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“La donna elettrica”, cuore di tenebra in Islanda

Strano oggetto cinematografico dall’identità non definita, buffo e grave, leggero e drammatico, surreale e materico, La donna elettrica accosta toni di stravaganza tenera e glaciale alla Kaurismaki a momenti di forza naturalistica degni di Werner Herzog (Halla che emerge dalle pendici di un ghiacciaio sfilandosi dalla testa la pelle di capra sotto cui si è nascosta per sfuggire all’elicottero della polizia, con la faccia sporca di terra e sangue, o che galleggia sfinita in una pozza di acqua bollente per riscaldarsi). Ma l’anima profondamente europea del film è confermata anche da schegge multiculturali che paiono uscite dalle pellicole a cavallo fra Germania e Turchia di Fatih Akin, con quei siparietti di musica popolare che uniscono idealmente Islanda ed Ucraina, paese in cui risiede la bimba che Halla sta per adottare.

“Old Man & the Gun”: ti racconto molte storie, quasi del tutto vere

“Questa storia è quasi del tutto vera”, avverte guardinga la nota che apre Old Man & the Gun, il film con cui Robert Redford saluta il pubblico e conclude la sua carriera di attore. E su quante storie quasi del tutto vere si muove, sonnacchioso e gentile, il regista David Lowery, nel comporre questo piccolo labirinto a più voci di racconti mezzi veri e mezzi inventati, ricordàti, immaginati e rilanciati dai suoi personaggi, come lui irrimediabilmente smarriti nel piacere dell’affabulazione. Comincia, e non potrebbe essere altrimenti, il fuorilegge Forrest Tucker di Redford, il quale, per sedurre Sissy Spacek, che ha abbordato immediatamente dopo aver rapinato una banca, pensa bene di raccontarle la sua arte di rapinatore-con-stile. Una conversazione lunga e sorniona, in cui ai serafici primi piani dei due maturi amanti si alternano, nella prima delle svariate scatole cinesi congegnate da Lowery, le immagini dei successivi passaggi di quell’appuntamento.