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“Mariti” di John Cassavetes al Cinema Ritrovato 2019

Cassavetes definisce Mariti una commedia, ma in realtà descrivono meglio il film le parole angoscia ed esasperazione. L’angoscia è quella dei protagonisti, che non riescono a mascherare il rimorso per le scelte compiute, ad accettare che il tempo non torna indietro. Non importa quanto tentino di regredire ad uno stato infantile abbandonandosi a capricci e desideri inconsistenti, la loro vita è chiaramente impostata e davanti a loro c’è solo la morte. È proprio a partire dal decesso di un loro amico che i tre mariti hanno un’epifania, acquisiscono consapevolezza della fine, e cercano di ingannarla pateticamente ricreando quell’atmosfera da camerati che meglio si addice a bambini delle elementari. La lunga “veglia funebre” e il viaggio in Europa sono solo due delle infinite direzioni possibili nel loro percorso senza meta.

Acciaio e poesia: un arabesco di corti georgiani

Un viaggio nel tempo e nello spazio, attraverso quattro cortometraggi che ci trasportano nella Georgia occupata dai sovietici. La selezione dei corti e il loro ordine sono un valore aggiunto di non secondaria importanza. Ad accomunare tutti questi lavori è un uso originale del montaggio sonoro, spesso asimmetrico rispetto all’immagine, o comunque manipolato per infondere emotività e significato alle opere. Gran parte del fascino e del significato che queste opere trasmettono è dovuta alla dialettica che si instaura fra esse. Potremmo ad esempio notare come alla progressione temporale, all’avvicinamento alla fine dell’URSS, coincida un atteggiamento sempre più ottimista, sognante, espressivamente complesso. L’arte si sostituisce al sudore, sembra suggerirci questa rassegna su una cinematografia nazionale ancora tutta da ritrovare.

“Il circo” al Cinema Ritrovato 2019

L’indipendenza creativa di cui gode non è affatto cosa comune per l’epoca e Chaplin ne è consapevole, quindi decide di inserire il personaggio del proprietario del circo sempre pronto a licenziare un suo artista, indipendentemente dal suo talento, nel momento i cui smette di riscuotere il favore del pubblico. Insieme a questa amara considerazione sulla popolarità in campo artistico, Chaplin si interroga sul funzionamento della comicità. Sembra suggerire che la comicità nasca dalla naturalezza quanto dalla disposizione d’animo, poiché alla delusione amorosa di Charlot corrisponde l’insuccesso delle sue esibizioni. Sentimentale e riflessivo, Il circo non gode purtroppo della stessa fama del successivo Luci della città, segno del fatto, forse, che le considerazioni di Chaplin erano giuste.

“Il grande gaucho” al Cinema Ritrovato 2019

Come in molte altre produzioni americane, la storia d’amore simboleggia qualcosa di più ampio. Sposare Teresa significa abbracciare i fondamenti della civiltà: la famiglia, la patria (il maggiore incaricato di dargli la caccia afferma che a modo suo anche Martin è un patriota) e soprattutto Dio. Il cristianesimo è infatti il più importante punto di contatto fra i cittadini e i gaucho, e la figura di padre Fernández è il principale artefice della presa di coscienza del protagonista. Non è d’altronde insolito ritrovare i precetti biblici nel western (In nome di Dio di Ford) e nella produzione, soprattutto colossal storici, degli anni cinquanta (Ben Hur di Wyler, I dieci comandamenti di DeMille), nel primo caso come elemento fondante della nazione e nel secondo come valore anticomunista.

“Oblako-Raj” al Cinema Ritrovato 2019

L’atmosfera surreale del racconto è amplificata dalla messa in scena, dalle leggere deformazioni dei volti ottenute con lenti grandangolari. In più di un’occasione il tono della vicenda è grottesco e i personaggi assurdamente euforici per il viaggio di Kolja, come nella scena in cui il suo migliore amico fa ruotare ossessivamente un mappamondo ed elenca tutti i nomi dei luoghi che trova, ridendo istericamente. Quando Nikolaj Dostal’ dirige questo film (1990) l’URSS sta già cominciando a disgregarsi ed è interessante notare come il racconto dell’euforia di massa causata dalla novità abbia riscosso un notevole successo in un periodo di preoccupazione per il futuro. Forse è proprio qui che risiede la forza dell’opera, nella capacità di sorridere dell’incertezza. Con questo film innalza la commedia grottesca a manifesto di una società in mutamento, a beneficio degli spettatori del suo e del nostro presente.

“Easy Rider” e il percorso spirituale della contro-cultura

La ricerca spirituale dei due è messa in scena da Hopper, in quanto regista, in maniera del tutto particolare. Debitore verso un certo cinema europeo dell’epoca (i film della Nouvelle Vague su tutti), che cercavano di rinnovare il linguaggio cinematografico per narrare nuove storie, Hopper si cimenta in sperimentazioni che, con ogni probabilità, una major hollywoodiana non avrebbe mai accettato. I sorprendenti e per nulla ortodossi stacchi di montaggio intermittenti che sembrano far succedere le inquadrature sbattendo gli occhi, la morbosità eroticizzante con cui si sofferma sulle motociclette, la sequenza delirante e intrisa di blasfemia del cimitero fanno di Easy Rider un’opera con cui qualsiasi film a venire, che pretenda di definirsi libero, dovrà necessariamente confrontarsi.

“Toni” di Jean Renoir al Cinema Ritrovato 2019

L’Europa dell’epoca si muove in una direzione diversa ma Renoir, come dimostrerà anche successivamente con La grande illusione, dirige un film profondamente umano, ironico e tragico, semplice come i suoi personaggi. La vita in campagna è colta nella sua essenzialità, non ci sono ricostruzioni di ambienti, attori affermati né tantomeno enfatici commenti musicali. Il regista rispetta la solennità del silenzio, preferisce il fruscio degli alberi alla colonna sonora registrata. Si percepisce l’eco di Aurora di Murnau (la sequenza dell’annegamento dovuta alla lite coniugale, la corsa nell’erba alta) e il sentimento del Neorealismo prima ancora che questo fosse anche solo un’idea abbozzata. Naturalezza è la parola d’ordine di questa storia in cui l’amore viene intorbidito dall’influenza del denaro.

“The Navigator” di Buster Keaton al Cinema Ritrovato 2018

1924: sei mesi dopo l’uscita di quello che è tuttora il suo film più famoso, La palla n. 13 (o Sherlock Jr.), Buster Keaton produce, dirige e interpreta The Navigator, insieme a Donald Crisp. 2015: parte il Progetto Keaton ad opera della Cineteca di Bologna, ovvero il restauro dell’intera filmografia dell’autore. 30 giugno 2018: la proiezione bolognese di The Navigator, con tanto di accompagnamento musicale dal vivo, è un successo di pubblico. 94 anni dopo la sua uscita, la gente continua a convergere verso le sale che lo proiettano e a divertirsi, nonostante la comicità si sia evoluta in altre direzioni per tutto questo tempo. Aggiungo, come testimone oculare di quanto scrivo, che in sala erano presenti dei bambini e degli anziani che ridevano allo stesso momento, tanto che era difficile distinguerli. Può sembrare una stupidaggine ma non lo è affatto.

“The Last Movie” di Dennis Hopper al Cinema Ritrovato 2018

Hopper è più radicale e trasforma un film Hollywoodiano in un’opera metadiscorsiva, un laboratorio in cui sperimentare nuove formule espressive. In questo senso la sua operazione ricorda l’opera di cineasti come Godard o Debord, ma la verità è che The Last Movie ha più affinità con il mondo della musica che con quello del cinema. Non bisogna dimenticare che mentre nascevano band come i Blue Cheer o gli MC5, Hopper esordiva come regista con Easy Rider, il film che più di tutti ha influito sull’estetica del neonato hard rock, fatta di giubbotti di pelle e motociclette. La musica di quell’epoca e The Last Movie sono inscrivibili nell’ambito della controcultura, della critica sistematica alle convenzioni borghesi e dell’accanimento cotro il consumismo. La processione che apre il film sintetizza bene tutta l’opera, in quanto viene mostrato un corteo trasportare la riproduzione di unna macchina da presa insieme a crocifissi e altre icone religiose, mentre una voce fuori campo annuncia “la mostra di bellezza dei film”.

“Mishima – Una vita in quattro capitoli” di Paul Schrader al Cinema Ritrovato 2018

Tematicamente, invece, Schrader mostra il conflitto interiore del protagonista, un animo infranto che oscilla fra coppie di polarità antitetiche impossibilitato a sintetizzarle. Lo scopo ultimo della vita e della letteratura di Mishima sta nell’unione di arte e vita, bellezza e fisicità, nell’ avvicinare le parole “capaci di cambiare il mondo” e il mondo “che non ascolta le parole”. Rigore e pulsione, infine, si scontrano come nemici. Da un lato la visione tradizionalista e nazionalista, il culto dell’imperatore e del bushido (il codice dei samurai), dall’altro il desiderio sessuale mai esplicitato ma sempre latente (nel film sono infatti presenti ben poche figure femminili). Da questi scontri nasce irrimediabilmente la scissione del protagonista, “uno, nessuno e centomila”, che di volta in volta indossa la maschera più adatta senza mai manifestarsi completamente.

“San Mao liulang ji” al Cinema Ritrovato 2018

“La rinascita del cinema cinese”, così è stata chiamata la rassegna sulla produzione cinese fra il 1941 e il 1951, ed è precisamente da una rinascita che parte San Mao liulang ji. Il film infatti è tratto dalle storie a fumetti di un personaggio tuttora piuttosto popolare in Cina, il piccolo Sanmao (che significa “tre capelli”), nato nel 1935 per mano di Zhang Leping. L’opera prima dei registi Gong Yan e Ming Zhao è anche il primo di una lunga serie di adattamenti del famoso manhua (fumetto cinese), arrivata fino al 2006, anno in cui sono stati dedicati al personaggio un videogioco e una miniserie d’animazione. La rinascita messa in scena dalla coppia esordiente sta nella riattualizzazione del contesto entro il quale si muove il giovane eroe.

“Che fine ha fatto Baby Jane?” di Robert Aldrich al Cinema Ritrovato 2018

Nei primi anni Sessanta gli Stati Uniti vennero scossi da due macabri capolavori senza precedenti per impatto psicologico, film che sembravano già superare lo stile classico americano, anticipando alcune delle conquiste linguistiche della New Hollywood: Psyco e Che fine ha fatto Baby Jane?. Se il film di Hitchcock si pone come opera mitopoietica, capace quindi di donare fama ad attori sino ad allora poco affermati, quello di Aldrich si affida all’interpretazione di due star affermate e di indubbio talento quali Bette Davis e Joan Crawford. La rivalità fra due sorelle e i rapporti di forza fra di loro sono descritti molto lucidamente, in un climax ascendente di violenza fisica e psicologica che nasconde, dietro alla sadica follia di Jane, una costruzione narrativa sapientemente calcolata.

“Pixote” di Babenco al Cinema Ritrovato 2018

Pixote – la legge del più debole è un film che fa male. È impossibile, durante la visione, non percepire la sofferenza dei giovanissimi protagonisti, bambini reietti, che passano l’infanzia fra le carceri minorili e la strada, tra una rapina e un traffico di droga, passando per la prostituzione, finché non muoiono come sono nati: nell’indifferenza. Nel suo terzo lungometraggio di finzione, Héctor Babenco affronta un tema così delicato con lo sguardo sadico proprio della realtà, trovando nell’esposizione quasi documentaria dei fatti, piuttosto che in una forma cinematografica elaborata e costruita, il metodo più adatto per raccontarlo. Pixote infatti è un film intriso dei propositi del neorealismo: nella scelta degli attori, dato il protagonista è un bambino che conduceva veramente quella vita

Nuovi restauri kinemacolor al Cinema Ritrovato 2018

Un piccolo appuntamento che era facile non notare, un ago nel pagliaio in mezzo a film di Bergman o Leone. Una proiezione di tre film: Varieties of Sweet Peas, A Day at Henley e un terzo senza neppure un nome, detto Donna con garofani rossi e rosa. Probabilmente questi titoli non suoneranno familiari a nessuno, ma, dopotutto, se si trovano nel programma del Cinema Ritrovato un motivo c’è. I primi due sono film inglesi del 1911 mentre il terzo è un piccolo (appena 9 secondi di durata) omaggio del neonato cinema italiano, datato 1912. Ad accomunare queste tre brevi opere è il sistema di colorazione utilizzato, il kinemacolor. Come i più pratici di cinema delle origini sapranno, i film non sono mai stati muti né tantomeno privi di colore. Capita di dimenticarlo anche a chi ne è perfettamente consapevole, poiché assistere ad una proiezione filologicamente “corretta” di queste opere è raro.

“Inizio di primavera” di Ozu al Cinema Ritrovato 2018

Quello di Ozu è uno stile preciso e calcolato, che quasi abolisce i movimenti di macchina per concentrarsi sulla composizione plastica dell’inquadratura, spesso ricca di dettagli e profondità. Il ritmo del film è dato dal gioco di linee e volumi, dal taglio dinamico interno ad ogni singolo fotogramma. Il lato emotivo dell’opera è invece affidato ai primi piani, in cui spesso, durante certi dialoghi, i personaggi guardano quasi in camera, come a voler scappare dallo schermo e interpellare direttamente lo spettatore. Inizio di primavera è quasi un manuale di cinema, una lezione come la qualità di un regista non risieda nei mezzi che ha a disposizione, ma nella sapienza con cui vengono usati.

“Il silenzio è d’oro” di René Clair e il cinema come protagonista

In questa delicata dialettica si muove un film che raccoglie l’eredità di un certo cinema francese (fra tutti Epstein e Vigo), che si districa fra il realismo e la poesia, fra immanenza storica e trascendenza emotiva, senza che questi poli opposti collidano bruscamente. Non solo tempo storico, ma anche di resurrezione, celebrazione di un’epoca e speranza nell’avvento di una nuova, guidata dall’amore di due giovani sognatori. Due sono anche le Parigi, quella di inizio secolo, la più grande metropoli del mondo, con le luci degli spettacoli e dei caffè negli affollati boulevard, e quella del 1947, lacerata dalla guerra, su cui batte una pioggia che sembra non voler cessare. A raccontarle entrambe, tra nostalgia e speranza è la settima arte, perché il cinema è (sempre?) il protagonista dopotutto.