.

Cinema Ritrovato 2017: Keaton in TV

Quest’anno il Progetto Keaton ha, grazie ad accuratissime ricerche, deciso di mostrare al pubblico la seconda vita di Buster dopo l’avvento del sonoro che lo aveva eclissato. Così lo si ritrova, un po’ invecchiato, al suo esordio in televisione in cui torna finalmente ad essere un attore. Nel dicembre del 1949 è ospite del programma televisivo americano Ed Winn Show, in voga a quei tempi, dove il presentatore e Buster ricostruiscono il primo sketch fatto nel 1917 con Roscoe Fatty Artbuckle.

 

Cinema Ritrovato 2017: “Die Kleine Veronika”

Nella rassegna Ritrovati e Restaurati sono stati proiettati, attraverso l’uso di due differenti lanterne a carbone, una serie di cortometraggi, alcuni originari austriaci ed altri francesi che hanno fatto da “preludio alla visione di Die kleine Veronika. Nel primo programma i film, tutti facenti parte del primo decennio del Novecento, sono stati proiettati usando un proiettore a manovella di proprietà di Nikolaus Wostry. Il proiettore a carbone, risalente anch’esso all’inizio del novecento, è progettato in modo tale da ottenere un’illuminazione perfetta senza ombre.

Cinema Ritrovato 2017: “Addio giovinezza!”, versione 1927

Alcuni giovani rampolli, di famiglie benestanti, spensierati e belli (non proprio tutti) lasciano le loro famiglie per andare all’Università. Sono le nuove matricole. È questo l’incipit di Addio Giovinezza!. Un film intriso di tristezza dove è ben evidente la gerarchizzazione sociale che fa da sfondo alla storia d’amore tra l’aitante Mario e l’ingenua Dorina: convinta di poterlo tenere vicino a sé per tutta la vita perché l’ama e gli rattoppa il guardaroba.