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La prospettiva ascetica di Dreyer

Composto da primi piani corti e taglienti, “labbra urlanti o sogghigni sdentati come tagliati nella massa del volto”, La passione di Giovanna d’Arco, scriveva Deleuze (la cui lezione sul film è intramontabile e sempre attuale) “è un film quasi esclusivamente affettivo”, costruito su un tipo di montaggio ed inquadrature cosiddetti “di affezione”, inquadrature che sono quasi unicamente dei primi o primissimi piani. L’affetto è qui inteso come entità spirituale complessa: Giovanna, la pulzella d’Orléans, analfabeta e ribelle è colta nella sua Passione più che nel processo, nella sua essenza di martire e vittima di una Chiesa che, più che accogliere, punisce chi si distacca troppo da certi canoni estetici e sociali.

“Fellini degli spiriti” e il vento del cinema

Fellini degli spiriti restituisce agli spettatori la matrice più autentica della sua arte, il punto di origine del suo tessuto iconografico: la magia di un mondo visto dall’alto di una scala a pioli tesa su un albero (zio Teo di Amarcord) radicato per terra o, se preferiamo, da un’altalena che libra nell’aria (come quella dello Sceicco bianco o di Sandra Milo in Giulietta), cullata dal vento, altro grande elemento medianico felliniano. Il vento come forza della natura, ma anche come movimento puro e come tale prettamente cinematografico: anche se il vento, come tutto il cinema di Fellini, si appella ad altri sensi, perché a Federico per dar forma e sostanza al suo cinema non bastò mai solo la semplice vista. 

“Omelia contadina” tra morte e resurrezione di Madre Terra

Omelia contadina con le sue immagini rosse di terra, i volti dei contadini segnati dal tempo e dal sole, ma soprattutto con l’accompagnamento sonoro della marcia funebre eseguita da una banda paesana, ci ha da subito riportato, certo inconsapevolmente, a quella stessa atmosfera tante volte vissuta durante il funerale della saracca: la seriosa commozione di un rito pagano, pronto a rivelarsi improvvisamente con la potenza della sua natura più verace e nascosta, quella di un festoso inno alla vita. In soli dieci minuti Alice Rohrwacher e JR dedicano la loro “azione cinematografica” (perché mai come in questo caso il cinema è politico) a tutti quei valori arcaici che “dovrebbero alimentare la vera ricchezza del mondo” e invece sono stati messi all’angolo dalla ricerca del profitto.

“Cosa sarà” e la sportellata in faccia alla morte

Il tono del film riesce a stare in equilibrio costante tra dramma e commedia, strappandoci un sorriso inaspettato nei momenti di plausibile commozione, come quando ci fa sbellicare per una “sportellata sul naso” che il protagonista si è inflitto involontariamente e che “interferisce” con la nostra commozione nell’evento che dovrebbe essere il più drammatico, quello della diagnosi della malattia. Ed è certo questa la carta vincente di Cosa sarà, quella capacità di “ridere in faccia alla morte” di prenderla a parolacce (“col cazzo che muoio”) come avrebbe certo fatto un altro celebre autore segnato da questa malattia, il compianto Mattia Torre a cui il film è dedicato, e della cui verve sferzante e beffarda il film pare nutrirsi. 

“Semina il vento” tra autocritica sociale e speranza per il futuro

Daniele Caputo riesce con Semina il vento a depositare una grande quantità di messaggi positivi, di speranza, ma anche di rimprovero, senza mai cadere in facili vittimismi. Semina il vento va dritto al cuore, perché nella semplicità raffinata delle sue immagini ci costringe ad una autocritica sociale, e ci pone di fronte ad una domanda: “La malattia degli alberi è il sintomo di qualcosa di più grande. La malattia l’hanno portata i pidocchi, ma perché gli alberi si ammalano?”. Se l’inquinamento è soprattutto ormai nella testa delle persone, è da lì che bisogna ripartire. Riallacciando un sentimento di appartenenza alla propria terra, rimettendo in comunicazione la testa con i piedi, le chiome degli alberi con le radici, le radici con l’acqua. Possibilmente pulita.

L’avventura produttiva di “Luci del varietà”

“Un film che diventerà famoso” era lo slogan pubblicitario del primo film di Federico Fellini come regista, diretto in collaborazione con Alberto Lattuada e persino coprodotto dai due in virtù di un accordo basato su una forma di cooperativa. In realtà sin dall’inizio Luci del varietà non ebbe troppa fortuna. Come ricorda Cosulich in Storia del cinema italiano, i due registi, animati da un gran desiderio di autonomia, si rivolsero dapprima alla Lux, con la quale Lattuada, dopo anni di collaborazione, stava vivendo un periodo di forti contrasti. “Quando parlammo di questa idea a Ponti – ha ricordato Lattuada – ci disse che il soggetto non andava, era un argomento che non funzionava. Noi andammo avanti lo stesso”. Così dopo il rifiuto della Lux Lattuada decise di autoprodurre il film. Su soggetto di Fellini, fu elaborata la sceneggiatura con la collaborazione di Pinelli e un non accreditato Flaiano.

“Diario di un vizio” e la rifondazione dell’individuo

Nonostante lo stile della pellicola (stile appunto diaristico e annotativo) paia tendere ad una quasi totale negazione della sceneggiatura, sviluppandosi per sintagmi a sé stanti e consecutivi che ritraggono il protagonista in ripetitive scene di vita quotidiana (abluzioni in bagno al mattino, autoerotismo di fronte a televendite televisive, solitarie e pressochè disperate abboffate – piange strappando a grossi bocconi la colomba pasquale – di cibo e di sesso) Diario di un vizio (1993) fu scritto a sei mani con Liliana Betti e Riccardo Ghione e concentra gran parte della sua forza evocativa e simbolica nell’ambientazione delle immagini.

Il Morricone di “Uccellacci e uccellini”. Una colonna sonora rivoluzionaria

Tra le centinaia di colonne sonore composte da Morricone, tra i western di Leone, le nomination dell’Academy per i film americani, il premio Oscar tarantiniano, e persino la musica pop, quella che ci piace qui ricordare è l’unicum assoluto, la rarità, l’originalità innovativa di Uccellacci e uccellini. Per la sua favola ideologica Pier Paolo Pasolini ebbe “la gioia di dirigere Totò e Ninetto: uno stradivario e uno zufoletto”. Di loro disse che insieme erano “un bel concertino”. E a musicare questo concertino, chi altri poteva chiamare il poeta se non il compositore che già era stato consacrato con il suo primo Nastro d’Argento (1965) con Per un pugno di dollari?

L’enigma laico di “Bar Giuseppe”

In Bar Giuseppe, si impone uno stile di regia assolutamente innovativo, che affianca ad una fotografia hopperiana (il bar nell’area di servizio, le luci gialle dei lampioni nella notte, gli avventori seduti come spalmati sui muri del locale, le inquadrature suddivise geometricamente dalle architetture), movimenti di macchina continui (carrelli in avanti, indietro, in senso opposto rispetto alla marcia dell’oggetto seguito, in chiave di allontanamento), panoramiche e carrellate circolari ad esprimere il senso di spaesamento del protagonista. Questa impostazione ossimorica del film induce a mantenere una distanza che impedisce di non percepire un certo scollamento tra le immagini e la storia. 

“Magari” e le buone intenzioni tra infanzia e formazione

L’Italia è un Paese in cui, se fa un film la nipote di Gianni Agnelli, finisce per fare più notizia la disamina genealogica dell’autrice che la sostanza del film. Per questo cercheremo di non soffermarci troppo sul lignaggio della regista di Magari, che di cognome fa Elkann (Ginevra Elkann), ed è la terza dei tre figli di Margherita Agnelli, sorella di John e Lapo. Magari è dunque il debutto alla regia di una over forty, che a diciannove anni era assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per L’assedio (1998) e un anno dopo era al fianco di Anthony Minghella sul set de Il talento di Mr. Ripley (1999). Per poi fondare nel 2012 la casa di distribuzione cinematografica Good Films, insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Ora è in esclusiva su RaiPlay. 

Il filo rosso del dolore. “Rosa” e “Tornare”

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime”, così scriveva Marie von Ebner-Eschenbach. E proprio sul dolore, su un lutto, su un trauma non del tutto elaborato sono centrati due film di recente visione, tra i quali vediamo scorrere un impalpabile fil rouge intessuto delle diverse declinazioni cinematografiche che si possono dare al tema del dolore e dei percorsi alterni che le anime possono intraprendere per superarli. Le due opere prese in esame sono Rosa, esordio al lungo della documentarista Katja Colja, e Tornare di Cristina Comencini: entrambi film girati da donne, entrambi con una donna per protagonista, eppure capaci di essere agli antipodi.

Memoria, suono e Liberazione

Memoryscapes Sound Live. Liberazione è uno speciale live cinema composto da materiali filmici d’archivio sulla Liberazione sonorizzati dal vivo (a distanza e online), presentato da Home Movies e Ferrara sotto le stelle festival, in collaborazione con Kinè e Istituto Storico Parri, in occasione del 75esimo anniversario della Liberazione. Alcuni tra i musicisti più innovativi della scena italiana contemporanea, Cabeki, Laura Agnusdei, Xabier Iriondo, Stefano Pilia e Nicola Manzan hanno sperimentato una forma audiovisiva inedita creando una colonna sonora a distanza. 

“The Forgotten Front” e la Resistenza sociale

“A Bologna come in tutto il nord c’è la guerra quella fatta dai popoli delle nazioni unite che combattono qui a migliaia di chilometri da casa loro, e quella fatta dai partigiani, che sono già a casa loro, ma che nelle loro case non ci possono più stare, le hanno abbandonate per andare nella clandestinità, per fare la Resistenza”. The Forgotten Front è un’opera celebrativa (visibile in streaming su MyMovies), che ha visto la luce grazie alla tenacia dei suoi autori, i documentaristi bolognesi Paolo Soglia e Lorenzo Stanzani, al contributo di diversi enti del territorio e a un crowdfunding di 144 sottoscrittori che ha raccolto più di undicimila euro. The Forgotten Front, oltre ad essere un bellissimo film, è anche una grande lezione di storia, capace di rapire l’attenzione dello spettatore sin dal primo fotogramma.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte II

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte I

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Sociologia della commedia. Intervista a Carlo Verdone

“Penso che questo film sarebbe piaciuto molto a mio padre Mario, e che avrebbe apprezzato soprattutto Posti in piedi in Paradiso Io Loro e Lara. Mio padre era abbastanza severo, tra tutti il suo film preferito era Borotalco, perché era scritto in maniera frizzante, era una bella interpretazione, lo trovava un film estremamente moderno che fotografava perfettamente gli anni Ottanta. Pensa come era avanti per essere un uomo anziano, già allora! Era contento della mia carriera. Una volta capitò che leggesse un paio di critiche molto screanzate nei miei confronti, in particolare una…e lui mi disse: “ecco, vedi Carlo tu non te la devi prendere, perché questo signore che scrive vuole essere più autore di te, e quindi questi te li devi fare scivolare addosso…non ti mettere a rispondere”. E io invece gli risposi perché mi sembrava che l’offesa fosse troppo grande”.

“Figli” e la terapia di gruppo poetica di Mattia Torre

Figli diventa il suggello di una certezza che avevamo già imparato a nutrire: le sceneggiature di Mattia Torre sono terapie di gruppo involontarie, che curano con risate amare gli spazi lasciati vuoti dalla società contemporanea, una società schizofrenica che ti fa sentire in colpa se decidi di non procreare, ti assilla con le mille aspettative da genitore perfetto, ma non contribuisce col benché minimo sostegno al carico psicologico, economico e sociale portato dalla genitorialità. Forse è per questo che gli spettatori del film riempiono la sala di grasse risate liberatorie, perché davanti ai testi impietosi di Mattia Torre siamo tutti consapevoli delle tragiche verità, in primis sociali, che esse radiografano impietosamente. 

Fellini Pop

Nella produzione del primo Fellini (1950-1960) da Luci del varietà passando per Lo sceicco bianco fino a La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria, nella “fase” del suo cinema che fu definita da Brunetta come “realismo di costume”, vediamo i chiari sintomi di una essenza innegabilmente popolare, nel senso di film sul popolo che sono anche film per il popolo. Siamo infatti convinti che il cinema felliniano sia uno dei rari prodotti della nostra cultura, spaccata nell’eterno dualismo tra highbrow e lowbrow, che ha avuto la capacità sensazionale di unire in sé i due filoni antitetici della produzione dell’immediato dopoguerra: i film di Fellini erano infatti film d’autore, che però la gente andava numerosa a guardare al cinema. 

Céline Sciamma e la restituzione dello sguardo femminile

La regista, in Ritratto della giovane in fiamme sceglie di mettere il fuoco su un personaggio sociologicamente emblematico, ma senza fare un biopic, sceglie una storia di fantasia per uscire da una dinamica del racconto impostato sul “nonostante tutto (l’oppressione maschile, le barriere dei costumi), lei era eccezionale e ce l’ha fatta” e così la visione sulle “personagge” finisce per essere orizzontalmente positiva. Infatti il progetto narrativo e politico del film è che tutte le protagoniste siano soggetti, nessuna sia reificata, oggettificata dagli occhi dell’altra. E questo è reso possibile dal tipo di sguardo che attraversa il film. Uno sguardo femminile (quello della regista, delle protagoniste e perfino del pubblico a cui il film è rivolto) che si dichiara palesemente epigono di quel female gaze di mulveyana memoria.

Claudio Caligari nel ricordo di Luca Marinelli

Il titolo provocatorio (Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari) del bellissimo film di Simone Isola (produttore) e Fausto Trombetta (giornalista) sul cinema e la vita di Claudio Caligari nasce da un confronto con Valerio Mastandrea, grande amico oltreché attore consacrato nella sua immagine di “faccia proletaria” da uno dei film del regista piemontese. Se c’è un aldilà sono fottuto era una frase di Caligari riportata nella lettera a Martin Scorsese, che Mastandrea inviò alla stampa nel 2014 per denunciare le difficoltà del regista a produrre i suoi film, e per aiutarlo a finanziare e promuovere quello che poi sarebbe stato il suo ultimo lungo, Non essere cattivo (2015).