Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“La favorita” e la vocazione popolare di Yorgos Lanthimos

Lanthimos si concede il gaudio di abbandonare le vesti di macabro artigiano di sinistri affreschi umani, per adagiarsi nei panni di uno zelante ed arguto cantore di vizi borghesi. Depositando le consueta armatura rivestita di ruvida asprezza, l’autore approda ad una dimensione giocondamente satirica, palesandosi attraverso una riconoscibile dose di grottesca follia, ma risultando ammansito da una limpidezza espositiva che fino ad ora gli pareva sconosciuta. L’approdo a questa nuova dimensione viene coadiuvato dalla magniloquenza di un apparato tecnico mai così sofisticato: le scenografie ed i costumi sontuosamente ricostruiti secondo i fasti dell’epoca ed il naturalistico compendio dei contrasti luminosi di una fotografia che intercetta gli echi kubrickiani di Barry Lyndon.

“Suspiria” – perché sì

Laddove Argento riusciva ad animare le proprie efferate scene di furia omicida investendole di una carica quasi sessuale, Guadagnino punta all’evocazione di una violenta aura funerea partendo dall’armonia coreografica di macabre sequenze danzate. Ma il principale tributo risiede, tuttavia, nella volontà di aggredire lo spettatore, giocando con le sue aspettative e stravolgendole con virate narrative inattese, attraverso un epilogo squilibrato e dirompente. Una cifra canonica del cinema di Arganto, il quale, nonostante l’inopportuno paragone con Hitchcock conferitogli all’epoca degli esordi, si è spesso distaccato dai convenzionali metodi di costruzione delle suspense in virtù di percorsi più tortuosi, imprevedibili e drastici. Con la medesima baldanza, Guadagnino mira alla preparazione del proprio gioco di prestigio confondendo e depistando gli sguardi al fine di garantire un’eco più roboante al lacerante affondo finale.

“Getaway!” e il lato selvaggio dell’America

Anche quest’anno abbiamo chiesto ad alcuni giovanissimi aspiranti critici di affrontare i classici e scrivere intorno a film del passato, ospitati dentro al Cinema Ritrovato 2018. Getaway! rappresenta ancora oggi un motivo di interesse per la sua rappresentazione di un lato selvaggio e violento degli Stati Uniti. Una sequenza come quella in cui il personaggio di Doc McCoy interpretato da Steve McQueen entra in un negozio di armi ed acquista senza nessuna difficoltà un fucile a pompa e dei proiettili per poi utilizzarli sia contro il l’uomo che glieli ha venduti che nei confronti dei poliziotti al suo inseguimento, rappresenta il piccolo ritratto di un’America terribilmente attuale.

Luciano Tovoli e “Suspiria” di Dario Argento

Noto principalmente per le sue collaborazioni con Michelangelo Antonioni, Tovoli si trovò proprio con Suspiria ad avere a che fare per la prima volta con il genere horror. Ciò rappresentò una sfida non indifferente per un artista che mai aveva preso parte ad una produzione di questo tipo, ma d’altro canto si rivelò anche motivo di fascino per la gamma di possibilità che un genere fantastico poteva offrire dal punto di vista visivo. Tovoli è, infatti, uno dei grandi sostenitori dell’importanza del ruolo drammaturgico attribuibile al colore all’interno di un’opera cinematografica; in questo film ebbe il via libera per poter sperimentare degli accostamenti cromatici che non sarebbero stati apprezzati in pellicole appartenenti ad altri generi.

“The Technicolor Reference Collection 3: The End – 1970-1974” al Cinema Ritrovato 2018

Come spiegato da Pogorzelski nella sua dettagliata introduzione, le copie proiettate nell’arco di questo incontro non erano, purtroppo, in condizioni ottimali per un motivo molto semplice: negli anni Settanta le pellicole a colori realizzate dalla Technicolor erano difficilmente soggette a scolorimento, ma altresì era difficile ottenere il medesimo livello qualitativo da tutte le copie. Alcune di esse presentavano delle colorazioni difettose e per questo motivo venivano distribuite nelle sale delle zone periferiche, caratterizzate da una minore affluenza di pubblico. Le copie di qualità migliore, invece, erano riservate ai cinema delle grandi città, dove potevano essere riprodotte di fronte a platee più vaste e con maggiore frequenza.

“Central do Brasil” di Walter Salles al Cinema Ritrovato 2018

Central do Brasil è uno dei film più recenti mostrati all’interno del Cinema Ritrovato. Uscito nel 1998, è stato realizzato in un periodo storico molto delicato per il paese sudamericano. Dopo venticinque anni di dittatura militare, instaurata nel 1964, e un primo tentativo decisamente problematico di ritorno alla democrazia tra il 1989 ed il 1994, i brasiliani si trovavano per la prima volta dopo decenni a poter vivere in un contesto civile e non oppresso. La necessità che pervase i cineasti contemporanei fu quella di tornare ad occuparsi liberamente di tematiche che fino a poco prima potevano essere soggette a censura da parte dello stato. Tra essi troviamo un allora poco più che trentenne Walter Salles, che attorno alla metà degli anni Novanta lavorava a un documentario su alcuni scambi epistolari risalenti agli anni precedenti. Proprio da queste corrispondenze, Salles estrapolò il materiale divenuto in seguito la base del suo film successivo.

“Ciò non accadrebbe qui” di Ingmar Bergman al Cinema Ritrovato 2018

A volte accade che alcuni artisti, per motivi più o meno evidenti o condivisibili, decidano di impedire la diffusione delle proprie opere. Se nell’antichità ciò avveniva addirittura tramite la distruzione delle proprie creazioni, oggi ciò si può verificare semplicemente attraverso un meccanismo di autocensura. Così è stato per Ingmar Bergman nei confronti del suo film del 1950 Ciò non accadrebbe qui, la cui diffusione venne ostacolata in un primo momento dal regista stesso e successivamente dai suoi eredi in seguito alla sua morte. La pellicola è ora stata diffusa in un numero limitato di copie in occasione del centesimo anniversario della nascita del sommo regista svedese. Una rarità dunque, per un film di cui difficilmente si trovano notizie anche nei numerosi scritti riguardanti la filmografia di Ingmar Bergman.

“C’era una volta il West” di Sergio Leone al Cinema Ritrovato 2018

Se il western è considerato da molti come il genere cinematografico per eccellenza è proprio grazie alla sua funzione mitopoietica, alla capacità di saper imbastire racconti epici e generare figure mitologiche. In questo senso l’impronta di Sergio Leone resta un segno preponderante nella storia del cinema. Ogni inquadratura di C’era una volta il West, è un’esaltazione degli elementi di messa in scena, siano essi persone, oggetti o scenografie. Dagli strettissimi primi piani a sottolineare i volti dei personaggi sui quali è dipinto ogni tratto della loro storia passata, agli imponenti campi lunghi in grado ricreare paesaggi apparentemente infiniti, dalla gestione dei tempi abnormi e dilatati fino allo stremo, all’imprescindibile colonna sonora di Morricone che permea ogni scena, tutto ciò che viene presentato all’interno di questi film concorre alla creazione di universo mitologico che trova sullo schermo la sua ragione d’esistere.

“Il settimo sigillo” e la Danza Macabra

La Danza Macabra, all’interno dell’immaginario tardomedievale, è un tema ricorrente capace di influenzare produzioni artistiche di vario tipo, dalle opere iconografiche fino alle composizioni musicali. In ognuna delle diverse rappresentazioni essa assume il significato di “memento mori”, diventando un rito, quasi un inno alla “grande consolatrice”. Con Il Settimo Sigillo, Ingmar Bergman ci propone la sua particolare visione della Danza Macabra, questa volta riprodotta grazie al filtro epico della macchina presa.

 

“Rosauro Castro” e la tirannia a doppio taglio

La forma tramite la quale Galvadòn presenta questi contenuti allo spettatore è quella di un’opera ibrida, che assume le vesti del western nordamericano classico per poi dare vita ad una narrazione torbida che acquisisce caratteristiche più vicine a quelle del Noir. Non a caso alla sceneggiatura troviamo Josè Revueltas, agguerrito socialista che avviò la propria esperienza come redattore di articoli di cronaca nera.  Ciò che lo spettatore si trova di fronte è il racconto di una singola giornata nell’arco della quale il protagonista vedrà vacillare il proprio ruolo di dominanza all’interno di questo microcosmo in cui bene e male sono in costante conflitto. Una storia dai risvolti amari che mostra come la tirannia si possa sempre rivelare un’arma a doppio taglio.