Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“L’appartamento” e la critica

Il ritorno in sala di L’appartamento di Billy Wilder permette al solito un viaggio nella memoria critica e nell’accoglienza del film. Come ha scritto Peter Bradshaw sul “The Guardian” – citiamo – “L’appartamento è la satira di una grande città con un romantico cuore d’oro. […] Dopo oltre cinquant’anni brilla ancora”. Come sempre in Wilder ci troviamo di fronte a sfide incandescenti per la morale (non solo d’epoca) e per i temi che Hollywood poteva affrontare, gestiti con la massima naturalezza, intelligenza, spontaneità. Un sarcasmo, quello di Wilder, che fa rima con umanità e non cinismo, e che riserva uno sguardo disgustato sul potere e l’abuso facendoci sentire la fallibilità degli ultimi e la commedia della fragilità. 

Ingmar Bergman parla del “Settimo sigillo”

Le parole di un autore sul proprio film rappresentano sempre un territorio affascinante da esplorare. Ci sono registi decisamente laconici e poco propensi a spiegare le loro opere, e altri che aprono liberamente lo scrigno delle idee e delle influenze. Bergman è uno dei cineasti che più ha costruito una autobiografia della propria arte, e anche sul Settimo sigillo ha svelato importanti processi creativi e poetici. A volte anche in modo inatteso: “Non si tratta, infatti, di un’opera priva di pecche. Viene fatta funzionare grazie ad alcune pazzie, e si intravede che è stata realizzata in fretta. Non credo però che sia un film nevrotico; è vitale ed energico. Inoltre, elabora il suo tema con desiderio e passione”.

“Il settimo sigillo” e la critica

L’antologia critica su Il settimo sigillo di Ingmar Bergman non può che partire dallo spettatore più acuto e influente del regista, ovvero Woody Allen: “Il settimo sigillo è sempre stato il mio film preferito. Se io dovessi descriverne la storia e tentare di persuadere un amico a vederlo con me, direi: si svolge nella Svezia medievale flagellata dalla peste, ed esplora i limiti della fede e della ragione, ispirandosi a concetti della filosofia danese e tedesca. Ora, questa non è precisamente l’idea che ci si fa del divertimento, eppure il tutto è trattato con tale immaginazione, stile e senso della suspense che davanti a questo film ci si sente come un bambino di fronte ad una favola straziante e avvincente al tempo stesso”.

Nascita e anatomia di “Toro scatenato”

Con la solita schiettezza e passione, Martin Scorsese ha sempre tributato a Robert De Niro un apporto creativo superiore alla semplice (e pur indimenticabile) interpretazione di Toro scatenato: “È stato Bob a voler fare quel film. Io no: non capivo niente di pugilato. Cioè, capivo soltanto che è una specie di partita a scacchi fisica. Ci vuole l’intelligenza di uno scacchista, ma la partita la giochi col corpo. Uno può essere completamente ignorante e rivelarsi un genio nell’arte del pugilato. Quando ero piccolo, guardavo al cinema gli incontri di pugilato e non riuscivo mai a distinguere i pugili. Ma avevo un’idea, per quanto minima, delle motivazioni di un pugile, e capivo perché Bob volesse a tutti i costi interpretare il ruolo di Jake La Motta. Proveniva dallo stesso ambiente di operai italoamericani; da ragazzi lui e il fratello erano due ladruncoli e questa era la storia di due fratelli”.

“Toro scatenato” secondo Martin Scorsese

La loquacità di Martin Scorsese è sempre stata inversamente proporzionale alla reticenza di autori come Stanley Kubrick. Non è sorprendente, poiché Scorsese è nato prima come cinefilo e storico del cinema che come cineasta. Non esiste inquadratura che il regista di New York non sappia perfettamente da dove nasce, quale influenza tradisce e quali intenzioni offre. Leggere – tratte da fonti differenti – le spiegazioni tecnico-stilistiche del suo approccio a Toro scatenato è dunque un puro piacere critico. Per esempio: “Ho scelto il bianco e nero perché l’unica scena a colori di un combattimento che mi abbia veramente colpito è il flashback in Un uomo tranquillo di John Ford, quando Wayne guarda a terra e capisce di aver ucciso il suo avversario: non dimenticherò mai lo splendente verde smeraldo dei suoi pantaloncini”.

Carlo Vanzina cinefilo?

Abbiamo aspettato un po’, per non buttarci nella mischia prematuramente e lasciare depositare un po’ i conflitti abbastanza malinconici seguiti alla scomparsa di Carlo Vanzina. Chi segue questa testata sa che non siamo soliti seguire particolarmente il cinema popolare, ma al tempo stesso non pensiamo alberghi alcun conservatorismo nella nostra linea editoriale. Abbiamo deciso di intervenire su Vanzina non per esprimere una particolare posizione del direttore o della redazione, bensì a seguito di alcuni interventi davvero illuminanti e riusciti comparsi in queste settimane. Interventi e articoli che ci permettono di spiegare un po’ di cose su Vanzina, la cultura nazionale e l’identità del nostro cinema. Quel punto interrogativo del titolo rimarrà fino alla fine. Ma avremo letto alcune cose davvero interessanti.

Tornando su Yılmaz Güney

Nonostante i dodici anni trascorsi dietro le sbarre, i due di servizio militare e i tre d’esilio, Yılmaz Güney (1937-1984) ebbe una carriera prolifica seppur breve. Romanziere e figura leggendaria dell’attivismo politico turco, partecipò a 111 film come attore, regista, sceneggiatore e produttore. Da ragazzo portava i rulli di pellicola nei cinema di Adana, la sua città natale. L’amore per i film lo condusse infine a Istanbul, dove lavorò come comparsa. Il suo primo ruolo da protagonista in Alageyik (Il daino, 1959) di Atıf Yılmaz gli valse l’elogio della critica, ma la sua ascesa verso la celebrità fu interrotta dal primo di una serie di guai giudiziari. Tra il 1961 e il 1963 scontò una pena carceraria per un racconto scritto quando era studente. Tuttavia la grande svolta giunse nel 1965, quando fu protagonista di ventuno dei duecentoquindici film girati quell’anno. Sovvertendo l’immagine dominante del divo avvenente, fu soprannominato “il re brutto”.

Suspiria e dintorni: intervista a Luciano Tovoli

Luciano Tovoli è uno dei grandi protagonisti della cinematografia nostrana: tra le sue collaborazioni come direttore della fotografia possiamo trovare nomi della caratura di Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani e Nanni Moretti. Vulcanico sperimentatore dell’immagine, è un’artista che ha virato la sua ricerca sulla luce e sul colore da un’impostazione più naturalistica ad una maggiormente espressionista e pittorica. Parte di questa sua ricerca viene raccontata nel volume Suspiria e dintorni, lunga conversazione, scritta in collaborazione con Piercesare Stagni e Valentina Valente, incentrata sul suo lavoro al cult di Dario Argento. Il libro, pensato per essere accessibile anche ai non addetti ai lavori, è parte della collana dedicata all’uso della luce in ambito artistico edita da Artdigiland (nella stessa collana sono presenti anche volumi dedicati a Luca Bigazzi, Giuseppe Lanci e Tonino Delli Colli). In occasione della presentazione del libro al Cinema Ritrovato, per la rassegna Otto libri sotto le stelle, siamo riusciti a porre qualche domanda al veterano della macchina da presa. 

“Ciò non accadrebbe qui”, l’opera maledetta e rinnegata da Bergman

Si è detto e forse si dirà che si tratta di un Bergman minore, quello che nello stesso anno di Ciò non accadrebbe qui si occupò di due adattamenti teatrali Rachele e il fattorino del cinema e Uscirsene a mani vuote. Un film insolito per l’autore svedese che a distanza di anni continua a interrogarci. “Ci sono alcuni film di cui mi vergogno o che, per motivi diversi, non mi piacciono. Ciò non accadrebbe qui è il primo.” Bergman commenta così il suo nono lungometraggio prodotto nel 1950 dalla Svensk Film Industri, aggiungendo che solo dopo quattro giorni ebbe letteralmente una paralisi creativa. L’ebbe proprio scontrandosi con la realtà dei fatti che avrebbe messo in scena, incontrando sul set alcuni attori baltici in esilio per motivi politici.

Peter von Bagh on Ingmar Bergman’s “Sånt händer inte här”

The film functions largely like a silent movie. Since there is no common language and since so much of the silent communication is illusory anyway, a tormented, uncanny and alienated Bergmanian community appears once again, merging with a synthetic geography, its non-citizens doomed to an incurable loneliness as they do in ThirstSilence (1962) and Shame (1968). Life is absurd, a quest for something better is meaningless, and although the ‘main couple’ get one another, the severe mood never eases up. The couple consists of a policeman and Signe Hasso, who has killed her husband the night before. The promise of a harmonious, ideal home (Folkhemmet) for them can already be glimpsed, but the soul is black.

Incontri Ritrovati: intervista a Marcello Fonte e ad Edoardo Pesce

Durante il Cinema Ritrovato si possono fare incontri piacevoli e inaspettati; è così che tra le esposizioni de Il Cinema Ritrovato Book Fair, in biblioteca Renzo Renzi, si possono incontrare i due protagonisti di Dogman, Marcello Fonte ed Edoardo Pesce. Fonte, reduce dal trionfo di Cannes dove ha vinto il Prix d’interprétation masculine, e Pesce, che ha raggiunto il successo popolare per la sua interpretazione di Ruggero Buffoni in Romanzo criminale – La serie, ci hanno concesso due brevi interviste sul loro lavoro e i loro progetti futuri. Secondo Fonte ““A Cannes è stato come in una favola. Si sono rotti i rigidi criteri dell’establishment, star, non star. È stato un luogo comune per tutti, si è creata la magia”.

Woody Allen racconta “Io e Annie”

Ricorda Woody Allen: “Quando uscì Io e Annie, in molti ebbero la sensazione che mi fossi venduto o avessi commesso un errore madornale, perché il mio tipo di film era II dittatore dello stato libero di Bananas, o Prendi i soldi e scappa, Amore e guerra, quel tipo di film surreale. Se nel film il pubblico non trova un’accozzaglia di battute anarchiche o demenziali, ci resta male. Lo ricordo molto chiaramente con Io e Annie perché non si trattava soltanto di strane lettere di pazzoidi che ricevevo nella posta, ma anche di gente che conoscevo personalmente. Charlie Joffe mi ripeteva: ‘Gesù, i miei amici si chiedono come mai perdi tempo con certa roba’. Ovviamente, reazioni del genere si sono moltiplicate quando ho cominciato a proporre film seri. Probabilmente per molti è inspiegabile il motivo che mi spinge a cimentarmi con qualcosa di tanto lontano dal cinema che mi ha reso popolare, che non so nemmeno fare bene, e per il quale non ci sarebbe mercato nemmeno se mi riuscisse meglio. Li capisco, ma educatamente rispondo sempre: ‘Immagino che tu abbia ragione’, e continuo per la mia strada”.

Bertolucci su Bertolucci. Il racconto di “Novecento”

“Ecco una delle idee di base di Novecento: film sulla cultura popolare, secondo Gramsci, e nel senso di Pasolini. E una chiave precisa: l’identificazione delle masse non tanto con i personaggi di finzioni narrative, ma con questi che si scollano dal loro ruolo letterario per diventar personaggi della Storia. Dunque, anche un’accettazione dei luoghi tipici della narratività, addirittura ottocentesca: sia in senso nazionalpopolare, sia criticamente, come rivisitazione neoretorica. Insomma, una formula è una formula: la differenza è che nelle sedi ottocentesche originarie gli archetipi narrativi erano spesso condannati a soluzioni di tipo psicologico. In Novecento, ci si ritrova nel mondo delle idee: cioè si fanno i conti con l’ideologia. E proprio utilizzando formule che sono sempre state adoperate per fini psicologici”. 

I tagli, le censure e il restauro di “Novecento”

Il restauro di Novecento è stato realizzato da 20th Century Fox, Paramount Pictures, Istituto Luce – Cinecittà e Cineteca di Bologna con la collaborazione di Alberto Grimaldi e il sostegno di Massimo Sordella presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Bernardo Bertolucci e del direttore della fotografia Vittorio Storaro. Per il restauro in 4K-16bit si è partiti dal negativo originale depositato dal produttore Alberto Grimaldi presso la Cineteca Nazionale. Il negativo originale aveva subito centinaia di tagli, sia quando Paramount distribuì la versione corta del film negli Stati Uniti, sia nelle fasi successive di reintegro delle sequenze tagliate. Il negativo da cui si è partiti presentava quindi circa 700 lacune, che sono state ora tutte colmate digitalmente. Riferimento in questo lavoro è stato il reversal stampato nel 1976 dal negativo originale per le edizioni americane e conservato negli archivi Paramount, che contiene gran parte dei fotogrammi poi andati perduti. 

“Novecento” e la critica

In occasione della distribuzione in sala di Novecento proponiamo un’antologia critica sul grande film di Bernardo Bertolucci, restaurato da 20th Century Fox, Paramount Pictures, Istituto Luce Cinecittà e Cineteca di Bologna, con la collaborazione di Alberto Grimaldi e il sostegno di Massimo Sordella. Il regista lo spiegava così: “Ecco una delle idee di base di Novecento: film sulla cultura popolare, secondo Gramsci, e nel senso di Pasolini. E una chiave precisa: l’identificazione delle masse non tanto con i personaggi di finzioni narrative, ma con questi che si scollano dal loro ruolo letterario per diventar personaggi della Storia (…). Insomma, una formula è una formula: la differenza è che nelle sedi ottocentesche originarie gli archetipi narrativi erano spesso condannati a soluzioni di tipo psicologico. In Novecento, ci si ritrova nel mondo delle idee: cioè si fanno i conti con l’ideologia. E proprio utilizzando formule che sono sempre state adoperate per fini psicologici”.

L’allucinato peregrinare di “Vizio di forma”

Quando quattro anni fa Paul T. Anderson adattò per il grande schermo l’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, rese evidente come nel 2002 Ubriaco d’amore avesse segnato uno spartiacque all’interno della sua filmografia. Dalle solide e compatte sceneggiature altmaniane di Boogie Nights – L’altra Hollywood e Magnolia alla concentrazione talvolta prolissa sull’individuo, seminale ne Il petroliere ed esasperata in The Master. Vizio di forma non è da meno. Con l’allucinato peregrinare di un Joaquin Phoenix conciato come fosse il fratello hippie di Wolverine, Paul T. Anderson dilata i tempi fino a raggiungere una non-trama, di fatto il caso investigativo da risolvere è una matassa talmente ingarbugliata che né il protagonista né il pubblico ci capiranno mai nulla.

Intervista a Agnès Varda

Un assaggio della lunare intelligenza di Agnès Varda: “JR ha trentatré anni e io ottantotto, ormai ottantanove e lui trentaquattro, la differenza non è cambiata. Ma questa distanza esistente tra noi non ha mai giocato a sfavore, anzi, la gente è stata anche divertita nel vederci. Siamo un po’ come Stanlio e Ollio, lui è alto e magro, io sono un po’ più bassa e robusta. Eravamo un po’ come Doublepatte et Patachon (duo comico danese del periodo del cinema muto, uno dei primi ad acquisire una certa rilevanza a livello internazionale), per dare l’idea della coppia. Lui ha piedi lunghi e io più piccoli, queste sono le differenze di base. Non abbiamo litigato molto, se non su piccoli dettagli. Ad entrambi piace mangiare la “chouquette”,  non è un croissant, né un biscotto, ma ci sono diversi fornai nella mia via che preparano questo pasticcino e in alcune panetterie sono migliori. Per il resto, il caso ci ha concesso di fare incontri con la gente, incontri che ho sempre considerato come tanti regali”.

Proteggere il più debole, “Zero in condotta” di Jean Vigo

Il nostro mese-Vigo continua con un’antologia di estratti critici riguardanti Zero in condotta, che rivisto oggi non fa che aumentare – invece che sedimentare – la carica di anarchia che possiede. A tutti i livelli. Con un pizzico di nostalgia, di quella profonda pena e tenerezza che ci fanno i bambini protagonisti. Vigo scriveva, in procinto di rivederlo ma destinato a morte prematura: “Ed allora, mi sento stretto dall’angoscia. State per vedere Zero in condotta, io sto per rivederlo con voi. L’ho visto crescere. Come mi sembrava gracile! Neppure convalescente, come un mio stesso figlio, non è più la mia infanzia. È invano che spalanco gli occhi. Il mio ricordo si ritrova male in lui. È dunque già così lontano?”.

A occhi chiusi in una notte di vento: “L’Atalante” di Jean Vigo

Cominciamo a occuparci del grande mese-Vigo proposto dalla Cineteca di Bologna in tutta Italia con alcuni approfondimenti critici e documentali. Le parole di Truffaut, Ghezzi, Gomes e Grande illuminano da par loro il capolavoro L’Atalante anche se a precederle ci piace mettere il fulminante commento di John Grierson:“È uno stile palpitante. Alla base c’è un senso del realismo documentario che rende la chiatta una vera chiatta, così precisa nella sua topografia, che vi ci potremmo orientare a occhi chiusi in una notte di vento. E questo è importante sia per una chiatta fluviale sia per un battello, ed è quanto i film sul mare non hanno mai capito” (autunno 1934).

“La febbre del sabato sera” e la mascolinità passiva del nuovo divo-ballerino

Per continuare il nostro studio su La febbre del sabato sera e le influenze culturali su stili di vita e consumi degli ultimi quarant’anni, ospitiamo questa volta un acuto intervento di Claudio Bisoni, comparso in open access sulla rivista Cinergie – Il cinema e le altre arti, che dedicò uno speciale proprio alla dico music e al rapporto con l’immaginario audiovisivo. Nel denso saggio dell’autore, il corpo e la funzione della sstar Travolta vengono messi in relazione con i temi della mascolinità e della rappresentazione di genere, con risultati sorprendenti.