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Il cinema di Valentina Cortese

Quel suo modo di brandire il braccio nello spazio disegnando delle anse sinuose nell’aria. Quella sua sensualità innata e un po’ nascosta. Una voce unica e proverbiale dalla vocalità profonda e smarrita. Questi ed altri sono i particolari tesori che verranno custoditi nel lascito immortale di Valentina Cortese. Ultima diva nostrana, la diva italiana per eccellenza, così tanto amata dall’amico Franco Zeffirelli, che in casa sua le aveva dedicato una stanza intera, battezzata Valentina appunto, come si faceva nell’antichità, per le divinità e i templi ad esse consacrati. Una carriera cinematografica mastodontica, per una star al femminile che non ha conosciuto il limite del “sesso debole” o di genere, riuscendo a conciliare armonicamente nella sua filmografia i grandi nomi di registi e gli attori più formidabili.

“I clowns” e l’euforia felliniana

Per Fellini la crisi del mondo circense era reale. Il suo attaccamento ancestrale a questo mondo era più che reale, viscerale. Nel momento stesso in cui Fellini ci racconta del cinema, ammette di non sapere niente dell’argomento a lui più caro, se non di poter descrivere, per immagini, nell’unico modo a lui congeniale, il mondo di emozioni che il circo aveva suscitato in lui sin da bambino. La paura, lo stupore, il silenzio incantato, poi “il clangore delle trombe”, la folgorazione dello spettacolo grottesco, confusionario, visionario, appunto, dei pagliacci. Il circo e il cinema, ma anche, il circo è il cinema, in una osmosi continua tra le due forme di fantasia parossistica che possedevano il regista.  E infatti “il cinema, voglio dire fare del cinema, vivere con una troupe che sta realizzando un film, non è come la vita del circo”?

 

“Filumena Marturano” al Cinema Ritrovato 2019

Raccontò Eduardo: “L’idea di Filumena Marturano mi nacque alla lettura di una notizia; una donna a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda. Questo era il fatterello piccante, ma minuscolo; da esso trassi la vicenda ben più vasta e patetica di Filumena, la più cara delle mie creature”. Filumena Marturano è la prima opera di Eduardo che ha per protagonista assoluta una donna e fu scritta per sua sorella Titina. Così Titina ebbe modo di creare una delle sue interpretazioni più riuscite, con una recitazione scarna ed essenziale, determinata e forte come il personaggio, dando vita ad una Filumena immortale, che combatte caparbiamente per ottenere un riconoscimento come donna, madre e moglie (e forse novella capofamiglia?) nella società patriarcale del 1916.

“L’ape regina” e il compendio feroce sul familismo amorale

E proprio in un “disastro piuttosto comico” potremmo dire che si evolvono le nozze e la vita di Alfonso/Ugo Tognazzi con Regina/Marina Vlady in questo film, che rientra appieno nel canone della commedia all’italiana per la tematica scelta (la famiglia tradizionale, il matrimonio) affrontata da una prospettiva ammiccante ad un sentimento (diffuso tra la popolazione maschile del tempo…e non solo) di miseria coniugale, di un impegno famigliare subito dal maschio con rassegnazione.  L’ape regina è infatti un compendio feroce ed esilarante dei peggiori topoi sulla famiglia tradizionale italiana, con un accento asprigno posto sull’influsso della religiosità cattolica all’interno del talamo coniugale, e una strizzata d’occhio all’imminente (auspicata) emancipazione sessuale.

Il cinema controverso di Franco Zeffirelli, tra melodramma e politica

Il pubblico ha amato e continua ad amare film come Romeo e Giulietta proprio perché capaci di mettere in scena, non i bassi istinti e il lato più deteriore della nostra umanità, come è delegato di fare a un altro genere popolare e bistrattato del nostro cinema, le commedie, ma una categoria di sentimenti egualmente emarginata dal cinema d’autore, insieme al suo pantone di declinazioni troppo sdolcinate e mielose per assurgere ad arte. Il peccato capitale di Zeffirelli fu dunque quello di mettere in scena con nonchalance e spudoratezza una serie di “buoni sentimenti” fine a sé stessi, che da alcuni vennero visti come esagerazione iperbolica di buonismo perbenistico, ma dal pubblico furono recepiti come possibilità di vivere al cinema senza censure quel sentimentalismo di origine adolescenziale, spesso trascurato dai film per adulti.

“Bangla” e come scavalcare uno stereotipo

Che cosa è uno stereotipo? Per gli psicologi rientra in questa definizione qualunque opinione precostituita e generalizzata su persone o gruppi sociali priva di un riscontro basato sull’esperienza diretta. Phaim Bhuiyan, regista (attore e sceneggiatore) ventiduenne al suo esordio cinematografico con Bangla (distribuzione Fandango) ha avuto una fulminea intuizione: portare il suo stereotipo (quello del figlio di immigrati che cerca di integrarsi con la cultura del Paese ospitante) sul grande schermo, in modo autobiografico, e scavalcarlo, o domarlo a seconda dei punti di vista, attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico e di uno slang giovanile che lo riafferma, incorporando in sé stesso la sua medesima matrice popolare.

“Stanlio e Ollio” tra malinconia e backstage

Era il 1921 quando Stanlio e Ollio si incontrarono sul set del loro primo film insieme, si chiamava Cane fortunato e i due attori, che si conoscevano appena, si rincorrevano per tutto il corto impersonando un tenero vagabondo (Stan) e un malfattore (Oliver). In questa pellicola, di cui Stanlio era l’assoluto protagonista, troviamo solo un’esile reminiscenza di ciò che in seguito sarebbe diventata la tipica caratterizzazione comica della coppia: il furbo, secco, mattacchione e il saccente, corpulento, pacioccone. Stanlio e Ollio. Sarà poi negli anni ‘30 che la coppia comica conoscerà un enorme successo grazie alle produzioni di Hal Roach con cui girerà quasi 80 dei 106 film insieme, fino alla rottura con il produttore. Ed è a questo punto della storia (vera) che inizia la trama del film Stanlio e Ollio di Jon S. Baird.

“Ancora un giorno” e il documentario di guerra animato

È iniziata una nuova era per il cinema. Quella del documentario di guerra animato, un genere capace di mescolare il reportage bellico con una rilettura simbolica della realtà, resa possibile dalla creatività delle animazioni. Ne avevamo avuto un saggio a Cannes con il bellissimo film di Stefano Savona, La strada dei Samouni, giustamente premiato con l’Oeil d’Or come miglior documentario, che mescolava le riprese dal vero ad animazioni a graffito in bianco nero per raccontare la guerra tra Israele e la striscia di Gaza. Ne abbiamo conferma oggi con Ancora un giorno il “militante” film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow, che focalizza la sua attenzione su un altro capitolo di storia recente colpevolmente trascurato dal flusso mediatico (freneticamente concentrato sull’attualità quotidiana) e misconosciuto dai più: la guerra civile in Angola.

“Ricordi?” e il tempo imperfetto

Ricordi? è un film totalmente impressionista, nel quale il paesaggio assume una dignità poetica, essendo l’immediato specchio delle emozioni vissute dai suoi personaggi e dove è notevole la ricerca del regista nei confronti dell’elemento formale dell’immagine: l’uso di sovrimpressioni, dissolvenze, variazioni di fuoco, gioco di specchi, elementi grafici, ogni genere di manipolazione dell’immagine torna utile per esprimere la soggettività dei personaggi, le loro emozioni, i pensieri, le impressioni, i ricordi. A dieci anni di distanza dal suo primo film Dieci inverni, Mieli ritorna su un tema evidentemente a lui caro, e indubbiamente ricco di interconnessioni multidisciplinari (con la psicoanalisi, la filosofia, la scienza) che qui potremmo definire come il tema del tempo dell’amore. L’operazione è magnificamente sostenuta dal talento empatico dei due protagonisti

L’effetto cinema e l’effetto Léaud

Nel 1966 Jean-Pierre Léaud lavorava già da qualche tempo sul set con Godard, prima come tuttofare e poi come assistente alla regia; era già noto al pubblico del grande schermo per essere stato l’irrefrenabile “monello” de I 400 colpi. Quando Godard, che in un primo momento per il ruolo del protagonista ne Il maschio e la femmina aveva pensato a Michel Piccoli, cambiò idea e propose la parte al suo assistente Léaud, ebbe inizio il secondo periodo nella carriera dell’attore, che si affrancò così dall’identificazione con Antoine Doinel e contestualmente anche dalla figura di alter ego di Truffaut. Truffaut non perdonerà mai all’amico Godard di avere trasformato il suo Léaud/Doinel in un personaggio triste e sfortunato; fu quello l’inizio di un processo di allontanamento tra i due registi della nouvelle vague che culminerà nella decisiva rottura nel 1973.

“Gloria Bell” che cantando respira e respirando vive

Se avete come l’impressione di avere già visto questo film, non vi state sbagliando, perché Gloria Bell è il remake americano di Gloria, il film cileno (produzione, ambientazione, regia) che nel 2013 portò a casa l’Orso d’argento per la miglior interpretazione della sua protagonista Paulina García. Sebastián Lelio, il regista, premio Oscar nel 2018 con Una donna fantastica (primo cileno della storia nella categoria), a soli sei anni dunque dall’ottimo confezionamento del primo ritratto di Gloria che esaltò pubblico e critica, torna sui suoi passi e gira un remake shot for shot altamente celebrativo del personaggio. Con un vero e proprio atto d’amore per questa donna, per la sua nuova interprete, Julianne Moore, e forse anche per la donna in generale che potremmo azzardare qui essere ritratta come esempio di libertà (intesa come autonomia e capacità di autodeterminazione) ed energia vitale senza pari.

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

“The Fifth Point of the Compass” e l’appartenenza perduta

Martin Prinoth racconta una storia a lui molto vicina, quella di Markus, suo cugino, nato in Brasile nel 1985, anno in cui crollò la dittatura militare e le frontiere si aprirono ad adozioni internazionali selvagge ed irregolari. Dal 1980 al 1990 circa diciannovemila bambini abbandonarono il Brasile senza quasi lasciare traccia. Tra questi c’erano anche Markus e suo fratello George che furono adottati da una famiglia di Ortisei, paesino di montagna in Val Gardena sulle Dolomiti. La vita dei due bambini trascorse felice grazie alle amorevoli cure della famiglia adottiva, ma non senza difficoltà di integrazione dei due brasiliani in un contesto sociale piuttosto chiuso e arcaico, dominato dalle ideologie autonomiste di partiti come la Stella Alpina, oggi vicini alla Lega Nord.

Il piccolo miracolo di “Il professore cambia scuola”

Inserendosi in un filone stra-abusato come quello dei film “scolastici”, il regista Ayache-Vidal fa un piccolo miracolo: riesce ad evitare tutti i cliché del genere pur girandoci intorno. E come lo fa? Confezionando un film che avrebbe potuto essere un documentario, usando attori non professionisti (come il bravissimo Abdoulaye Diallo/Seydou), ed una fotografia realistica e non patinata. Per due anni Ayache-Vidal ha seguito dal vero la vita di un liceo nella periferia parigina, osservando ogni movimento di questa comunità per restituire nelle immagini del suo film un racconto il più possibile vicino alla realtà, e certamente molto lontano da un immaginario collettivo catastrofista. 

“Gli uccelli” e l’interpretazione queer

Perché dopo 56 anni e mille diverse interpretazioni date alla trama del film, ciò che il genio di Hitchcock aveva previsto perfettamente continua a verificarsi ad ogni visione, lo spettatore resta incollato allo schermo, incredulo e intrappolato dentro allo svolgimento dell’azione, tentando di individuare un indizio che possa decifrare l’altrimenti inspiegabile e apparentemente gratuita rivolta dei volatili. Per questo si sono susseguite nel tempo le interpretazioni più variegate del film da quella cosmologica a quella ecologica, suggerita dal video promozionale girato dal regista in cui si alludeva ad una possibile vendetta degli uccelli per i mille torti subiti dagli uomini, passando per quella religiosa (la punizione divina) fino ad un’altra storico-politica (l’allusione al rischio atomico) o a quelle di matrice psicologica e psicanalitica, secondo cui gli uccelli rifletterebbero le tensioni fra i personaggi e la loro invasione rappresenterebbe l’esplosione  di desideri sessuali repressi.

“Ovunque proteggimi” e il cinema popolare d’autore

Ovunque proteggimi è un film sui perdenti, sui rinnegati, sugli inetti a vivere secondo regole prestabilite da altri, che per un attimo, apre uno squarcio di luce fra le tenebre dei volti dei suoi protagonisti con un piccolo grande gesto di ribellione. Un gesto umano ed amorevole, che, chissà perchè, ci fa tornare in mente le parole del sindaco Lucano davanti al suo caso di “ingiustizia”. Del resto così come Mimmo Lucano aveva fabbricato da sè la sua soluzione al problema immigrazione, anche il film di Angius è un film che sa tanto di autore, per il fatto di esser un film “nato in casa”, con attori che fanno parte della sua stessa famiglia (la compagna, il migliore amico, il figlio) e che non a caso recitano con il loro nome di battesimo, come a testimoniare lo stretto rapporto di simbiosi fra maschera e personaggio, una interpretazione così autentica da far sembrare quasi del tutto assente la (ottima) sceneggiatura.

Nanni Moretti reale, sociale, umanista

Giammai “imparziale”, come rivendica lo stesso regista nell’unico fotogramma in cui passa davanti alla telecamera, precisando la sua posizione con uno degli intervistati, uno dei malos dei “cattivi” appartenenti alla milizia di Pinochet. Moretti gira con estrema naturalezza questo film, come fece 28 anni fa con La cosa, documentario che illustrava il dibattito interno tra i militanti comunisti all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Lo fa puntando la telecamera fissa sui volti di “persone che parlano”, perché, ammette, “non volevo esibirmi, non volevo fare una occupazione militare del fotogramma come fa Michael Moore, volevo restarmene garbatamente al mio posto”.

In memoria di Ennio Fantastichini

La mia ferma intenzione è scrollarmi di dosso impegni e cure e darli a chi è più giovane così più lieve striscerò verso la tomba”. Con questi versi del Re Lear, portato in scena al Teatro Argentina con la regia dell’amico Giorgio Barberio Corsetti l’anno scorso, gli piaceva sottolineare la sua interpretazione di questo eroe shakespeariano non come uomo che abbandona, ma come un re che ha ancora un piglio guerriero, decide di abdicare, perché vuole solo avere una seconda adolescenza… più che avere la sindrome di Peter Pan lui è Peter Pan”. E nessun altro meglio di Ennio Fantastichini avrebbe potuto impersonare questo sentimento di eterna giovinezza, lui che nel 2012: “La maggior parte degli attori spingono più lontano possibile il loro fanciullo interiore…io invece delle volte mi sorprendo tremendamente della mia fanciullezza e questo può far molto male visto che il mondo esterno ti considera un adulto”.  

L’incerto limbo di “Ride”

Restiamo quasi impassibili davanti allo scorrere del film, distaccati e confinati in un incerto limbo che ci abbandona in bilico tra un singhiozzo abortito e un sorriso appena accennato per via delle battute non sempre convincenti del copione. Un copione che, infine, avrebbe potuto essere interamente interpretato dallo stesso Mastandrea, al quale un merito va di certo riconosciuto: è stato capace di infondere il suo imprinting recitativo a tutti gli interpreti del film senza distinzione di sesso o età, tutti misurati e asciutti come lui, ironici nella sofferenza e sofferenti nell’ironia. Nel bene e nel male. Una ridondanza eccessiva per un primo film da regista, forse. Oppure una vera traccia di autorialità? Nell’incertezza attendiamo gli sviluppi di un talento che potrà forse meglio esprimersi al prossimo tentativo di regia.

 

“Bohemian Rhapsody” perché no

Nonostante sia lodevole il dato di una raggiunta immedesimazione fisica nel grande performer, nelle movenze, negli scatti sul palco, nella gestualità pomposa, non altrettanto possiamo rilevare nella mimica facciale o nell’espressività del volto di Malek, irrimediabilmente intralciata dai “denti di Freddie”. Per tutta la visione del film il paradosso della inadeguatezza del protagonista si scontra con il desiderio fandom di lasciarsi coinvolgere dalla storia, e nonostante le interpretazioni al limite dell’imitazione degli altri Queen (Ben Hardy un azzeccatissimo Roger Taylor, Joseph Mazzello/John Deacon, Gwilym Lee un vero e proprio “sosia” di Brian May) e la musica coinvolgente della storica band, l’effetto è irrimediabilmente straniante.