Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

I corti di Annecy 2020

La selezione di cortometraggi che andiamo a proporre è solo una minima parte dei numerosi prodotti d’autore (in termini numerici 37 solo in concorso ufficiale, 177 in totale) che hanno occupato una massiccia percentuale dell’Annecy Festival di quest’anno. I cortometraggi, è doveroso dirlo, sono da sempre parte integrante di Annecy, quale vetrina e importante trampolino di lancio per artisti e animatori del globo. Perciò, ecco una breve ed esaustiva Top 10, con bonus sorpresa, dei cortometraggi più interessanti presentati ad Annecy 2020.

“My Favorite War” ad Annecy 2020

“Quando avevo cinque anni, il latte era la mia bevanda preferita. L’azzurro era il mio colore preferito. Le margherite erano i miei fiori preferiti. La Seconda Guerra Mondiale era la mia guerra preferita: quando giocavo con mio cugino volevo somigliare all’infermiera che nei film porta in salvo il soldato ferito”. Ilze Burkovska-Jacobsen è una regista lettone-norvegese che vediamo attraversare in autobus una fitta foresta di abeti, di quelle tipiche della seconda repubblica baltica che è la Lettonia. Burkovska in My Favorite War (vincitore del Contrechamp Award) rivive i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza vissute in un periodo storico molto sofferto per il suo paese: l’occupazione sovietica.

“The Nose or the Conspiracy of Mavericks” ad Annecy 2020

Liberamente ispirato al racconto Nos (1836) di Nikolaj Vasil’evič Gogol trasposto poi in opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, l’ultima fatica dell’animatore russo Andrey Khrzhanovsky si presenta semplicemente come “una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”. Insomma, a prima vista una carrellata celebrativa, un carnevale russo immerso nella storia contemporanea del  Ventesimo secolo. The Nose or the Conspiracy of Mavericks (che ha ricevuto il premio della giuria) non sembra seguire un’estetica uniforme: alterna tecnica mista, live-action, animazione CGI, figurine di carta, ritagli di giornale, collage digitale, colori a pastello e carboncino con un succedersi di folle, persone e personaggi ricorrenti della storia contemporanea.

“Kill It and Leave This Town” di Mariusz Wilczynski ad Annecy 2020

Con Kill It and Leave This Town Mariusz Wilczynski fa del cinema d’animazione uno strumento per chiudere a chiave in un cassetto e in qualche modo conservare il proprio dolore e il trauma della perdita. Wilczynski disegna con una matita, come farebbe un bambino, un mondo tutto suo in cui il concepibile della mente umana diventa tangibile. Un mondo immaginario, quindi? Mica tanto. Wilczynski mette insieme tasselli della propria infanzia e crescita citando i fumetti pop, omaggiando e menzionando grandi nomi della cultura popolare polacca (sono un esempio le musiche di Tadeusz Nalepa e le voci di Daniel Olbrychski e Andrzej Wajda), oppure facendo risorgere su della carta da bloc-notes i genitori e il migliore amico di una vita scomparsi troppo presto.

“Cuphead” e l’animazione classica

Nel 2017 il mondo del gaming si vide sorpreso dall’arrivo di un nuovo videogioco, anticipato da numerosi trailer aventi protagonisti due curiosi omini con la testa a forma di tazza: Cuphead, un game run ’n’ gun in 2-D, creato e sviluppato dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer per lo studio indipendente MDHR. L’innovazione che Cuphead ha portato sul mercato dei videogiochi è la sua contestualizzazione in un’epoca del passato, per cui il giocatore si trova immerso in pratiche e modalità di visione puramente “vecchio stile”. Ispirati dalle opere di Ub Iwerks e Walt Disney, Cuphead e Mugman ricalcano nello specifico la fisionomia del primo Mickey Mouse e di Oswald the Lucky Rabbit

“Miserere” come spirale senza fine

“L’espressione che le persone adottano quando provano pietà per qualcuno è difficile da replicare, se glielo chiedi. Di solito sbattono le palpebre, abbassano la testa e dicono: ‘Non so cosa dire, coraggio, pazienza…’, o qualcosa del genere”. Questa proposizione e molte altre più o meno enigmatiche presentate sotto forma di didascalie su sfondo nero, spezzano il ritmo narrativo di Miserere, opera seconda di Babis Makridis, pilastro del neonato movimento cinematografico Greek Weird Wave, definito da molti come quella ondata di film della cinematografia ellenica, delineata da personaggi soli e straniati, accompagnati da dialoghi paradossali e immersi in una fotografia ammaliante, a tratti inquietante. La scrittura nuda e asciutta e spesso beffarda di Miserere corrisponde precisamente alla penna di Efthymis Filippou, braccio destro di Yorgos Lanthimos.

La cinefilia di Lana Del Rey

Lana Del Rey ha sempre dichiarato di sentirsi come se appartenesse agli anni Cinquanta, di essere affetta da una sorta di “sindrome dell’età dell’oro”, una forte nostalgia per un passato mai vissuto, che ne plasma costantemente l’ispirazione artistica. Per questo, forse, scelse inizialmente di proiettare in anteprima il suo cortometraggio Tropico (Anthony Mandler, 2013) all’Hollywood Forever Cemetery (ivi sono sepolti, tra tanti, Cecil B. DeMille e Judy Garland), per poi preferire il Cinerama Dome, il celeberrimo cinema in cui venne inaugurato Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo di Stanley Kramer nel 1963. Hollywood ha agevolato anche la carriera in qualità di compositrice di musiche per film (Maleficent, Il grande Gatsby, Big Eyes, Season of the Witch), ma una particolarità più anticonvenzionale spiccherebbe intorno all’evoluzione dei suoi video musicali

Storia e leggenda di Za la Mort

Il nome Za la Mort ha un sapore esotico, possiede quella “francesità” di un’epoca lontana, legata al paesaggio fumoso di una Parigi post-Belle Èpoque, una dimensione alternativa della Ville Lumière, sotterranea, illuminata dalla luce tremolante di una lampada ad olio e accompagnata dalle note di un pianoforte scordato. Le taverne degli apaches (personaggi malavitosi affiancati da una gigolette, la danzatrice di balli degenerati) sono il covo delle loro malefatte e di lotte interne tra bande. Proprio i racconti che popolano la letteratura d’appendice e i film polizieschi di produzione francese fungono da ispirazione per Ghione, che plasma così il personaggio di Za la Mort.

Intervista a Denis Lotti

In occasione delle proiezioni al Cantiere Modernissimo degli otto episodi del serial I topi grigi (1918) di Emilio Ghione, abbiamo pensato di fare qualche domanda a Denis Lotti, docente di Studi sull’attore nel cinema all’Università di Padova e Caratteri del cinema muto presso l’Università degli Studi di Udine. Lotti ha dedicato le sue ricerche a Emilio Ghione, pubblicando nel 2008 la monografia Emilio Ghione, L’ultimo apache. Vita e film di un divo italiano. Ha inoltre concretizzato i suoi studi sul divismo maschile in Muscoli e frac. Il divismo maschile nel cinema muto italiano (2016). È, infine, protagonista del documentario Rai Sperduti nel buio (2014).

Josette Andriot e Musidora, donne iconiche del cinema muto

Due nomi, due icone del cinema muto, due donne: Josette Andriot e Musidora. La seconda forse più conosciuta della prima, le due attrici sono le stelle dei film seriali polizieschi dei primi del Novecento. Entrambe, insieme a Pearl White, vivace e spericolata fotoreporter nel serial statunitense The Perils of Pauline, sono il simbolo di una nuova modernità femminile, che si contrappone all’identità di donne regressive come Mary Pickford o Theda Bara. Ma se per i surrealisti Musidora/Irma Vep era l’incarnazione delle fantasie oniriche dello spettatore, con tutta onestà, la tuta nera di Musidora e, perché no, quella di Josette Andriot, danno l’impressione di essere la pelle di donne nuove e inedite, pioniere di una femminilità ribelle e indipendente.

“Anders als die Andern” al Cinema Ritrovato 2019

Anders als die Andern è un attacco crudo, una critica diretta nei confronti del “paragrafo della vergogna” (il numero 175 viene incastonato nella grafica del primo cartello del titolo): la produzione del film fu di così grande impatto che la censura cinematografica venne ripristinata un anno dopo al fine di scongiurare la distribuzione di questa e di altre pellicole giudicate “immorali” e “scabrose”. Ci riuscì, dimezzandone il metraggio originale dopo lunghi dibattiti e accese polemiche, per evitare di “compromettere l’ordine o la sicurezza del pubblico, offendere le sensibilità religiose, sortire un effetto di degenerazione morale, danneggiare la reputazione della Germania o le relazioni tra la Germania e gli stati esteri”. Tagliato, perduto, rimontato, censurato e smembrato, ora ritrovato, Anders als die Andern è tanto attuale perfino cento anni dopo. La testimonianza di un amore travagliato e destinato alla tragedia su cui tutt’oggi si è invitati a riflettere, nella speranza di porre definitivamente una croce indelebile sulle pagine nere di tutte le persecuzioni omofobe.

Jean Renoir, René Clair e Hans Richter tra arte e cinema sperimentale

La Parigi onirica di René Clair è teatro di un contesto quasi surrealista, in linea con il pensiero rappresentativo della Ville Lumière secondo il regista francese. Un quotidiano che si ribalta, si svuota del consueto dinamismo e assume sfumature inquietanti, dove i pochi scampati dall’incantesimo di uno scienziato “passo” si illudono di poter essere finalmente liberi. Una giornata di lavoro, più volte rimontato e risonorizzato da Richter, è un’esplosione di esperimenti con la macchina da presa. Realismo e sogno si alternano nei due film di Renoir. Ai tre registi, che col cinema sonoro affermarono il loro “essere cinefili”, va certamente attribuito il merito, nel muto, di seguire la stessa linea direttrice dell’arte figurativa d’avanguardia, portandola sullo schermo e mostrandocela in tutta la sua bellezza e complessità.

“Musidora: La Dixième Muse” al Cinema Ritrovato 2019

Qui? Quoi? Quand? Où? Chi era, chi fu Jeanne Roques, conosciuta ai più come Musidora? Quello che svela il documentario di Patrick Cazals è che la cosiddetta “musa dei surrealisti”, osannata da André Breton e Louis Aragon e consacrata allo status di vamp da Louis Feuillade, non visse di solo cinema. Musidora: la Dixième Muse (2013) è un ritratto del lato umano e nascosto di Musidora; corrispondenze, disegni, bozze di sceneggiatura, dipinti ad acquerello e soprattutto poesie, rimarcano l’autentica personalità della prima donna fatale della storia del cinema francese. Perché Musidora non fu solo la Vampira fasciata di nero, inquietante e oscura che infestava i sogni di uomini e letterati per scomparire poi senza lasciare alcuna traccia del suo passaggio.

“I villeggianti” feriti dalla vita

Che cosa pensare del matrimonio/farsa tra Elena e il marito Jean, dell’amore simil-adolescenziale tra il cuoco di famiglia e Nathalie, tanto estranea quanto invischiata nelle ambiguità del corso degli eventi? O delle occasionali apparizioni-visioni di Marcello, il fratello di Anna ed Elena, morto in circostanze dolorose (esattamente come Virginio Bruni Tedeschi, scomparso nel 2006) che intima alla sorella di non sviluppare il film che ha in progetto. E corpi scheggiati dal tempo, mutati in tracce di cellulite e rughe, volgari se paragonati alla giovinezza di una modella in lingerie su un pannello pubblicitario. Una riflessione, dunque, sul corpo che invecchia e sulla morte. “Cos’è la vita senza l’Amore / È come un albero che foglie non ha più” cantava Nada nel 1969, versi che qui Bruni Tedeschi e Golino convertono in inno, in un duetto dove la voce di entrambe fatica ad uscire, è uno sfogo, una confessione tra sorelle ferite dalla vita.

“9 Doigts” e la cinefilia genuina di Ossang

Un uomo scappa da qualcuno o da qualcosa, corre sui binari di una stazione ferroviaria, raggiunge  una spiaggia e qui un altro uomo, morente, gli consegna un’ingente somma di denaro. L’incipit di 9 doigts parrebbe l’inizio di qualcosa di molto simile ad una produzione thriller banalmente mainstream. Ma dopo qualche minuto entra in gioco la regia di F. J. Ossang che ribalta la prospettiva delle cose. Bisogna dirlo fin da subito: il regista, poeta e artista francese è audace, e non poco. In un connubio tra distopia, atmosfere vintage e un po’ di steampunk, è inevitabile rimanere sedotti dal cinema del regista, poeta e artista francese: incessanti sono gli omaggi all’espressionismo, al noir e al cinema muto, inquadratura dopo inquadratura, transizione dopo transizione. 

“La douleur” e il limbo dell’assenza

“D’ora in poi scriverò tutto. Saprai tutto quando tornerai”. In un flusso di coscienza dettato dalla voce fuori campo nel corso di tutto il film, Marguerite riporta la sua intima sofferenza sulla carta, metodo curativo per lenire la disperazione. Perché è bene sapere come il dolore della donna sia estremamente vero: i diari che scrive di getto furono realmente redatti da Marguerite Duras durante il periodo di prigionia del marito. Diari dimenticati e ritrovati dalla stessa autrice, poi raccolti in un unico libro dal titolo, appunto, La douleur (1985). Non sorprende, quindi, che Emmanuel Finkiel (già regista di Voyages, vincitore del César per la migliore opera prima nel 2000) abbia scelto di trasporre l’opera della Duras dividendola in due blocchi, quasi a voler distinguere due tipologie di dolore.

Il 1918 di Chaplin e Lubitsch al Cinema Ritrovato 2018

Der Fall Rosentopf e Shoulder Arms (o Charlot Soldato), due film coevi, prodotti nel 1918, diretti e interpretati uno da Ernst Lubitsch e l’altro da Charles Chaplin; non è forse un caso che siano stati inseriti nella stessa programmazione e nella sezione “Cento anni fa: 1918 – Ritrovati e Restaurati”: entrambi hanno in comune più di quanto si possa credere. Innanzitutto fanno ridere. Tanto. E c’è anche da dire che è la fine della Grande Guerra. Tant’è che, nonostante questo “piccolo” particolare, Lubitsch e Chaplin scelgono di continuare a lavorare sulle produzioni comiche. Lubitsch serve l’antipasto di quel che sarà il suo Lubitsch touch poco tempo dopo: il suo investigatore Sally è già deliziosamente irriverente.

“1898, cinema anno tre” tra Hatot e Breteau

In principio fu la cinepresa, in principio fu la realtà. Procediamo con più calma e dimentichiamoci per un attimo i fratelli Lumière e i trucchi di Méliès. Non ci dilungheremo in analisi intricate, non cercheremo significati nascosti in un movimento di macchina o in una messa in scena. Il cinema delle origini era semplicemente quello che vediamo noi centovent’anni più tardi. Cambia solo il contesto di visione: il pubblico odierno fruisce di un film muto, quando ne ha l’occasione, in religioso silenzio in sale cinematografiche o nelle cineteche, il pubblico di fine Ottocento assiste alle proiezioni nei caffè e nelle sale di teatro, disturbati dal chiacchiericcio, dal fumo di sigaretta, dallo sfarfallio del proiettore, spesso accompagnato dal pianoforte o in presenza di una piccola orchestra.

Émile Cohl e i nuovi restauri Gaumont al Cinema Ritrovato 2018

Non solo Fantasmagorie e disegni con la luce abitano il piccolo mondo di Émile Cohl. Il recente restauro di cinque brevi film animati salvati da Gaumont Monsieur Clown chez les Lilliputiens (1909), L’éventail animé (1909), Les générations comiques (générations spontanées) (1909), Le champion du jeu à la mode (1909) e Le petit Chantecler (1910) è una parentesi curiosa e interessante del cinema d’animazione delle origini; il mondo animato è creato da una geniale immaginazione, inventato proprio dall’animatore francese soprannominato “il benedettino” per le lunghe sessioni di lavoro in compagnia di sola fantasia, manualità e di una macchina da presa.

“Carnevalesca” di Amleto Palermi al Cinema Ritrovato 2018

Un’altra colonna portante della storia del cinema muto italiano è Carnevalesca (1918) di Amleto Palermi, studiato e analizzato più e più volte nell’ambito della teoria del colore nel cinema. Più che parlare della trama del film (una classica vicenda di aspirazione al trono da parte degli eredi di un sovrano, destinati poi a distruggersi tra loro) o dell’interprete principale Lyda Borelli, eroina dannunziana, diva bellissima e tragica, è opportuno spiegare come questa pellicola sia completamente intrisa di significato simbolico, poiché è proprio il colore il vero protagonista del film restaurato nel 1993 dalla Cineteca di Bologna. Per capire meglio l’intera scansione del film, occorre certamente una conoscenza preliminare di ciò che era il progetto iniziale della sceneggiatura, non corrispondente a quanto giunto a noi, probabilmente a causa di una pesante sottoposizione a tagli da parte dei distributori.