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“Green Book” e la definizione dell’essere

Con Green Book Peter Farrelly, per la prima volta senza la collaborazione del fratello, si cimenta in un brillante assolo, che ibrida la commedia anti-politically correct di farrelliana memoria (tra le loro opere si ricordano Tutti pazzi per Mary, Scemo e più scemo, Amore a prima svista) e un lirismo sentimentale che seduce e convince. Candidato a cinque premi Oscar e già vincitore di tre Golden Globe, il lungometraggio entra a far parte della filmografia dedicata alla cultura afroamericana. Tuttavia, l’apprezzamento di critica e pubblico anche al di fuori del suolo americano, suggerisce che ci sia altro oltre le questioni razziali. Green Book è un viaggio metaforico alla ricerca della propria autenticità che obbliga Tony e il Dottor Shirley a rispondere a domande imprescindibili: chi sono? Sono davvero ciò che credo di essere? Che cosa mi definisce in quanto essere umano? 

“Un giorno all’improvviso” e lo sguardo genuino

Trattare la malattia mentale non è operazione semplice e unirla al ruolo genitoriale complica ulteriormente le cose. Il cineasta lo fa con garbo, il suo sguardo è imparziale, grazie anche alla messa in scena essenziale che lascia libero spazio a madre e figlio, senza interventi di sorta. Si limita a seguire il decorso del loro rapporto senza strizzare l’occhiolino allo spettatore con trovate buoniste per lacrime facili. D’Emilio va oltre la maternità, oltre la malattia. Invita riflettere sulle difficoltà del divenire e dell’essere adulti, con dolore ma instancabile tenacia. Lo fa riuscendo ad evitare gli stereotipi, altra pregevole capacità dei nuovi autori del piccolo cinema italiano che non smette di proporci talenti meritevoli di attenzione.

Gipi, il ragazzo più felice del mondo

Il bello delle opere di Gipi – siano esse graphic novels, corti o lungometraggi – sta nell’immediatezza del linguaggio, nel sincero amore per l’immagine e per la parola. Chi lo conosce già come acclamato fumettista, entra in sala e si gode il giocoso scherzare con le costruzioni cinematografiche, la comicità del suo estro rispetto ai toni più filosofici e cupi dei fumetti. Chi, invece, si approccia a lui per la prima volta, ha la possibilità di apprezzare un nuovo autore del piccolo cinema italiano che, senza pretese da grand maître del cinema, fa ridere molto e riflettere anche. Pur con alcuni difetti di sceneggiatura, tra ingarbugliamenti eccessivi di trama e battute naïf nei momenti in cui il linguaggio si fa serio, Gipi riesce a comunicare il suo mondo e mostrarsi, come sempre, autentico e leggero, pur nella sua complessità.

“In guerra” dal simple man all’eroe tragico

Non c’è un protagonista assoluto in In guerra: è un racconto corale che trascina lo spettatore nel dinamismo delle scene, nelle urla e nei dialoghi serrati degli operai, in strada a protestare, negli uffici dirigenziali a trattare e ritrattare per i propri diritti. Ad accrescere la sensazione di conflitto concorre la sensazionale colonna sonora elettronica di Bertrand Blessing. Lo stile registico, a tratti volutamente amatoriale, e il montaggio caotico contribuiscono a creare un’illusione di realtà, dai tratti documentaristici, degna del primo Ken Loach. In La legge del mercato, la regia è volutamente distaccata, la fotografia asettica; qui, di contro, la cinepresa è parte integrante dell’azione, partecipativa. E non sembra essere una scelta casuale.

“Kill the Monsters” a Gender Bender 2018

Prendete un pizzico di Woody Allen, aggiungete un tocco di Jack Kerouac e mescolate il tutto con con una troppia (throuple, in inglese) di amanti in viaggio attraverso l’America di Trump. Il risultato è Kill the Monsters (2018), ambizioso lungometraggio di Ryan Lonergan, anche co-protagonista. Girato interamente in bianco e nero, il film è una “commedia politica allegorica” che, sin dalla sua premessa (un’aforisma erroneamente – ma consapevolmente – attribuito a Benjamin Franklin) gioca con i rapporti poliamorosi e la politica, senza mai prendersi troppo sul serio. A una prima analisi, Kill the Monsters potrebbe sembrare un film anti-Trump: non è proprio così. Lonergan ha dichiarato che l’urgenza di un film politico è precedente alle elezioni del 2016. 

“El diablo es magnifico” a Gender Bender 2018

Prima Nazionale al festival Gender Bender di El diablo es magnifico (2016) secondo lungometraggio di Nicolas Vidàl, classe 1988, giovane regista e drag performer cileno. Dopo Naomi Campbell, il cineasta torna con un racconto lirico sulla libertà e lo scotto da pagare per affermare coraggiosamente la propria identità. Alternando lo stile documentaristico e biografico al racconto di fiction, Vidàl ci conduce attraverso le strade francesi che rivivono nello sguardo queer e disincantato della protagonista: Manuela Guevara, 33 anni, transgender cilena emigrata a Parigi dieci anni prima, che, stanca dell’ipocrisia e del decadimento della città, ha deciso di tornare nel suo paese natìo. Il racconto non-lineare di Manuela sembra prendere la forma di un diario, intimo e poetico, immerso nella cornice di Parigi, cristallizzata nel tempo come in una fotografia, in cui la protagonista rivive gli ultimi giorni prima della partenza, in un incessante andirivieni tra passato e presente

“Diane a les épaules” a Gender Bender 2018

Diane a les épaules riflette pienamente la volontà del regista di approcciarsi a concetti delicati con ironia, per riscattarli dall’immaginario drammatico, quasi apocalittico, che li permea nelle rappresentazioni cinematografiche e televisive. A propositivo di serialità televisiva, viene in mente il più recente approccio alla questione, rappresentato da The Handmaid’s Tale, racconto distopico ambientato in un futuro recente di un paese americano afflitto da un’infertilità dilagante, in cui le poche donne fertili sono sfruttate come incubatrici viventi. Ecco, il film di Gorgeat non potrebbe mai essere più lontano da tale visione apocalittica. Non vi è traccia di denuncia sociale o politica. Pur nella sua intensità, è un racconto di vita come un altro, che non vuole muovere a facili sentimenti ma che, con tocco leggero, porta a riflettere sulla definizione incerta e sfumata di genitorialità.

Stefano Savona e la responsabilità dello sguardo

“Nel 2009 sono riuscito ad entrare a Gaza e avevo con me solo la mia testardaggine e la telecamera. Non ero un giornalista, riprendevo semplicemente ciò che accadeva. Ne è risultato Piombo Fuso. Quando ho montato quelle immagini mi sono reso conto di quanto fossero naïf, erano immagini di morte e distruzione che raccontavano una storia già conosciuta ma non reale”. Come si racconta la guerra? Stefano Savona conosce bene i rischi della narrazione e ha già sperimentato l’amaro misconoscimento di Piombo Fuso. L’evoluzione del regista da Piombo Fuso alla Strada dei Samouni, vincitore dell’Oeil d’Or al Festival di Cannes 2018, è un percorso tutt’altro che agevole, che lo ha portato a confrontarsi con la delicata funzione demiurgica dell’arte e della relativa influenza (spesso sottovalutata) del cinema sull’immaginario collettivo.

“L’amica geniale” tra neorealismo e fiaba

Come l’Eroe campbelliano, tornano a casa con la ricompensa, l’elisir magico che, per Lila e Lenù, assume la forma di un libro prezioso, allegorica speranza di un futuro diverso e possibile. Il lavoro di ricostruzione del Rione concorre alla sensazione di artificio fiabesco: ventimila metri quadrati di set, quattordici palazzine, cinque set di interni, una chiesa e un tunnel. Sembra un mondo a sé stante, grazie ad un lavoro di geografia visiva ed una ricerca attenta, che si evince grazie alle scelte ponderate dei colori e dalla ricchezza dei riferimenti: da Mamma Roma di Pasolini, alle immagini evocative e intense che omaggiano Antonioni. Bit dopo bit, scena dopo scena, tutto è perfettamente statico ma instancabilmente in movimento. Un quadro armonioso sostenuto da un tappeto sonoro immersivo ma mai invadente.

“Wolves of Kultur”: Leah Baird e le eroine senza paura del serial queen melodrama

Wolves of Kultur appartiene alle produzioni del e sul primo conflitto mondiale. La protagonista, la serial queen Leah Baird, lotta, sanguina, si lancia da finestre alte più di cinquanta metri e sconfigge “il male”, esattamente come gli eroi melodrammatici maschili. Una breve digressione sul melodramma: il genere affonda le sue radici nei feuilleton francesi del 1800, di grande successo. Il termine non suggerisce romanticismo, ma situazioni estremamente dinamiche, nelle quali avviene l’incontro e lo scontro tra polo positivo e polo negativo (il Male contro il Bene): il Cattivo del melodramma non ha spessore morale, deve essere rappresentativo del male sociale. E l’eroe maschile ha l’obbligo morale di sconfiggerlo.

“Laughing Anne” di Herbert Wilcox al Cinema Ritrovato 2018

“La chiamavano Anne la Sorridente, ma era facile scambiare la risata per il suo sorriso”. Così ci viene presentata Anne, la protagonista controversa, dalla risata di pancia, allegra e a tratti disturbante (interpretata dalla conturbante e camaleontica Margaret Lockwood) del film in Technicolor, diretto nel 1953 da Herbert Wilcox e adattamento cinematografico dell’opera teatrale di Joseph Conrad, Laughing Anne (1920). Il film si apre su una sfilata carnevalesca a Giava, nell’Indonesia colonizzata dall’Impero Britannico. I colori sgargianti e le danze sono accompagnati da un crescendo musicale che diviene progressivamente una marcia funebre, presagio di eventi funesti celati dietro un’apparente festosità.