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Raccontare la Storia senza filtri: un’intervista a Catherine Wyler

Al 75° anniversario della sua prima proiezione sul suolo americano, The Memphis Belle: A Story of a Flying Fortress si presenta agli occhi del suo pubblico in una veste ancora più realistica e cruda, spogliata dalle sue imperfezioni sulla pellicola grazie al prezioso restauro curato da Catherine Wyler. In occasione della sua proiezione, all’interno della sezione Documenti e documentari 2019, abbiamo intercettato ed intervistato la primogenita di William Wyler, il quale registrò in presa diretta cinque missioni del B-17, condividendo i ristretti spazi assieme all’equipaggio del cacciabombardiere.

Intervista a Nicolas Winding Refn

Fresco reduce dall’uscita di Too Old to Die Young, un ambizioso film in dieci episodi distribuito da Amazon Video (guai a chiamarla serie), il cineasta danese Nicolas Winding Refn arriva al Cinema Ritrovato in duplice veste: quella di regista e di restauratore. Dopo la presentazione “sotto le stelle del cinema” della sua copia personale in 35mm di Drive, ha indossato i panni di divulgatore, facendo conoscere al pubblico un film perduto del 1967, Spring Nights, Summer Nights, introducendo El Topo del suo carissimo amico Alejandro Jodorowsky e illustrando il lavoro dietro byNWR, la sua nuovissima piattaforma streaming, dedita a preservare il passato dialogando senza remore né preconcetti con il futuro.

Jean Gabin e Jules Maigret

Concludiamo i nostri approfondimenti su Simenon e il cinema con la distribuzione di Cinema Ritrovato al cinema del restaurato Maigret e il caso Saint-Fiacre ancora una volta con una galleria di illustri analisi critiche. Tocca a Jean Gabin, un Maigret volutamente senile e malinconico (sebbene severo, duro), essere al centro dell’interesse. Come ricorda Claudio G. Fava: “In tutta la sua carriera egli incarnò solo tre volte il personaggio inventato da Simenon: nel 1958 interpretando Maigret tend un piège (Il commissario Maigret) e Maigret et l’affaire Saint-Fiacre (Maigret e il caso Saint-Fiacre); e cinque anni dopo dando vita a Maigret volt rouge (Maigret e i gangster). Eppure, lo spettatore medio lo ricorda come un Maigret tipico, a dimostrazione del fascino straordinario che Gabin esercitava quando incarnava una figura accettata e sollecitata dal pubblico”.

La critica, Duvivier e Simenon

Non facile il rapporto tra la critica e Julien Duvivier, come dimostra l’antologia che dedichiamo a “Panique”, per il percorso su Simenon e il cinema proposto da Cinema Ritrovato al cinema. Ma secondo Chabrol: “Duvivier era diabolicamente abile. Aveva un ‘ottimo senso del ritmo, della colonna vertebrale’, del film che ‘sta in piedi’. Era molto bravo a descrivere con grande precisione e naturalezza gli ambienti. Su Duvivier si sono dette delle gran stupidaggini, del tipo: ‘non è un Autore’, ‘non ha un suo mondo’… Il suo ‘mondo’, la sua concezione della vita emergono chiaramente in film come Panique: la nostra è un’epoca di assassini, ecco la sua filosofia. E lui non faceva dell’ironia (come me), era davvero pessimista. Per me è un autore che non si è mai proclamato tale”.

 

“Panique” tra Georges Simenon e Julien Duvivier

Con la distribuzione di Panique di Duvivier cominciamo a riparlare di Simenon al cinema, un rapporto che si arricchisce di nuove interpretazioni e valutazioni ogni qual volta si torna a mostrare i molti film tratti dalla torrenziale bibliografia del maestro. In questo caso di affidiamo alle parole di James Quandt, di Criterion.  “Ispirato a un evento di cui era stato testimone l’autore belga, quando, giovane giornalista a Liegi, vide un gruppo di ubriachi rivoltarsi contro un uomo accusato di essere una spia tedesca e inseguire l’innocente su un tetto, chiedendo a gran voce “un’esecuzione sommaria”, il romanzo breve di Simenon e poco più di un canovaccio per Duvivier, e le molte libertà che il regista e il suo sceneggiatore, Charles Spaak, si prendono rispetto al libro ne trasformano il tono dal meramente pungente all’insistentemente acido”.

“Jules e Jim” e la critica

Come al solito, grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, possiamo approfittarne per recuperare un po’ di fonti critiche, d’epoca e non. Il caso di Jules e Jim si presta particolarmente bene, visto che è il film di un ex critico, regista cinefilo, che si confronta con varie forme di intervento critico, cinefilo, militante, tradizionale, e così via. Come scriveva nel 1962 Jean de Baroncelli: “Il film di Truffaut è il contrario d’un film scabroso, d’un film ‘parigino’. Jules e Jim non sono mai ridicoli, e se Catherine è talvolta irritante, non è mai odiosa. Una sorta d’innocenza, di profonda purezza, preserva tutti e tre dalla bassezza. Qualsiasi cosa ne possano pensare gli ipocriti, la loro storia è una bella e dolorosa storia d’amore. Il merito essenziale di Truffaut è d’averci fatto credere a questa innocenza e a questo amore”.

“Mamma Roma” e lo sfogo di Pasolini

Appena uscito per le Edizioni Cineteca di Bologna e Cinemazero, il volume su Mamma Roma curato da Franco Zabagli contiene moltissime rarità e tanti documenti interessanti. A cominciare da questo, che Pier Paolo Pasolini pubblicò nel 1962 su “Vie Nuove”. Un articolo in cui si parla anche di critica in modo molto attuale: “Anzitutto, la condizione di gran parte della critica cinematografica italiana, la cui preparazione culturale è penosa. Non c’è nessuno che non si senta autorizzato a scrivere di cinema, e io non so che criteri seguano certi direttori dei giornali nell’affidare la critica cinematografica… Ora, nel mio caso, succede che tale provvisorietà della competenza, sia specifica che generale, riesca più chiara: per il fatto che il giudizio su me, regista, implichi un giudizio, più o meno diretto, su me scrittore, o implichi almeno il riferimento a una storia stilistica che comprende una serie di opere letterarie”.

“Ladri di biciclette” e la critica

Un’antologia critica riguardante Ladri di biciclette non può che suscitare grande ammirazione per i nomi coinvolti. E così, un capolavoro del neorealismo diventa occasione per rileggere i classici e osservare processi e metodi della grande critica del passato. “Perché questa, della pietà, è la prima e più appariscente ‘morale’ del film. Noi che tante volte siamo stati tentati di discorrere di quel capitale specchio del costume che è il cinema e non l’abbiamo fatto per non ricamare variazioni letterarie su di un mezzo espressivo la cui struttura tecnica ci è quasi sconosciuta, non parleremmo di questo film se non fossimo convinti che Ladri di biciclette è un documento di importanza eccezionale per la cultura italiana” (Franco Fortini, “Avanti!”, 15 marzo 1949).

“Gli uccelli” e la critica. Spunti e analisi

Come sempre accade, i più grandi film della storia del cinema generano molteplici letture. Ecco un’antologia di analisi illustri dai grandi della critica e della ricerca internazionale. Come dice Jean Douchet, del resto, “se si hanno occhi per vedere, orecchie per ascoltare e un cuore per sentire, Gli uccelli è un film magnifico. Di una bellezza ammaliante, che ci trascina lentamente, dolcemente, ma irresistibilmente, dalla dimensione del quotidiano verso i territori lontani del fantastico. È un film musicale. Inizia con un andante piacevole, grazioso, seducente, che con una minima modulazione diventa poco a poco grave, strano, angosciante. Poi improvvisamente esplode un allegro vivace, vorace, rapace, che a sua volta si appesantisce, assumendo risonanze terrificanti. Infine, si conclude con una corona tra le più minacciose che si possano immaginare”.

“L’appartamento” e la critica

Il ritorno in sala di L’appartamento di Billy Wilder permette al solito un viaggio nella memoria critica e nell’accoglienza del film. Come ha scritto Peter Bradshaw sul “The Guardian” – citiamo – “L’appartamento è la satira di una grande città con un romantico cuore d’oro. […] Dopo oltre cinquant’anni brilla ancora”. Come sempre in Wilder ci troviamo di fronte a sfide incandescenti per la morale (non solo d’epoca) e per i temi che Hollywood poteva affrontare, gestiti con la massima naturalezza, intelligenza, spontaneità. Un sarcasmo, quello di Wilder, che fa rima con umanità e non cinismo, e che riserva uno sguardo disgustato sul potere e l’abuso facendoci sentire la fallibilità degli ultimi e la commedia della fragilità. 

Ingmar Bergman parla del “Settimo sigillo”

Le parole di un autore sul proprio film rappresentano sempre un territorio affascinante da esplorare. Ci sono registi decisamente laconici e poco propensi a spiegare le loro opere, e altri che aprono liberamente lo scrigno delle idee e delle influenze. Bergman è uno dei cineasti che più ha costruito una autobiografia della propria arte, e anche sul Settimo sigillo ha svelato importanti processi creativi e poetici. A volte anche in modo inatteso: “Non si tratta, infatti, di un’opera priva di pecche. Viene fatta funzionare grazie ad alcune pazzie, e si intravede che è stata realizzata in fretta. Non credo però che sia un film nevrotico; è vitale ed energico. Inoltre, elabora il suo tema con desiderio e passione”.

“Il settimo sigillo” e la critica

L’antologia critica su Il settimo sigillo di Ingmar Bergman non può che partire dallo spettatore più acuto e influente del regista, ovvero Woody Allen: “Il settimo sigillo è sempre stato il mio film preferito. Se io dovessi descriverne la storia e tentare di persuadere un amico a vederlo con me, direi: si svolge nella Svezia medievale flagellata dalla peste, ed esplora i limiti della fede e della ragione, ispirandosi a concetti della filosofia danese e tedesca. Ora, questa non è precisamente l’idea che ci si fa del divertimento, eppure il tutto è trattato con tale immaginazione, stile e senso della suspense che davanti a questo film ci si sente come un bambino di fronte ad una favola straziante e avvincente al tempo stesso”.

Nascita e anatomia di “Toro scatenato”

Con la solita schiettezza e passione, Martin Scorsese ha sempre tributato a Robert De Niro un apporto creativo superiore alla semplice (e pur indimenticabile) interpretazione di Toro scatenato: “È stato Bob a voler fare quel film. Io no: non capivo niente di pugilato. Cioè, capivo soltanto che è una specie di partita a scacchi fisica. Ci vuole l’intelligenza di uno scacchista, ma la partita la giochi col corpo. Uno può essere completamente ignorante e rivelarsi un genio nell’arte del pugilato. Quando ero piccolo, guardavo al cinema gli incontri di pugilato e non riuscivo mai a distinguere i pugili. Ma avevo un’idea, per quanto minima, delle motivazioni di un pugile, e capivo perché Bob volesse a tutti i costi interpretare il ruolo di Jake La Motta. Proveniva dallo stesso ambiente di operai italoamericani; da ragazzi lui e il fratello erano due ladruncoli e questa era la storia di due fratelli”.

“Toro scatenato” secondo Martin Scorsese

La loquacità di Martin Scorsese è sempre stata inversamente proporzionale alla reticenza di autori come Stanley Kubrick. Non è sorprendente, poiché Scorsese è nato prima come cinefilo e storico del cinema che come cineasta. Non esiste inquadratura che il regista di New York non sappia perfettamente da dove nasce, quale influenza tradisce e quali intenzioni offre. Leggere – tratte da fonti differenti – le spiegazioni tecnico-stilistiche del suo approccio a Toro scatenato è dunque un puro piacere critico. Per esempio: “Ho scelto il bianco e nero perché l’unica scena a colori di un combattimento che mi abbia veramente colpito è il flashback in Un uomo tranquillo di John Ford, quando Wayne guarda a terra e capisce di aver ucciso il suo avversario: non dimenticherò mai lo splendente verde smeraldo dei suoi pantaloncini”.

Carlo Vanzina cinefilo?

Abbiamo aspettato un po’, per non buttarci nella mischia prematuramente e lasciare depositare un po’ i conflitti abbastanza malinconici seguiti alla scomparsa di Carlo Vanzina. Chi segue questa testata sa che non siamo soliti seguire particolarmente il cinema popolare, ma al tempo stesso non pensiamo alberghi alcun conservatorismo nella nostra linea editoriale. Abbiamo deciso di intervenire su Vanzina non per esprimere una particolare posizione del direttore o della redazione, bensì a seguito di alcuni interventi davvero illuminanti e riusciti comparsi in queste settimane. Interventi e articoli che ci permettono di spiegare un po’ di cose su Vanzina, la cultura nazionale e l’identità del nostro cinema. Quel punto interrogativo del titolo rimarrà fino alla fine. Ma avremo letto alcune cose davvero interessanti.

Tornando su Yılmaz Güney

Nonostante i dodici anni trascorsi dietro le sbarre, i due di servizio militare e i tre d’esilio, Yılmaz Güney (1937-1984) ebbe una carriera prolifica seppur breve. Romanziere e figura leggendaria dell’attivismo politico turco, partecipò a 111 film come attore, regista, sceneggiatore e produttore. Da ragazzo portava i rulli di pellicola nei cinema di Adana, la sua città natale. L’amore per i film lo condusse infine a Istanbul, dove lavorò come comparsa. Il suo primo ruolo da protagonista in Alageyik (Il daino, 1959) di Atıf Yılmaz gli valse l’elogio della critica, ma la sua ascesa verso la celebrità fu interrotta dal primo di una serie di guai giudiziari. Tra il 1961 e il 1963 scontò una pena carceraria per un racconto scritto quando era studente. Tuttavia la grande svolta giunse nel 1965, quando fu protagonista di ventuno dei duecentoquindici film girati quell’anno. Sovvertendo l’immagine dominante del divo avvenente, fu soprannominato “il re brutto”.

Suspiria e dintorni: intervista a Luciano Tovoli

Luciano Tovoli è uno dei grandi protagonisti della cinematografia nostrana: tra le sue collaborazioni come direttore della fotografia possiamo trovare nomi della caratura di Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani e Nanni Moretti. Vulcanico sperimentatore dell’immagine, è un’artista che ha virato la sua ricerca sulla luce e sul colore da un’impostazione più naturalistica ad una maggiormente espressionista e pittorica. Parte di questa sua ricerca viene raccontata nel volume Suspiria e dintorni, lunga conversazione, scritta in collaborazione con Piercesare Stagni e Valentina Valente, incentrata sul suo lavoro al cult di Dario Argento. Il libro, pensato per essere accessibile anche ai non addetti ai lavori, è parte della collana dedicata all’uso della luce in ambito artistico edita da Artdigiland (nella stessa collana sono presenti anche volumi dedicati a Luca Bigazzi, Giuseppe Lanci e Tonino Delli Colli). In occasione della presentazione del libro al Cinema Ritrovato, per la rassegna Otto libri sotto le stelle, siamo riusciti a porre qualche domanda al veterano della macchina da presa. 

“Ciò non accadrebbe qui”, l’opera maledetta e rinnegata da Bergman

Si è detto e forse si dirà che si tratta di un Bergman minore, quello che nello stesso anno di Ciò non accadrebbe qui si occupò di due adattamenti teatrali Rachele e il fattorino del cinema e Uscirsene a mani vuote. Un film insolito per l’autore svedese che a distanza di anni continua a interrogarci. “Ci sono alcuni film di cui mi vergogno o che, per motivi diversi, non mi piacciono. Ciò non accadrebbe qui è il primo.” Bergman commenta così il suo nono lungometraggio prodotto nel 1950 dalla Svensk Film Industri, aggiungendo che solo dopo quattro giorni ebbe letteralmente una paralisi creativa. L’ebbe proprio scontrandosi con la realtà dei fatti che avrebbe messo in scena, incontrando sul set alcuni attori baltici in esilio per motivi politici.

Peter von Bagh on Ingmar Bergman’s “Sånt händer inte här”

The film functions largely like a silent movie. Since there is no common language and since so much of the silent communication is illusory anyway, a tormented, uncanny and alienated Bergmanian community appears once again, merging with a synthetic geography, its non-citizens doomed to an incurable loneliness as they do in ThirstSilence (1962) and Shame (1968). Life is absurd, a quest for something better is meaningless, and although the ‘main couple’ get one another, the severe mood never eases up. The couple consists of a policeman and Signe Hasso, who has killed her husband the night before. The promise of a harmonious, ideal home (Folkhemmet) for them can already be glimpsed, but the soul is black.

Incontri Ritrovati: intervista a Marcello Fonte e ad Edoardo Pesce

Durante il Cinema Ritrovato si possono fare incontri piacevoli e inaspettati; è così che tra le esposizioni de Il Cinema Ritrovato Book Fair, in biblioteca Renzo Renzi, si possono incontrare i due protagonisti di Dogman, Marcello Fonte ed Edoardo Pesce. Fonte, reduce dal trionfo di Cannes dove ha vinto il Prix d’interprétation masculine, e Pesce, che ha raggiunto il successo popolare per la sua interpretazione di Ruggero Buffoni in Romanzo criminale – La serie, ci hanno concesso due brevi interviste sul loro lavoro e i loro progetti futuri. Secondo Fonte ““A Cannes è stato come in una favola. Si sono rotti i rigidi criteri dell’establishment, star, non star. È stato un luogo comune per tutti, si è creata la magia”.