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“Luci d’inverno” e il cinema dell’asciuttezza

La volontà programmatica di Bergman era di costruire un film “semplice”, perfettamente resa in un’asciutta esattezza di inquadrature, fotografia, paesaggi, colonna sonora. Esplicito anche il tema, un sentimento dell’abbandono divino che è evidente nel dolore sordo di Tomas, nella fatica della vita di ogni giorno, nella distanza dei fedeli gli uni dagli altri e dal sacramento. Il titolo italiano, pur suggestivo e rispettoso, si addentra meno nel cuore della questione dell’originale svedese, traducibile come “I comunicandi”: protagonista della narrazione non è un singolo uomo, ma una comunità di persone che si accostano al sacramento dell’eucaristia. Nel pastore Tomas e in tutti coloro ai quali si rapporta, è innegabile l’affanno a entrare in comunione con Dio, ma anche gli uni con gli altri, a dispetto dei molti dialoghi e tentativi di comprensione reciproca.

Tornare a Bergman e al silenzio di Dio

Uscito nel 1963, Il silenzio è l’ultimo film della trilogia di Ingmar Bergman sul “silenzio di Dio”, dopo Come in uno specchio e Luci d’inverno. Unico dei tre a non fare alcun esplicito riferimento né alla divinità né alla spiritualità (a dispetto dell’apocrifo doppiaggio italiano, che mette in bocca a Johan la parola “anima” per mitigare la crudezza del finale), si muove, com’è tipico del cinema di Bergman, ben oltre il piano del letterale. Il conflitto fra Ester e Anna, alla base della pellicola, è sviluppato su una serie di opposizioni manichee: razionalità e passione, controllo e impeto, parola e corpo, ricerca ostinata di senso e abbandono alla vita, superbia e smarrimento di sé. Il gioco delle antinomie è talmente smaccato che è facile vedere in loro non due individui, ma due parti della stessa persona. Oppure, in termini psicoanalitici, Super-Io e Es. O anche, in termini religiosi, fariseo e peccatore

“La lucina” tra scrittura e recitazione

Di scrittori che diventano attori sullo schermo non se ne vedono molti. Con indimenticata presenza scenica poi, ancora meno (nel panorama italiano, torneremmo a Vitaliano Trevisan in Primo amore di Matteo Garrone, del 2004). La lucina, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Moresco del 2013, vede quest’ultimo oltre che co-sceneggiatore anche curiosamente protagonista, nei panni di un uomo ritiratosi in una casa immersa nel bosco che, dopo aver vissuto in completa solitudine, scorge una notte una piccola luce sull’altro lato della vallata. Non sapendosene dare una spiegazione, e dopo aver chiesto invano spiegazioni in paese, decide di raggiungere quel luogo faticoso e vi trova un bambino (Giovanni Battista Ricciardi) che vive solo come lui, sbrigando i lavori di casa e andando a scuola.

“In viaggio con Adele” e il cinema agrodoloce

In In viaggio con Adele Alessandro Capitani, alla sua opera prima, tenta una rappresentazione dell’agrodolce della vita ma, pur avendo l’ambizione di delineare dei personaggi al di là dei classici tipi della commedia all’italiana, non riesce a renderne pienamente la complessità. Se il tema dell’incontro-scontro emotivo fra due protagonisti di solito ce li presenta agli antipodi, l’uno solido ma compresso nelle regole sociali e l’altro portatore di slancio vitale ma bisognoso di stabilità affettiva, Capitani ha il pregevole merito di sparigliare le carte portando in scena due individui entrambi in balia della difficoltà di vivere (la lezione de La pazza gioia di Paolo Virzì è lì da qualche parte sullo sfondo). Peccato che un tema archetipico, se non sostenuto da soluzioni narrative adeguate e originali, rischi di diventare semplicemente abusato.

“La strada dei Samouni” e l’umanesimo degli individui

La strada dei Samouni prescinde dalla politica e racconta l’umanesimo di individui, parole, tradizioni e legami familiari. Savona non si prende la briga, per suscitare maggiore empatia, di stemperare gli aspetti della cultura palestinese più lontani dai valori degli spettatori occidentali: matrimoni combinati dalle famiglie, svilimento della figura femminile, pervasività della religione musulmana. Non ne ha alcun bisogno. Gli basta seguire Amal, una bambina rimasta quasi uccisa quella notte e sopravvissuta per giorni accanto ai cadaveri dei suoi familiari. Una narratrice che all’inizio dice di non ricordare e di non saper raccontare le storie, ma poi lo farà coi suoi modi e tempi, dando l’avvio e il passo a uno sviluppo filmico circonvoluto, ellittico, pudico di fronte al grande dolore.

“Il posto” e il destino straniante degli inclusi

Svuotamento delle campagne, intensa urbanizzazione delle città, sviluppo repentino di Milano come grande polo produttivo: se Rocco e i suoi fratelli, dell’anno precedente, ci narra quel periodo dalla parte degli esclusi, Il posto riflette sul destino quasi altrettanto straniante degli inclusi. Racconta di un passaggio storico ormai sedimentato e di uno stupore nel quale stentiamo a riconoscerci, quello della fascinazione sgomenta per un nuovo mondo luccicante e troppo grande, dove l’acquisto di un caffè al bar è ancora qualcosa di emozionante e in grado di far sentire persone di una certa importanza. Olmi fa posare lo sguardo di Domenico, abituato a dormire in una piccola brandina in cucina, su magniloquenti edifici di design, lunghi corridoi dalle mille porte chiuse, grandi stanze composte con precisione geometrica: strutture più forti delle persone.

“Femmina folle” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Stahl è al solito molto sottile nel raccontare le interazioni umane, ma in questo vertice della sua filmografia (peraltro gratificato all’epoca da un abbondante successo) raggiunge anche l’apogeo della sua complessità: in superficie si pone davanti al pubblico come il paladino della morale corrente, invitandolo a rifuggire le passioni sconsiderate e a preferire le donne modeste e posate a quelle egoiste e accentratrici. Sotto la scorza del letterale, però, adotta un punto di vista ondivago e ambiguo: a tratti è con Ellen contro gli altri che la vogliono ingannare (e, con una stoccata, il finale ci confermerà delle sue buone ragioni) e a tratti è con le vittime della sua febbrile smania affettiva. Per lo spettatore, in lotta contro se stesso sui due lati della barricata, non può esistere vero sollievo.

“Vigilia d’amore” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Vigilia d’amore inizia e si sviluppa per una buona metà come commedia romantica, con una sceneggiatura di Dwight Taylor imperniata su dialoghi brillanti e ottime battute, e una coppia di attori in auge in quel periodo come Irene Dunne e Charles Boyer (peraltro interpreti lo stesso anno anche di Un grande amore di Leo McCarey). Poi però, improvvisamente, dopo aver inanellato una serie di tòpoi del genere come l’incontro casuale e improbabile, la passeggiata notturna, e il giro sulla barca a vela di lui, ecco che Stahl inserisce un angosciante uragano a Long Island e a ruota un confronto drammatico fra i due protagonisti, ormai innamorati, sulla realtà delle loro vite. Le ambientazioni di Stahl si fanno oscure, avvertono chi guarda di una dissonanza in atto, ed esteriorizzano un pathos che forse non è altrettanto ben rappresentato a livello di interazione fra i suoi personaggi.

“Il verdetto” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

John M. Stahl anticipa di quasi vent’anni la presenza femminile nella giuria di un tribunale di New York (avvenne nella realtà solo nel 1937) e si interroga fin dalla discascalia iniziale sull’opportunità di una tale ipotesi. Argomenta sul tema con brio e capacità di intrattenimento, sfruttando con arguzia lo stereotipo “donna emotiva/uomo razionale”: mostra una Grace incerta e lacerata dal vedere alla sbarra un imputato dall’aria tenera, cui la vittima ha in passato causato grande sofferenza, e la fa intuire probabilmente incapace di giudicarlo con obiettività; sotto sotto però già si compiace del colpo di scena finale che ha in serbo per gli spettatori, e che li porterà a uscire dalla sala con qualche certezza di meno di quante ne avessero prima.

“1968 A White (and Black) Album” per Cinema e Sessantotto

Come il titolo suggerisce, 1968 A White (and Black) Album è una vera e propria collezione di immagini in movimento, talvolta organizzate talvolta mescolate, proprio come quando a distanza di molti anni si vanno a riordinare le vecchie fotografie, e nella selettività della memoria le si accosta più per affinità e rimando, che per effettivo ordine cronologico. Fulvio Baglivi sa bene come farle parlare in un modo che sia più evocativo che conclusivo, sebbene alcune riflessioni personali non manchino. Baglivi tratta naturalmente gli snodi di cronaca fondamentali di quegli anni: le contestazioni degli studenti californiani, dai quali la protesta iniziò già nel 1964, e degli studenti del nostro paese, le manifestazioni degli afroamericani contro la discriminazione, gli omicidi di Martin Luther King e di Robert Kennedy, la guerra in Vietnam, i movimenti operai, l’uomo nello spazio in procinto di atterrare sulla luna. 

“Fragole e sangue” per Cinema e Sessantotto (II)

Ciò in cui Hagmann riesce meglio è proprio nel non eccedere sul versante del dogmatismo ideologico, anzi di giocarci amabilmente rendendo il senso delle umane contraddizioni: divertenti sono le scene in cui essere arrestati è un diversivo da raccontare ai genitori, si finge di essere stati picchiati dai poliziotti per acquisire popolarità, i reazionari si trasformano in contestatori quando diventa di moda, e gli eroi del movimento ricevono come ricompensa del sesso orale; più abrasive le sequenze dei poliziotti denudati e umiliati al parco giochi, perché “la violenza per la cultura americana è come il chewing gum”, della fotocopiatrice che nessuno dei grandi oratori è in grado di far funzionare, nonostante si sia solo allentata la spina, e dello scontro col gruppo di ragazzi afroamericani, proprio coloro per i quali formalmente è iniziata la protesta.

“Il mucchio selvaggio” per Cinema e Sessantotto

Il discorso sull’uomo di Peckinpah non prescinde dalle situazioni e dal momento storico. Il mucchio selvaggio è in realtà anche un film sulla guerra, in cui si avvertono gli echi del Vietnam: nella rappresentazione di un potere che non ha pietà, che delega il lavoro sporco di uccidere ad altri, ma lo fa con assoluta discrezionalità e tiepidi rimorsi per i malcapitati sulla sua strada; nello sbeffeggio della stupidità e insensatezza umana di fronte alla volontà di potenza e all’ebbrezza di dominare sugli altri, come illustra la scena della mitragliatrice, da antologia; nella riflessione sull’inevitabilità della catena della violenza, dove un solo atto di aggressione conduce al conflitto senza possibilità di scelta, che le parti in gioco lo vogliano oppure no, come mostra la resa dei conti conclusiva.

“Nostra Signora dei Turchi” per Cinema e Sessantotto

Adattamento del suo omonimo romanzo del 1966, Nostra Signora dei Turchi è il primo lungometraggio di Carmelo Bene nonché l’inizio, a parte un paio di corto e mediometraggi, della sua breve ma significativa incursione nel linguaggio cinematografico a partire dal 1968, che si concluderà in soli cinque film nel 1973. Per la sua opera prima, Bene porta sullo schermo scene criptiche e indecifrabili, che a voler far rientrare in uno schema narrativo assomigliano al flusso di coscienza di uno scrittore intellettuale. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968, vinse il Leone d’Argento ma questo non accontentò Bene, convinto di meritare il premio della critica. In un clima generale di contestazione pesantissimo, il suo sdegno eclatante contribuì a sollevare un polverone, che portò il festival dall’anno successivo a divenire, per qualche edizione, non competitivo. 

“Easy Rider” tra Cinema e Sessantotto

Pensato dal regista Hopper e dal produttore Fonda come un western, coi nomi dei due protagonisti che rimandano direttamente a Wyatt Earp e Billy The Kid,  Easy Rider conserva la capacità di mitizzazione del genere, ma sa rielaborarla con una retorica del tutto nuova: l’epica degli affreschi paesaggistici e della moto come simbolo si accompagna a una colonna sonora rock potentissima  e dialoghi sconclusionati ma emotivamente evocativi, in parte improvvisati dagli stessi attori sotto l’effetto di droghe. Affianca a un passo del racconto maestoso e per molti versi classico, anche momenti di montaggio serrati, violenti, ricchi di inusuali flash-forward, e una scena nel cimitero da cinema sperimentale. Easy Rider è un film sulla libertà come apertura alle possibilità, ma anche come senso di inappartenenza alla realtà dominante. 

“Jane B. par Agnès V.”, un tour de force interpretativo

L’obiettivo di Agnès Varda in Jane B. par Agnès V. (1988) è ambizioso: reinventare il modo di filmare una biografia. Non più quindi il classico stile documentaristico, con il protagonista che si rivolge alla cinepresa raccontando la sua vita, corroborato da immagini descrittive e testimonianze altrui, ma qualcosa di diverso. L’idea, molto cinematografica e molto nouvelle vague, è che si possa rendere più fedelmente l’essenza di una persona con l’artificio che attraverso il presunto realismo di un approccio descrittivo. E così la pellicola alterna alcune scene in cui la protagonista Jane Birkin parla di sé, in maniera se non recitata senz’altro molto studiata, ad altre in cui interpreta brevemente vari ruoli fra i più ostentatamente disparati, da Giovanna d’Arco a Calamity Jane.

“Il verde prato dell’amore” e il montaggio creativo

Vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1965 (nel quale il massimo premio venne aggiudicato a Agente Lemmy Caution: missione Alphaville di Jean-Luc Godard, a dimostrazione delle fortune della Nouvelle vague in quel periodo), Il verde prato dell’amore di Agnès Varda è una interessante e ambigua riflessione sui legami fra gli individui. Racconta non tanto di un tradimento quanto di una fluidità dei sentimenti, in una società di metà anni Sessanta che si andava facendo più liquida, i rapporti fra le persone meno irreggimentati.

“Figlia mia” e il buco nero delle relazioni umane

Applaudito al Festival di Berlino 2018, dove la regista Laura Bispuri era già stata nel 2015 col suo primo lungometraggio Vergine giurata, Figlia mia è senza dubbio un film sulla maternità, ma soprattutto sull’evoluzione dell’identità. La Bispuri, autrice anche di soggetto e sceneggiatura assieme a Francesca Manieri, sembra citare i classici stereotipi femminili per poi burlarsene con grazia. Costruisce tre personaggi stratificati e compositi e li inserisce in un gioco di opposizioni e scambio delle parti, in cui risulta via via sempre più difficile capire chi stia facendo da madre a chi.

Miguel Littín e “Acta general de Chile”, un’onesta soggettività

Acta general de Chile è un documentario del 1986 sullo stato (miserevole) della nazione ai tempi del generale Augusto Pinochet, e al contempo la testimonianza indiretta di una incredibile avventura. L’avventura è quella del regista Miguel Littín, che l’anno precedente si era infiltrato clandestinamente nel paese sotto mentite spoglie, a dispetto del suo status di esiliato politico, per filmare cosa stesse accadendo alla sua patria sotto il regime. Una prova di coraggio così fuori dal comune da meritarsi di essere poi a sua volta narrata da un certo Gabriel García Márquez (Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile).

Ritratto dell’artista da giovane: “Il rullo compressore e il violino”

Tarkovskij mostra già curiosità verso molti elementi che poi diventeranno prototipici della sua visione, e dunque filma con stupore innocente i vetri, gli specchi, gli impercettibili bagliori nell’aria, le lievi increspature nell’acqua delle pozzanghere, l’invitante consistenza dell’asfalto fresco. Solo uno sguardo un po’ più interessato del dovuto, niente di preoccupante. La sua dirompente forza stilistica, che lo avrebbe condotto a un aperto dissenso col regime sovietico, sarebbe maturata di lì a pochi anni. Il rullo compressore e il violino resta un piacevole ritratto dell’artista Andrej Tarkovskij da giovane.

“Il colore del melograno” e il cinema di poesia

Se di Paradžanov si può ammirare o non ammirare lo stile unico, resta struggente il suo epilogo di artista: un film così, che appare spiazzante ora, in epoca di realismo socialista venne considerato deviante e fortemente inviso al regime sovietico. Iniziò per lui un periodo tragico nel quale conobbe anche la condanna ai lavori forzati per lunghi anni con imputazioni quasi certamente fabbricate, e gli risultò di fatto impossibile girare altri film sino agli anni ’80, a pochi anni dalla morte. Difficile, nella sensibilità contemporanea, concepire un cinema meno politico del suo, eppure Il colore del melograno rimane una delle pietre miliari del cinema del dissenso di quegli anni.