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Il thriller mentale di “Sto pensando di finirla qui”

Sto pensando di finirla qui è strutturato come un tipico sogno d’ansia, in cui si vuole arrivare da qualche parte (tipicamente a casa propria), ma accade sempre qualcosa, anche di incredibile e bizzarro, che non lo permette. Il tono emotivo è quello di certi fugaci momenti di frustrazione e imbarazzo, per qualche silenzio non voluto, una parola sbagliata, o un occasionale eccesso di verità, allungati alla durata apparentemente insostenibile di 134 minuti. La tensione prolungata che ne deriva è da vero e proprio thriller psicologico, un “thriller della mente”. 

“La baia dell’inferno” al Cinema Ritrovato 2020

È un vero gangster movie duro e crudo, La baia dell’inferno. Tuttle concede un paio di sagaci battute hard boiled d’ordinanza alla sceneggiatura ma nulla più. Eppure, per quanto il regista sia molto più serioso che nei film passati, le statue religiose disseminate ovunque nelle stanze del boss criminale e la moglie religiosissima sembrano caricate, più che di un giudizio morale, di un’amara ironia. Impossibile poi non soffermarsi sulle donne di Tuttle, al solito meravigliosi oggetti dello sguardo spettatoriale – e Tuttle riesce a erotizzare anche l’ombra di un microfono sul vestito candido e sensuale di una cantante di night club – eppure, sarà un caso, ancora una volta non lì per essere salvate, ma per aiutare l’eroe a salvarsi.

“Among the Living” al Cinema Ritrovato 2020

Heisler era giusto reduce dall’horror The Monster and the Girl, e gli viene affidata una sceneggiatura di Lester Cole e di un grande scrittore di horror melodrammatici come Garrett Fort, che aveva lavorato su Dracula di Tod Browning e Frankenstein di James Whale.  E tocchi di orrore sono presenti ovunque nelle atmosfere sinistre di Among the Living, dalla meravigliosa e alla terribile scena dell’inseguimento di una ragazza da parte di Paul, che scompare nel gorgo oscuro di un vicolo, alla ferocia compiaciuta con cui la folla insegue Paul e poi John, credendolo il fratello, così simile a quella di M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang.

“Hostages” al Cinema Ritrovato 2020

Hostages si potrebbe forse definire un caso in cui l’insieme è un po’ peggio della somma delle sue parti: straziante e delicatissimo è l’ultimo saluto del padre alla tomba della figlia morta (forse la scena migliore del film), trionfante e liberatoria è l’esplosione delle bombe in giro per la città, sagace e spietata è l’ironia nei dialoghi fra i gerarchi nazisti nella loro superba vanagloria. E la battuta finale, pronunciata con pomposo sussiego, su come essi procedano per la retta via senza distinguere fra poveri e ricchi, sembra fare da glossa beffarda non solo al loro regime, ma alla discrezionalità del potere in toto.

 

“Una donna distrusse” al Cinema Ritrovato 2020

Non tanto un film sulla dipendenza come origine di ogni male, quanto piuttosto come conseguenza di una infelicità ordinaria, esiziale: Heisler, evidentemente affascinato dal tema dell’alcolismo (ha un posto di rilievo anche in altre sue opere) racconta un melodramma come un noir, a dispetto del barocchismo della trama, con un senso primigenio di solitudine e inutilità dell’eroe – in questo caso un’eroina – e con una singolare asciuttezza di dialoghi e di interpretazione. Susan Wayward dà tutta se stessa e la propria umiliazione alla parte della protagonista, ed è stata poi candidata all’Oscar come migliore attrice. Non dunque un film sulla violenza maschile ma sulla violenza dei ruoli di genere rispetto alle possibili inclinazioni e passioni individuali.

“Il fuorilegge” al Cinema Ritrovato 2020

Oltre alla potente chimica della coppia Lake-Ladd, che li avrebbe fatti tornare a lavorare assieme in altri tre film, fra cui La chiave di vetro di Stuart Heisler di lì a pochissimo, Il fuorilegge vanta un’esemplare combinazione di atmosfere noir, battute pungenti come nello stile del genere, e sincopate scene d’azione (mirabile – e copiata – quella del salto sul treno). Tuttle è nel pieno della maturità artistica e del possesso dei mezzi espressivi, e li usa per argomentare la spietatezza di Raven che, non più giustificata dal viso deforme, si fa trauma infantile e ingiustizia sociale. Continuano i suoi riferimenti, a questo punto nemmeno tanto velati, a come i capitalisti e i magnati dell’industria facciano uno sporco gioco, e le benintenzionate forze dell’ordine finiscano inavvertitamente per fare i loro interessi. Sembra pensare, nel solco della migliore tradizione del gangster movie, che ciò che dovrebbe terrorizzare il pubblico può forse svegliarlo.

“Roman Scandals” al Cinema Ritrovato 2020

Il museo degli scandali (Roman Scandals, 1933) è un meccanismo a orologeria e la perfetta commedia con budget dei primi anni ’30, quando passato lo shock del sonoro si è appena compresa la forte presa sul pubblico di una parte musicale ben curata. Samuel Goldwyn non vuole fare mancare nulla al pubblico della Grande Depressione, bisognoso di svago: battute senza sosta e un tocco di slapstick, canzoni appiccicose e balletti indiavolati, scenografie stupefacenti e donne simili a dee, inseguimenti a perdifiato e persino lo stupore esotico di scimmie e leoni. Le donne sono qui oggetti del desiderio eppure Tuttle, che tanto spazio ha riservato loro nella sua filmografia, riesce con tocco leggero a renderle al contempo anche soggetti dalla indomita volontà o dalla ferale e melliflua astuzia.

“Greyhound” d’altri tempi

Difficile portare sullo schermo le strategie militari in mare aperto e restituire l’ingegnosità di attacchi e contrattacchi, quando nell’assenza di riferimenti visivi si fa complicato rendere scenicamente persino i cambi di direzione delle imbarcazioni. Il regista Aaron Schneider rimedia come può, con adeguata efficacia e senza troppa inventiva, filmando direttamente dei disegni riassuntivi delle posizioni delle forze in campo e affidando la creazione della suspense ai dialoghi concitati e alle espressioni di trattenuto sgomento dei suoi interpreti. In tal senso non avrebbe nuociuto, in fase di sceneggiatura firmata dallo stesso Hanks, dare un po’ più di coloritura ai personaggi secondari senza concentrarsi solo sul protagonista interpretato da lui medesimo.

Piccola guida al cinema di Noah Baumbach

Classe 1969, degno esemplare della Generazione X, Baumbach nasce a Brooklyn, New York, da due scrittori e critici cinematografici. Presto inquadrata fra quelle dei vari autori post-alleniani o esponenti del mumblecore, merita invece uno sguardo più attento la filmografia per molti versi imperfetta (reperibile quasi totalmente sulle più comuni piattaforme streaming) di un regista che ha chiamato il figlio Rohmer e il cui film preferito è “Jules & Jim, ma anche E.T.”. Idolatrato in maniera piuttosto acritica da un certo pubblico amante dell’indie e del citazionismo colto, trova detrattori altrettanto tranchant fra chi lo accusa di una certa inconsistenza di fondo, o prova un senso di fastidio di fronte a quelle che a taluni paiono nevrosi da upper class intellettuale-bohemienne.

“In viaggio verso un sogno” e l’America della pietas

In viaggio verso un sogno rischia di passare fra le maglie cinefile come un feel-good movie qualunque. Eppure è un film che sceglie di avere un cuore d’oro ma non vuole essere buonista, e tratta il tema dell’handicap più attraverso l’attenzione all’individualità che ai riguardi irreggimentati del politically correct. E che mette in scena la sua storia con tale semplicità e delicatezza, verso i sentimenti dei personaggi e degli spettatori stessi, da divenire qualcosa di cui ogni tanto si sente proprio il bisogno: cinema classico in purezza, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. In questo viaggio fra le sideways del vecchio Sud degli U.S.A., i registi e sceneggiatori Tyler Nilson e Michael Schwartz inseriscono accenni che risuonano a fondo nella cultura statunitense.

Lo stillicidio emotivo di “Honey Boy”

Ci si potrebbe affannare sulle valenze compensatorie del film per LaBeouf, visto che la sceneggiatura è stata concepita mentre l’attore si trovava in riabilitazione, come parte della sua terapia psicologica, e vista la decisione di interpretare – peraltro ottimamente – il proprio padre. Eppure, nonostante un autobiografismo disarmante, una creazione così ombelicale non ha per fortuna portato all’autocompiacimento: Honey Boy intelligentemente sfugge la tentazione di tracciare un arco narrativo di dannazione o redenzione del protagonista rispetto al proprio passato, e mette in scena il dolore nel minimalismo di una resa dei conti quotidiana e inesausta, sia da bambini che una volta diventati adulti.

“Buttiamo giù l’uomo” e il rovesciamento delle attese

Diretto da due registe, Bridget Savage Cole e Danielle Krudy, Buttiamo giù l’uomo (attualmente su Amazon Prime Video) suggerisce sin dal titolo un’intenzione femminista così apologetica da esserne evidentemente anche l’immediata presa in giro. E da subito capiamo che non tutto sarà come ci si aspetta, da una scena d’apertura memorabile in stile musical, dove disposti in armoniosa simmetria gli attori cantano e fanno anche l’occhiolino alla cinepresa; solo che non vengono accarezzati dalle studiate luci glamour dell’epoca d’oro di Hollywood, ma di tratta di ispidi pescatori del Maine, inguainati in pesanti paramenti impermeabili, impegnati a trafiggere pesci in un’atmosfera gelida.

“L’hotel degli amori smarriti” e le convenzioni ribaltate

Coadiuvato da Chiara Mastroianni, premiata come migliore interprete nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2019, in un ruolo “à la Cary Grant” per ammissione del regista stesso, Christophe Honoré parla d’amore mettendo in scena l’effetto implacabile degli eventi sulle persone, o forse di converso dello scorrere del tempo fingendo di occuparsi di schermaglie sentimentali. Poco importa, L’hotel degli amori smarriti è brioso e spumeggiante senza cercare di essere simpatico a tutti i costi, proprio come la sua protagonista, e la loquacità imperturbabile dei suoi personaggi è svolta con molta disinvoltura in un solco inusuale fra il filosofico, l’ironico e il surreale.

La passione di Fellini per le persone

Fellini ama la vita così com’è, a dispetto di tutto come Cabiria, in lui vincono la fascinazione e la pietas verso il particolarismo degli individui, a qualsiasi classe o gruppo appartengano. Non può esistere l’afflato politico come schieramento a favore degli uni contro gli altri, richiesto da una visione militante. Pur tuttavia, il suo commento sulla realtà sociale è evidente, ed è un commento non legato alle strette contingenze storiche ma a una visione più ampia dell’uomo contemporaneo che riverbera e si amplifica in tutta la sua acutezza sul presente. Quella modalità narrativa larga, quasi indolente, quell’incedere del racconto per pennellate pittoriche restano a dimostrazione della sua intuizione fulminea ed epidermica di una società dominata da una visione non più finalistica delle cose, ma da un esistere e apparire nel qui e ora.

La solitudine dell’uomo buono – Speciale “Richard Jewell” I

Cosa ne sarebbe stato di Forrest Gump nel mondo reale? Perché Richard Jewell, realmente esistito, colui che sventò il disastro durante l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 per poi ritrovarsi sospettato di esserne l’autore, nelle mani di Clint Eastwood diventa essenzialmente questo: un uomo buono, senza immaginazione né abilità sociali, incapace di leggere al di là di quello che viene detto, spinto a fare sempre del suo meglio dagli insegnamenti della mamma. Ed è considerato davvero un eroe, Richard Jewell, che concentrato solo sul suo dovere di addetto alla security adocchia la bomba e dà l’allarme, a dispetto della noncuranza e degli sfottò dei capannelli di poliziotti intenti a chiacchierare.

“Dov’è il mio corpo?” e la storia di una mano

È un piccolo miracolo di equilibrio fra lirismo sentimentale e insolito film di azione, questa pellicola d’animazione francese di Jérémy Clapin, al suo primo lungometraggio. Tratto dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, anche co-sceneggiatore, sorprende e coinvolge estremizzando una prospettiva non inedita (si pensi ad esempio a un successo letterario come Storia di un corpo di Daniel Pennac) ma poco frequentata: che il corpo non sia un docile e obbediente tramite di conoscenza col mondo esterno guidato dalla mente in quanto vero Sé, bensì l’unica attiva possibilità di costruzione di un Io unitario attraverso la storia esperienziale delle proprie parti.

“La donna che visse due volte” e l’essenza dell’illusione al cinema

Si è molto parlato di necrofilia a proposito delle pulsioni di Scottie ne La donna che visse due volte, e l’avallo di tale interpretazione da parte di François Truffaut e di Hitchcock in persona l’ha stampata a fuoco negli schemi interpretativi senza appello. Ma si tratta di una forzatura tassonomica, per quanto intrigante. Scottie tende al superamento della morte, non all’immersione in essa: non solo nella manifestazione evidente del suo desiderio di salvare Madeleine dapprima, e di riportarla in vita tramite Judy poi, ma nei motivi della sua attrazione per lei. Madeleine è bellissima, gentile, sensibile. È evidentemente attraversata da una pulsione di morte, ma la sua figura è trascendente, non funerea. In lei la morte esiste ma si riconduce al senso ultimo delle cose. Eterna come l’amore stesso, Madeleine vaga accarezzata da un alone di luce per le vie della città.

“Sister Aimee” a Gender Bender 2019

Sister Aimee, al secolo Aimee Elizabeth Semple McPherson, è esistita davvero. Non solo, ma negli anni ’20 del secolo scorso solo il Papa la superava in fama come figura religiosa negli U.S.A. Ovvia la fascinazione delle sceneggiatrici e registe Samantha Buck e Marie Schlingmann verso una figura femminile così carismatica, una predicatrice evangelica in grado di incantare le folle ed essere ritenuta una guaritrice miracolosa da orde di adepti. Irresistibile dunque il dettaglio biografico di una sua sparizione, che riempì le pagine dei giornali nel 1926, cui seguì un suo ritorno alcune settimane dopo con la storia di un rapimento ritenuto alquanto improbabile dalle forze dell’ordine dell’epoca.

“Lil’ Buck: Real Swan” a Gender Bender 2019

Esistono storie di felice contaminazione reciproca. Lil’ Buck, classe 1988, cresce in un quartiere povero di Memphis, Tennessee, andandosene in giro con gli amici e ballando per strada una variante del Gangsta Walking chiamata Jookin’, sul modello dell’idolo Michael Jackson. Il suo talento è però fuori dal comune, con una leggerezza e una liquidità nei movimenti che lo rendono un miracolo allo sguardo. Anche la sua determinazione non è da meno, e gli fa portare la sua identità inscalfita da ragazzo di strada dentro una scuola locale di balletto classico, dapprima, e a Los Angeles, poi, dove un video improvvisato nientemeno che da Spike Jonze gli dà un’istantanea fama da milioni di visualizzazioni sui social media. 

“Apocalypse Now” e la complessità morale del racconto

Il viaggio lungo il fiume è un progressivo allontanamento dalla civiltà e, nelle parole di Willard, non ha senso lasciare la barca a meno non si sia disposti ad andare sino in fondo. Willard è pronto a farlo perché è un militare sconvolto dalle esperienze che ha già vissuto, che tenta ormai solo di rivivere costantemente il trauma nel tentativo di superarlo. Non sa più stare né nella vita civile né in guerra: è in sospeso fra bene e male, conoscenza e ignoranza di sé. Ed è pressoché atarassico, incapace di risuonare emotivamente di fronte a qualsiasi evento. Quando giunge alla fine del suo viaggio, al cospetto di Kurtz, Willard è molto vicino alla comprensione del male in sé e nell’altro. Dopo averlo ucciso, potrebbe farsi dio a sua volta, ma decide invece di andarsene. Apocalypse Now però non finisce qui: stanno già risuonando le note di The End dei The Doors, proprio come all’inizio. Nulla pare cambiato.