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“In viaggio verso un sogno” e l’America della pietas

In viaggio verso un sogno rischia di passare fra le maglie cinefile come un feel-good movie qualunque. Eppure è un film che sceglie di avere un cuore d’oro ma non vuole essere buonista, e tratta il tema dell’handicap più attraverso l’attenzione all’individualità che ai riguardi irreggimentati del politically correct. E che mette in scena la sua storia con tale semplicità e delicatezza, verso i sentimenti dei personaggi e degli spettatori stessi, da divenire qualcosa di cui ogni tanto si sente proprio il bisogno: cinema classico in purezza, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. In questo viaggio fra le sideways del vecchio Sud degli U.S.A., i registi e sceneggiatori Tyler Nilson e Michael Schwartz inseriscono accenni che risuonano a fondo nella cultura statunitense.

Lo stillicidio emotivo di “Honey Boy”

Ci si potrebbe affannare sulle valenze compensatorie del film per LaBeouf, visto che la sceneggiatura è stata concepita mentre l’attore si trovava in riabilitazione, come parte della sua terapia psicologica, e vista la decisione di interpretare – peraltro ottimamente – il proprio padre. Eppure, nonostante un autobiografismo disarmante, una creazione così ombelicale non ha per fortuna portato all’autocompiacimento: Honey Boy intelligentemente sfugge la tentazione di tracciare un arco narrativo di dannazione o redenzione del protagonista rispetto al proprio passato, e mette in scena il dolore nel minimalismo di una resa dei conti quotidiana e inesausta, sia da bambini che una volta diventati adulti.

“Buttiamo giù l’uomo” e il rovesciamento delle attese

Diretto da due registe, Bridget Savage Cole e Danielle Krudy, Buttiamo giù l’uomo (attualmente su Amazon Prime Video) suggerisce sin dal titolo un’intenzione femminista così apologetica da esserne evidentemente anche l’immediata presa in giro. E da subito capiamo che non tutto sarà come ci si aspetta, da una scena d’apertura memorabile in stile musical, dove disposti in armoniosa simmetria gli attori cantano e fanno anche l’occhiolino alla cinepresa; solo che non vengono accarezzati dalle studiate luci glamour dell’epoca d’oro di Hollywood, ma di tratta di ispidi pescatori del Maine, inguainati in pesanti paramenti impermeabili, impegnati a trafiggere pesci in un’atmosfera gelida.

“L’hotel degli amori smarriti” e le convenzioni ribaltate

Coadiuvato da Chiara Mastroianni, premiata come migliore interprete nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2019, in un ruolo “à la Cary Grant” per ammissione del regista stesso, Christophe Honoré parla d’amore mettendo in scena l’effetto implacabile degli eventi sulle persone, o forse di converso dello scorrere del tempo fingendo di occuparsi di schermaglie sentimentali. Poco importa, L’hotel degli amori smarriti è brioso e spumeggiante senza cercare di essere simpatico a tutti i costi, proprio come la sua protagonista, e la loquacità imperturbabile dei suoi personaggi è svolta con molta disinvoltura in un solco inusuale fra il filosofico, l’ironico e il surreale.

La passione di Fellini per le persone

Fellini ama la vita così com’è, a dispetto di tutto come Cabiria, in lui vincono la fascinazione e la pietas verso il particolarismo degli individui, a qualsiasi classe o gruppo appartengano. Non può esistere l’afflato politico come schieramento a favore degli uni contro gli altri, richiesto da una visione militante. Pur tuttavia, il suo commento sulla realtà sociale è evidente, ed è un commento non legato alle strette contingenze storiche ma a una visione più ampia dell’uomo contemporaneo che riverbera e si amplifica in tutta la sua acutezza sul presente. Quella modalità narrativa larga, quasi indolente, quell’incedere del racconto per pennellate pittoriche restano a dimostrazione della sua intuizione fulminea ed epidermica di una società dominata da una visione non più finalistica delle cose, ma da un esistere e apparire nel qui e ora.

La solitudine dell’uomo buono – Speciale “Richard Jewell” I

Cosa ne sarebbe stato di Forrest Gump nel mondo reale? Perché Richard Jewell, realmente esistito, colui che sventò il disastro durante l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 per poi ritrovarsi sospettato di esserne l’autore, nelle mani di Clint Eastwood diventa essenzialmente questo: un uomo buono, senza immaginazione né abilità sociali, incapace di leggere al di là di quello che viene detto, spinto a fare sempre del suo meglio dagli insegnamenti della mamma. Ed è considerato davvero un eroe, Richard Jewell, che concentrato solo sul suo dovere di addetto alla security adocchia la bomba e dà l’allarme, a dispetto della noncuranza e degli sfottò dei capannelli di poliziotti intenti a chiacchierare.

“Dov’è il mio corpo?” e la storia di una mano

È un piccolo miracolo di equilibrio fra lirismo sentimentale e insolito film di azione, questa pellicola d’animazione francese di Jérémy Clapin, al suo primo lungometraggio. Tratto dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, anche co-sceneggiatore, sorprende e coinvolge estremizzando una prospettiva non inedita (si pensi ad esempio a un successo letterario come Storia di un corpo di Daniel Pennac) ma poco frequentata: che il corpo non sia un docile e obbediente tramite di conoscenza col mondo esterno guidato dalla mente in quanto vero Sé, bensì l’unica attiva possibilità di costruzione di un Io unitario attraverso la storia esperienziale delle proprie parti.

“La donna che visse due volte” e l’essenza dell’illusione al cinema

Si è molto parlato di necrofilia a proposito delle pulsioni di Scottie ne La donna che visse due volte, e l’avallo di tale interpretazione da parte di François Truffaut e di Hitchcock in persona l’ha stampata a fuoco negli schemi interpretativi senza appello. Ma si tratta di una forzatura tassonomica, per quanto intrigante. Scottie tende al superamento della morte, non all’immersione in essa: non solo nella manifestazione evidente del suo desiderio di salvare Madeleine dapprima, e di riportarla in vita tramite Judy poi, ma nei motivi della sua attrazione per lei. Madeleine è bellissima, gentile, sensibile. È evidentemente attraversata da una pulsione di morte, ma la sua figura è trascendente, non funerea. In lei la morte esiste ma si riconduce al senso ultimo delle cose. Eterna come l’amore stesso, Madeleine vaga accarezzata da un alone di luce per le vie della città.

“Sister Aimee” a Gender Bender 2019

Sister Aimee, al secolo Aimee Elizabeth Semple McPherson, è esistita davvero. Non solo, ma negli anni ’20 del secolo scorso solo il Papa la superava in fama come figura religiosa negli U.S.A. Ovvia la fascinazione delle sceneggiatrici e registe Samantha Buck e Marie Schlingmann verso una figura femminile così carismatica, una predicatrice evangelica in grado di incantare le folle ed essere ritenuta una guaritrice miracolosa da orde di adepti. Irresistibile dunque il dettaglio biografico di una sua sparizione, che riempì le pagine dei giornali nel 1926, cui seguì un suo ritorno alcune settimane dopo con la storia di un rapimento ritenuto alquanto improbabile dalle forze dell’ordine dell’epoca.

“Lil’ Buck: Real Swan” a Gender Bender 2019

Esistono storie di felice contaminazione reciproca. Lil’ Buck, classe 1988, cresce in un quartiere povero di Memphis, Tennessee, andandosene in giro con gli amici e ballando per strada una variante del Gangsta Walking chiamata Jookin’, sul modello dell’idolo Michael Jackson. Il suo talento è però fuori dal comune, con una leggerezza e una liquidità nei movimenti che lo rendono un miracolo allo sguardo. Anche la sua determinazione non è da meno, e gli fa portare la sua identità inscalfita da ragazzo di strada dentro una scuola locale di balletto classico, dapprima, e a Los Angeles, poi, dove un video improvvisato nientemeno che da Spike Jonze gli dà un’istantanea fama da milioni di visualizzazioni sui social media. 

“Apocalypse Now” e la complessità morale del racconto

Il viaggio lungo il fiume è un progressivo allontanamento dalla civiltà e, nelle parole di Willard, non ha senso lasciare la barca a meno non si sia disposti ad andare sino in fondo. Willard è pronto a farlo perché è un militare sconvolto dalle esperienze che ha già vissuto, che tenta ormai solo di rivivere costantemente il trauma nel tentativo di superarlo. Non sa più stare né nella vita civile né in guerra: è in sospeso fra bene e male, conoscenza e ignoranza di sé. Ed è pressoché atarassico, incapace di risuonare emotivamente di fronte a qualsiasi evento. Quando giunge alla fine del suo viaggio, al cospetto di Kurtz, Willard è molto vicino alla comprensione del male in sé e nell’altro. Dopo averlo ucciso, potrebbe farsi dio a sua volta, ma decide invece di andarsene. Apocalypse Now però non finisce qui: stanno già risuonando le note di The End dei The Doors, proprio come all’inizio. Nulla pare cambiato.

“Witkin & Witkin” a Gender Bender 2019

Joel-Peter Witkin, il cui lavoro ha più profondamente contaminato l’immaginario pop, fra l’indimenticabile video di Closer dei Nine Inch Nails e una memorabile sfilata di Alexander McQueen di inizio secolo, è un giocoso e divertente fotografo con occhiali a pois, le cui opere creano una strabiliante bellezza dalla diversità, dalla difformità, dalla sessualità e dalla morte, in un gioco opulento di rimandi raffinati e triviali all’intera storia dell’arte. Jerome Witkin è un uomo pacato e meditativo, dalla lunga barba e dalla gestualità lenta, i cui quadri possiedono una straziante forza drammatica sia negli episodi di intimo autobiografismo sia nella resa di temi universali quali l’Olocausto e il disagio sociale contemporaneo. Joel-Peter ritiene l’altro un tipo un po’ troppo formale, Jerome non sembra saper bene da dove cominciare per descrivere suo fratello.

Il bighellonaggio cinefilo – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” IV

Tarantino, dopo gli esiti artistici incerti di The Hateful Eight, decide di ripartire proprio da lì, dalla convinzione incrollabile che, almeno per il tempo in cui lo spettatore è in sala, il cinema tutto possa e tutto sia in grado di dare. Che i protagonisti siano poi un isterico attore di serie B sul viale del tramonto (Leonardo DiCaprio) e uno stuntman gioviale quanto stolidamente facinoroso (Brad Pitt), che storditi dalle droghe non capiscono nemmeno il ruolo cui stanno assurgendo, è un’idea niente male. Ammettiamolo, si tratta sulla carta di una operazione pressoché irresistibile, in grado di convogliare le simpatie sia del grande pubblico in cerca di gratificazione e divertimento, sia, svolta con l’inventiva e il carisma di un grande regista, degli eruditi cultori della settima arte.

“Effetto domino” e la fascinazione dell’abbandono

Cupissimo, ineluttabile, Effetto domino è anche un inno all’attrazione/repulsione per il disfacimento e la morte. La fascinazione per i luoghi in abbandono, che ha dato vita a file crescenti di urban explorers, è qui al suo apogeo: accarezzata da una luce fredda ed esatta, la bellezza dei vecchi edifici in disuso è innegabile e struggente nelle armoniose composizioni visive generate dal caos – e da un ottimo occhio per l’inquadratura e la messa in scena. Pur con qualche dialogo filosofeggiante di troppo, il progetto di un manipolo di esseri umani di distruggerli per ricostruirli nuovi e splendenti, come se i precedenti non fossero mai esistiti, è il perfetto rispecchiamento di un anelito del nostro tempo a non invecchiare e morire mai più, di qui a una manciata di anni. 

“Journey Into Light” al Cinema Ritrovato 2019

Non sarebbe privo di qualche attrattiva, questo Journey into Light (1951) di Stuart Heisler, grazie a una sceneggiatura assai verbosa ma che sviluppa il tema della crisi esistenziale e spirituale in maniera potenzialmente interessante: non si tratta di un classico percorso di caduta dell’eroe e suo ritorno alla Grazia, quanto piuttosto una riflessione sulla mancanza di fede di chi predica bene ma dentro di sé sente poco, e che, messo alla prova dagli eventi, dovrà imparare a superare un risentimento verso il divino che è in realtà un giudizio su se stesso. Non a caso il reverendo alla fine, potendo optare fra il tornare alla vecchia vita in mezzo ai farisei o il rimanere nella nuova fra i peccatori, propenderà senza indugio per la seconda ipotesi.

“Faubourg Montmartre” al Cinema Ritrovato 2019

È una piccola, perfetta cartolina del cinema popolare francese del suo tempo, questo Faubourg Montmartre del 1931. Il sonoro era appena arrivato, ma le limitazioni tecniche nel filmare e i grattacapi che ciò stava causando a molti autori non sembravano impensierire troppo Raymond Bernard. Regista prolifico e disinvolto negli anni del muto, Bernard sembra sapere perfettamente cosa dare al pubblico: abbandona senza ripensamenti la grandiosità delle scene storiche che aveva mostrato di saper gestire così bene, e sceglie di adattare un romanzo di Henri Duvernois, sposando perfettamente un tema intrigante e sempiterno come la prostituzione con l’attualità della crisi economica che la Francia stava vivendo sull’onda del crollo di Wall Street del ’29.

L’intimità disarmante di “Family Romance, LLC”

Werzog è stato ispirato da un business in crescita in Giappone, quello della fornitura di attori per interpretare figure significative nella vita di persone reali. Così si è recato nel paese e, con un budget pressoché inesistente (ha raccontato con molto orgoglio dei cambi di costume improvvisati nei bar nei dintorni) ha filmato camera a mano attori locali che recitavano in madrelingua, catturandoli molto da vicino e senza curarsi troppo di tremolii, sovraesposizioni e sottoesposizioni, con un senso della composizione dell’immagine sorprendentemente figlia dei nostri tempi.

“Kemp” e la fulgida, soave leggenda

I ballerini, quelli consumati dalla passione per l’arte come la protagonista di Scarpette rosse, non vanno in pensione ma muoiono. Così dice in Kemp, presentato a Biografilm 2019, proprio Lindsay Kemp, ritratto poco prima della sua scomparsa ad agosto 2018. Febbrile di idee e lievemente malinconico per l’aborto del suo ultimo progetto creativo, Dracula, a causa dei produttori, Kemp accoglie Edoardo Gabbriellini nella casa di Livorno dove ha vissuto i suoi ultimi anni, e racconta la sua vita di ballerino, coreografo, attore nonché creatore di mondi visivi peculiari, tramite trucchi, costumi e scenografie di sua concezione.

Herzog incontra Gorbaciov

Due grandi idealisti si incontrano, tre volte nel giro di sei mesi, per un’intervista. L’intervistatore, Werner Herzog, è un passionale più interessato alla cifra umana che all’approfondimento storico. L’intervistato, Michail Gorbaciov, è un 87enne quieto e con qualche problema di salute, nei cui occhi però ben si vedono calore carismatico e una sicurezza senza arroganza. Herzog non nasconde a nessuno il suo affetto partigiano per Gorbaciov, e definisce l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, colui che mise fine alla Guerra Fredda, “uno dei più grandi leader del XX secolo”, confessandogli anche apertamente i propri sentimenti. Presentato al Biografilm 2019.

“Il traditore” tra cacciatori e prede

Il traditore possiede una cifra stilistica quasi desueta nel panorama italiano, quella di intrattenere e appassionare il pubblico. Bellocchio, spesso attento alla storia del nostro paese, si era cimentato su un periodo altrettanto tragico, quello del sequestro Moro, in Buongiorno, notte, ma con toni intimisti e tormentosi. Qui invece è sontuoso e avvolgente anche se, nell’usare con profluvio svariati registri, crea un complesso non del tutto omogeneo. Il traditore centra però perfettamente il ritmo di fughe e pause, alcune scene memorabili (il riposo notturno sul tetto, gli insoliti postumi di un matrimonio, l’ultimo viaggio di Giovanni Falcone) e possiede la non comune virtù di superare la fascinazione del potere criminale non sminuendola