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“Maria Candelaria” tra Cuarón e Scorsese

Come Roma di Alfonso Cuarón, anche Maria Candelaria di Emilio Fernández si apre su una superficie d’acqua, nella quale si specchia il cielo messicano. E come in Roma, anche in Maria Candelaria l’acqua è strumento di lavoro -nel primo pulisce e nel secondo trasporta-, e linea di confine, quello che separa la sicurezza dalla minaccia. Un’indigena ingenua e povera si prende amorevolmente cura di una casa e dei bambini che la abitano in Roma, ed un’altra indigena, anch’essa povera, protegge ansiosa un lembo di terra, un animale sinonimo di futuro ed un sentimento da celebrare in Maria Candelaria. Altri elementi primari, terra e fuoco in primis, oltre alla scelta di Cuarón del bianco e nero, contribuiscono al dialogo a distanza fra i due film.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Il professore e il pazzo”, le beautiful minds dell’Oxford English Dictionary

Il regista iraniano P.B. Shemran, già collaboratore di Gibson in Apocalypto, racconta senza particolare personalità una vicenda dalle alte potenzialità cinematografiche. Come in A Beautiful Mind, le loro intuizioni ed associazioni, che qui dirigono l’inesauribile opera di catalogazione delle parole della lingua inglese, si appoggiano su mappe intricate e rigorose, invisibili arredi delle stanze colme di libri e appunti in cui entrambi lavorano. Emerge un’idea forte, bellissima, che sarebbe stato affascinante vedere al centro delle riflessioni del film. Quella del potere emancipatore e terapeutico della parola, della celebrazione della lingua e della diffusione ecumenica del linguaggio come strumenti di libertà dell’individuo e degli Stati, di affrancamento dall’inferiorità sociale e di crescita personale nei rapporti d’amicizia o persino d’amore.

“Gloria Bell” tra originale e replica

C’è una scena in Gloria di Sebastian Lelio in cui la protagonista, quasi sessantenne, si avvicina seduttiva al suo amante dentro una camera d’albergo vestita solo di una camicia sbottonata, in segno di sfida e di fiducia. E c’è una scena in America oggi di Robert Altman (1993) in cui un personaggio femminile, vestito solo di un’elegante blusa bianca, confessa al marito un tradimento del passato, con fare colpevole e narciso. Protagoniste dei due coraggiosi full frontal Paulina Garcia in Gloria e Julianne Moore in America oggi. Sebastian Lelio nel suo Gloria Bell, calco statunitense del precedente cileno Gloria, sceglie di non ripetere quel nudo nel passaggio di testimone fra la sua prima protagonista e la nuova, proprio Julianne Moore, così come di rendere più caste tutte le scene di impietoso erotismo che mostravano il corpo pulsante, ma non più giovane, della Garcia in Gloria, e coprono invece di un velo di pudore quello ben più attraente della Moore in Gloria Bell.

L’incompiuto femminismo di “Maria regina di Scozia”

Se è avvilente constatare che oggi come allora la rivalità fra donne si gioca su avvenenza fisica, maternità, virilità e lignaggio dei compagni, si resta dubbiosi sul reale significato femminista delle gravidanze, realizzate e non (chi violenta chi quando Maria rimane incinta?), della fin troppo agevole manipolazione di uomini deboli e dipendenti, ma anche del dominio su altri uomini che mal sopportano sì il potere politico in mano ad una donna, ma lo ostacolano solo se protetti dal branco. Il film, fresco di nomination agli Oscar per trucco e costumi, paga proprio l’atteggiamento irrisolto della Rourke, inspiegabilmente poco interessata a radicalizzare la condanna della condizione femminile che mostra o l’intento di farne una bandiera di femminismo ante litteram, cioè l’esatto opposto.

“La donna elettrica”, cuore di tenebra in Islanda

Strano oggetto cinematografico dall’identità non definita, buffo e grave, leggero e drammatico, surreale e materico, La donna elettrica accosta toni di stravaganza tenera e glaciale alla Kaurismaki a momenti di forza naturalistica degni di Werner Herzog (Halla che emerge dalle pendici di un ghiacciaio sfilandosi dalla testa la pelle di capra sotto cui si è nascosta per sfuggire all’elicottero della polizia, con la faccia sporca di terra e sangue, o che galleggia sfinita in una pozza di acqua bollente per riscaldarsi). Ma l’anima profondamente europea del film è confermata anche da schegge multiculturali che paiono uscite dalle pellicole a cavallo fra Germania e Turchia di Fatih Akin, con quei siparietti di musica popolare che uniscono idealmente Islanda ed Ucraina, paese in cui risiede la bimba che Halla sta per adottare.

“Old Man & the Gun”: ti racconto molte storie, quasi del tutto vere

“Questa storia è quasi del tutto vera”, avverte guardinga la nota che apre Old Man & the Gun, il film con cui Robert Redford saluta il pubblico e conclude la sua carriera di attore. E su quante storie quasi del tutto vere si muove, sonnacchioso e gentile, il regista David Lowery, nel comporre questo piccolo labirinto a più voci di racconti mezzi veri e mezzi inventati, ricordàti, immaginati e rilanciati dai suoi personaggi, come lui irrimediabilmente smarriti nel piacere dell’affabulazione. Comincia, e non potrebbe essere altrimenti, il fuorilegge Forrest Tucker di Redford, il quale, per sedurre Sissy Spacek, che ha abbordato immediatamente dopo aver rapinato una banca, pensa bene di raccontarle la sua arte di rapinatore-con-stile. Una conversazione lunga e sorniona, in cui ai serafici primi piani dei due maturi amanti si alternano, nella prima delle svariate scatole cinesi congegnate da Lowery, le immagini dei successivi passaggi di quell’appuntamento.