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Nanni Moretti reale, sociale, umanista

Giammai “imparziale”, come rivendica lo stesso regista nell’unico fotogramma in cui passa davanti alla telecamera, precisando la sua posizione con uno degli intervistati, uno dei malos dei “cattivi” appartenenti alla milizia di Pinochet. Moretti gira con estrema naturalezza questo film, come fece 28 anni fa con La cosa, documentario che illustrava il dibattito interno tra i militanti comunisti all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Lo fa puntando la telecamera fissa sui volti di “persone che parlano”, perché, ammette, “non volevo esibirmi, non volevo fare una occupazione militare del fotogramma come fa Michael Moore, volevo restarmene garbatamente al mio posto”.

In memoria di Ennio Fantastichini

La mia ferma intenzione è scrollarmi di dosso impegni e cure e darli a chi è più giovane così più lieve striscerò verso la tomba”. Con questi versi del Re Lear, portato in scena al Teatro Argentina con la regia dell’amico Giorgio Barberio Corsetti l’anno scorso, gli piaceva sottolineare la sua interpretazione di questo eroe shakespeariano non come uomo che abbandona, ma come un re che ha ancora un piglio guerriero, decide di abdicare, perché vuole solo avere una seconda adolescenza… più che avere la sindrome di Peter Pan lui è Peter Pan”. E nessun altro meglio di Ennio Fantastichini avrebbe potuto impersonare questo sentimento di eterna giovinezza, lui che nel 2012: “La maggior parte degli attori spingono più lontano possibile il loro fanciullo interiore…io invece delle volte mi sorprendo tremendamente della mia fanciullezza e questo può far molto male visto che il mondo esterno ti considera un adulto”.  

L’incerto limbo di “Ride”

Restiamo quasi impassibili davanti allo scorrere del film, distaccati e confinati in un incerto limbo che ci abbandona in bilico tra un singhiozzo abortito e un sorriso appena accennato per via delle battute non sempre convincenti del copione. Un copione che, infine, avrebbe potuto essere interamente interpretato dallo stesso Mastandrea, al quale un merito va di certo riconosciuto: è stato capace di infondere il suo imprinting recitativo a tutti gli interpreti del film senza distinzione di sesso o età, tutti misurati e asciutti come lui, ironici nella sofferenza e sofferenti nell’ironia. Nel bene e nel male. Una ridondanza eccessiva per un primo film da regista, forse. Oppure una vera traccia di autorialità? Nell’incertezza attendiamo gli sviluppi di un talento che potrà forse meglio esprimersi al prossimo tentativo di regia.

 

“Bohemian Rhapsody” perché no

Nonostante sia lodevole il dato di una raggiunta immedesimazione fisica nel grande performer, nelle movenze, negli scatti sul palco, nella gestualità pomposa, non altrettanto possiamo rilevare nella mimica facciale o nell’espressività del volto di Malek, irrimediabilmente intralciata dai “denti di Freddie”. Per tutta la visione del film il paradosso della inadeguatezza del protagonista si scontra con il desiderio fandom di lasciarsi coinvolgere dalla storia, e nonostante le interpretazioni al limite dell’imitazione degli altri Queen (Ben Hardy un azzeccatissimo Roger Taylor, Joseph Mazzello/John Deacon, Gwilym Lee un vero e proprio “sosia” di Brian May) e la musica coinvolgente della storica band, l’effetto è irrimediabilmente straniante.

“L’animale” a Gender Bender 2018

Sullo sfondo di una vita di provincia fatta di riti (la scuola, il lavoro), piccole frustrazioni quotidiane (la famiglia come gabbia asfissiante che impedisce l’espressione delle proprie aspirazioni individuali), e sogni infranti (la casa in costruzione che non si completa, la figlia che si rifiuta di seguire le orme professionali della madre), Mati, giovane centauro donna, cerca la sua identità, più per negazione che per affermazione del suo sé. Non si sente a suo agio nei panni femminili scelti dalla madre per il giorno del diploma, si rifiuta di portare i capelli sciolti sulle spalle, non condivide il sogno materno di diventare una veterinaria, non vuole un fidanzato. L’animale che c’è in lei non la fa vivere felice mai.

“Somos Tr3s” a Gender Bender 2018

In uno scenario sociale e mediatico in cui continua ad ampliarsi l’orizzonte con discorsi su tipologie di sessualità fino a pochi anni fa inesplorate o sulle mille direzioni che gli orientamenti sessuali possono assumere (anche grazie a tipologie di esperienze sempre più individuali e sempre meno generalizzabili), il discorso sulla trinità sessuale e sul poliamore sembra essersi definitivamente aperto ad una reale possibilità di concretizzazione. Come appunto dimostra il breve Somos Tr3s, soprattutto nel suo finale positivo ed ottimista in cui pare che essere in tre sia ormai solo una questione di scelta personale, e, a parte qualche scarna battuta qui e là sulle presunte difficoltà dello stare insieme in tre e delle sospettabili resistenze sociali, non ci sia poi molto da temere in una relazione tripla, ma anzi possa esserci molto da guadagnare. 

“Tinta Bruta” a Gender Bender 2018

Tinta Bruta è il primo lungometraggio del giovane duo brasiliano Marcio Reolon & Filipe Matzembacher, si era già fatto notare alla 33esima edizione del Festival Lovers di Torino ed al Festival di Berlino 2018, dove si è aggiudicato il Teddy Award come miglior film a tematica LGBT. Si tratta di un romanzo di formazione che accompagna il protagonista dalla solitudine agghiacciante di una socialità esclusivamente virtuale alla condivisione relazionale che è umana e reale. Dall’infelicità come condanna, al rischio delle relazioni come opportunità. Una lezione di vita attuale e necessaria nell’era del social-web. Uno schiacciante silenzio domina la colonna sonora del film, solo a tratti interrotto dalla musica elettronica delle dirette webcam.

La guerra senza filtro

Il film è costruito in una oscillazione tra passato e presente (il passato animato dai disegni), che lentamente prepara lo spettatore alla “guerra in diretta” vista dall’occhio del mirino, dopo una lenta introduzione empatica in quelli dei protagonisti. Attraverso i racconti della loro vita, le nenie, le preghiere, i poveri pasti, i desideri per il futuro e le speranze (sì, le speranze, perchè l’uomo non finisce di sperare nemmeno attraversando morte) lo spettatore è messo nelle condizioni di “entrare nei loro panni”, vivere una identificazione totale con i protagonisti e dunque sperimentare la più inaccettabile ed agghiacciante realtà da loro vissuta nel momento in cui vengono sterminati. Savona usa le immagini degli attacchi ricostruite dal punto di vista di un drone in volo sopra la strada dei Samouni, per farci vedere la guerra nel momento stesso in cui accade.

“Piazza Vittorio” sociale, umana e cinematografica

Presentato fuori concorso a Venezia 74, Piazza Vittorio è un documentario sulla piazza più multiculturale di Roma e forse d’Italia, girato con una ispirazione nettamente verista più ancora che realista, poiché intento a fotografare oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone rigorosamente ogni aspetto, anche quelli più sgradevoli, quasi senza apparente mediazione. Non è una metropoli notturna e infernale la Roma che viene fuori dal documentario del regista newyorkese (di padre italiano) che più di ogni altro ha raccontato storie di peccato, redenzione, violenza. In questi 82 minuti, sono poche pochissime le scene girate di notte, nel buio metropolitano spezzato dai neon. Piazza Vittorio infatti vive soprattutto di giorno.

“Miseria e nobiltà” e la fame degli italiani

Fu Vincenzo Talarico a proporre all’abile “confezionatore” Mattoli, sulla scia dell’imminente centenario scarpettiano, di portare le commedie di Edoardo Scarpetta nel cinema di Totò: nacque così la trilogia di Un turco napoletano, Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi, realizzata nel giro di un solo anno di lavorazione, grazie anche all’omogeneità di ispirazione, lavorazione e messa in scena dei tre film. Totò sente quasi un debito con Scarpetta e dialoga con la maschera di felice Sciosciammocca, trasformandola in personaggio. Grazie alla maestria di Mattoli con scenografie ed abiti d’epoca, ed incorniciando la scena cinematografica all’interno di una rappresentazione teatrale, con tanto di sipario e applausi finali del pubblico, Totò è da un lato imbrigliato nei limiti dei testi originali, ma d’altra parte ha grande libertà di manovra nel momento dell’improvvisazione.

“L’amore molesto” e i fantasmi dell’identità

L’idea drammatica del film non è tanto incentrata sulla morte misteriosa di Amalia, madre di Delia magistralmente animata dallo sguardo di Angela Luce (David Donatello come miglior attrice non protagonista), quanto piuttosto sul lento riaffiorare di un vissuto rimosso della protagonista, grazie al confronto vivo e presente con il fantasma della mamma improvvisamente scomparsa. Infatti attraverso uno spazio che si fonde in maniera pregnante con la storia narrata, uno spazio che è Napoli, in quanto madre, nido originario, con i suoi vicoli intrecciati, le folle invadenti di persone, la caotica metropolitana, un simbolico ventre materno a cui Delia cerca di tornare per scoprire la sua identità, lo spettatore s’immedesima nella sua storia, pedinandola scena dopo scena alla disperata ricerca di tracce della madre, oggetti, segnali della sua presenza carnale.

Azione italiana. Ripensando a “Veloce come il vento”

Veloce come il vento è uno di quei film che, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto passare inosservato sin dal momento della sua prima uscita in sala (aprile 2016). Questo sia per una certa quantità di record “di produzione”: il suo regista è il più giovane cineasta italiano, classe 1982, ad aver ricevuto il Nastro D’Argento come miglior produttore col film Smetto quando voglio (2014); ha lanciato nel firmamento del cinema italiano l’attrice esordiente Matilda De Angelis; l’auto “coprotagonista” del film è uno dei due rarissimi esemplari presenti al mondo di Peugeot 205 Turbo 16 (campione del mondo di Rally nel 1985 /86); e, come se non bastasse, la pellicola è stata esportata in almeno 40 paesi del mondo, cosa che in un’industria cinematografica prettamente “casalinga” fa sicuramente notizia. Ma anche perché si distinse da subito nel mare magnum dei film prodotti e usciti nel suo stesso anno, per la sua chiara appartenenza ad un genere, da sempre “trascurato” dal cinema nostrano: il film d’azione.

“Carosello napoletano” e le scatole cinesi di Giannini

Insieme a poche altre pellicole dell’epoca, I Pompieri di Viggiù (1949) Mario Mattoli, Luci del Varietà (1950) Fellini-Lattuada, Viva la rivista (1953) di Enzo Trapani e Gran Varietà (1954) di Domenico Paolella, Carosello Napoletano ha il merito indiscutibile di rappresentare un documento prezioso di un mondo scomparso, quello della rivista e dell’avanspettacolo, che fu una sorta di serbatoio inesauribile per il cinema italiano: fu il varietà ad ospitare gli esordi di alcune delle più grandi stelle del grande schermo a cavallo tra gli anni ‘40 e i ‘50: Totò, Walter Chiari, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Renato Rascel, Erminio Macario.

 

In principio fu la canzone: i film di Elvira Notari con la lanterna a carbone

Elvira Notari (1875- 1946), una delle prime e più prolifiche registe e produttrici italiane, con la sua Dora Film, ha avuto il particolare merito di rappresentare al meglio la produzione locale napoletana fin oltreoceano, esportando negli anni Venti una gran quantità dei suoi film per il pubblico degli emigrati del sud Italia in America. Di oltre 60 film però, i titoli sopravvissuti sono pochissimi e tutti o quasi conservati dal CSC – Cineteca Nazionale di Roma. La proiezione di ieri sera, con lanterna a carbone ed accompagnamento musicale dal vivo, ha riportato al pubblico un cortometraggio Un amore selvaggio (1912), un frammento, L’Italia s’è desta (1927) e un lungometraggio, Fantasia ‘e surdato (1927).

“Enamorada” di Emilio Fernandez al Cinema Ritrovato 2018

Fernández, che in prima persona aveva partecipato alla rivoluzione messicana (1917) ed era stato in prigionia, ambienta Enamorada in quello stesso frangente storico, producendo una pellicola che diverrà il simbolo dell’epoca d’oro del cinema messicano nel mondo. La trama melodrammatica di Enamorada è illustrata dalla fotografia di Gabriel Figueroa, che predilige immagini pittoresche di panorami con una profondità di fuoco riecheggiante quella dell’incompiuto Qué viva Mexico! di Ejzenstejn. Il film si apre con una carrellata dichiaratamente western che galoppa al ritmo della rivoluzione messicana: bombe e rivoluzionari a cavallo scorrono per introdurci nel contesto della storia. Un contesto che con il western ha in comune anche una certa visione romantica della frontiera (qui la città di Cholula) intesa come ideale di libertà e di speranza di riscatto per i più deboli e poveri.

“Storie del dormiveglia” e i dettagli dell’esistenza

“Io non sono il mio corpo sono qualcos’altro…sono il buio e la luce nello stesso momento, esisto e basta”. Inizia con queste parole il bellissimo film documentario di Luca Magi Storie del dormiveglia, vincitore di una Menzione Speciale al 49° Visions du Réel International Film Festival e ora al Biografilm 2018, nato dalla quinquennale esperienza del regista come operatore nella struttura di accoglienza notturna per senza tetto Rostom, nella periferia di Bologna. La pellicola scorre per 67 minuti formalmente perfetti, grazie all’approccio espressionista ottenuto dalla dialettica di luci e ombre, e dalle loro stesse ombre, grazie a fasci di luce netti e taglienti, emergono i profili più intimi e nascosti dei protagonisti.

“Manuel” a Visioni Italiane 2018

Manuel è l’opera prima di Dario Albertini, un film completamente “suo” da soggetto a sceneggiatura, musiche e regia. Un’opera che ci parla del suo autore presentandocelo come regista (oltreché artista poliedrico, musicista, fotografo) fortemente affascinato dalle realtà più disagiate, periferiche, abbandonate (quasi pasoliniane). Girato nella periferia romana tra Civitavecchia e Tarquinia, pensato come classico cinema di pedinamento, Manuel è un film che scorre al ritmo del respiro del suo protagonista. Un respiro reso a tratti affannoso e ansimante dal peso delle responsabilità o frenato e sonnolento per via di una vita ancora alla ricerca del bandolo della sua matassa.

“Aperti al pubblico” a Visioni Italiane 2018

Dalla prima immagine di Aperti al pubblico, che incornicia nella sua fotografia il vecchio archivio cartaceo strabordante di fascicoli archiviati, possiamo respirare non solo l’atmosfera, ma persino la polvere, il pulviscolo atmosferico, l’odore stantio di ciò che è vecchio e immobile in alcuni (troppi) uffici della Pubblica Amministrazione. Ciò che incide tutti i giorni sulla nostra banale o disperata quotidianità. Il film che gira la Bellotti è una ripresa dal vero che non tradisce mai la sua vocazione ad essere sguardo sulla realtà e ci mostra in maniera lampante e quasi disarmante cosa possa voler dire oggi, sostenere uno “sportello aperto al pubblico”, in un contesto come quello della provincia di Napoli, per un’utenza della fascia sociale più bassa, quella degli assegnatari di alloggi popolari.

“La grande abbuffata” come kammerspiel sulla morte

Quali dunque le cause perturbanti del cinema di Marco Ferreri (un ex veterinario approdato al cinema con la sua coorte di animali, corpi e fisiologicità abbondanti)? Di sicuro ciò che crea disagio in questo film è la metafora nascosta dietro al cibo, poichè Ferreri usò il cibo in tutti i suoi film e massimamente ne La grande abbuffata, come mezzo per interpretare, criticare e demolire le sovrastrutture sociali. Oppure il fastidio nasce dal fatto che questa rappresentazione fu fatta in chiave più che grottesca, quasi scatologica. Questa inondazione del “cattivo gusto” venne vissuta dallo spettatore medio borghese dell’epoca (in particolare dallo spettatore francese e poi da quello italiano) come un insulto, un oltraggio al buon gusto, all’equilibrio della buona società, alla misura.

“I Goonies”, “Stranger Things” e altre nostalgie anni Ottanta.

Parliamo di I Goonies e dello straordinario ritorno agli eighties nel cinema e nelle serie Tv fortemente alimentato dal fenomeno Stranger Things. La Amblin Entertainment, la casa di produzione fondata da Steven Spielberg e Frank Marshall nel 1981 dopo il grande successo di Indiana Jones e I predatori dell’arca perduta, in pochi anni era stata capace di dare alla luce uno dietro l’altro film che sarebbero rimasti per sempre nella storia del cinema (per ragazzi e non solo): nel 1982 E.T. l’extra-terrestre, nel 1984 i Gremlins, nell’85 tre titoli come Ritorno al futuro, Il colore viola e I Goonies tutti insieme, nel 1986 Fievel sbarca in America, fino a Chi ha incastrato Roger Rabbit nel 1988.