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“I Miserabili”, training days nell’Île de France

Ladj Ly, nato in Mali 42 anni fa, esordisce nel lungometraggio di finzione con I Miserabili, estensione paterna dell’omonimo corto da lui diretto nel 2017, aggiudicandosi il Premio della Giuria a Cannes 2019. Sceglie musiche ipnotiche che ricordano le partiture di Cliff Martinez per Soderbergh, un montaggio veloce che concede rare soste di quiete e una macchina da presa enfatica e volitiva. Guarda a Victor Hugo per il suo Issa-Gavroche e a Spike Lee per sé, per stile filmico e dignità nera (impossibile non pensare agli abusi dei poliziotti bianchi sulle giovani di colore di BlackKklansman quando Chris, reattivo collega di Stéphane, ferma pretestuosamente tre ragazzine nere alla fermata del bus).

“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” e ci ricorda di prenderla con calma

Nel maggio del 2010 la giuria del festival di Cannes, presieduta da Tim Burton, conferì la Palma d’oro per il miglior film a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Dieci anni dopo, orfani del festival a causa della pandemia, ci concediamo il lusso di sottoporre la pellicola ad una prima importante prova del tempo, e al confronto altrettanto significativo con le fortune successive delle altre opere che condivisero il concorso di quell’anno. Quali ricordiamo? Di certo lo struggente Poetry di Lee Chang-dong, il senile Another Year di Mike Leigh, ma anche il disperato Biutiful di Alejandro González Iñárritu. E Boonmee?

“Sola al mio matrimonio” e la lezione di Fatih Akin e dei Dardenne

Laddove La sposa turca disvelava allo spettatore e ai suoi protagonisti la nascita di un amore paradossalmente non consumato fra coniugi uniti da una mera convenienza formale, vitale lei e disperato lui proprio come Pamela e Bruno, e laddove Il matrimonio di Lorna sorprendeva per la capacità di empatia di una donna verso un fragilissimo tossicodipendente in un mondo disumanizzato, nessun aspetto di altrettanto rilievo ed interesse emerge in modo netto in Sola al mio matrimonio. Peccato, perché il ritratto femminile di Pamela offre comunque sussulti non banali: il desiderio di un uomo che le porti rispetto, la disponibilità ad un salto nel buio alla ricerca di qualcosa di meglio, la necessità di sentirsi desiderabile, la malinconia e la colpa che affiorano in fugaci sequenze oniriche.

“Alice e il sindaco” nell’epoca indecifrabile

Alice e il sindaco, scritto e diretto dal quarantacinquenne Nicolas Pariser, è un film di difficile lettura, che fotografa il passaggio di testimone politico e culturale fra due generazioni come un limbo che tale non dovrebbe essere, e che per la prima volta dal dopoguerra si manifesta nelle nostre società sotto queste spoglie, spaesando tutti. Da una parte chi vuole e deve cedere il passo ai propri figli chiede loro apertamente: “Cosa desiderate? Di cosa avete bisogno?”, e dall’altra chi stenta a farsi classe dirigente risponde: “Come posso spiegartelo?”. Per questo dialogo sotterraneo e silente su cui il film si sviluppa, Pariser sceglie un tono indecifrabile, metafora di un’epoca in stato di attesa e della natura dei suoi personaggi, sfuggente anch’essa. 

Porte aperte ad “Hammamet”

Il film appassiona non poco nel mostrare l’apertura e l’acume dell’uomo e del leader, la sua visione ampia e priva di pregiudizi, la lucidità affettiva nel rapporto con i figli e i nipoti e quella politica nel confronto con colleghi e avversari. In una parola: il suo carisma. Il problema del film di Amelio non è la mancanza delle risposte, ma che queste domande non risuonino con la solennità e la severità necessarie. Se terremoto doveva essere, non sentiamo la terra muoversi sotto i nostri piedi. Se una finestra doveva essere rotta, non ci sentiamo in pericolo per i vetri a terra.

L’inaspettata inconsistenza di “Un giorno di pioggia a New York” – Perché no

Posto e accettato che la complessità dei film degli anni ’70 e ’80 di Allen sia un lontano e bellissimo ricordo, ci troviamo ad archiviare a malincuore questo Un giorno di pioggia a New York come un episodio fra i meno interessanti degli ultimi anni del nostro autore. Forse la scelta che più compromette la riuscita del film è quella della voce over a commento, affidata non ad una entità astratta e distante come in Vicky Cristina Barcelona, ma proprio al giovane Gatsby, che per ragioni anagrafiche non può assumere quel ruolo di narratore epigrafico e risolutivo di cui si sente effettivamente la mancanza. Emblematica, in questo senso, la scena della confessione della madre di Gatsby al figlio, a metà strada fra melodramma e commedia demenziale, priva di quella necessaria sintesi di significati e toni di cui l’ultimo Allen è invece maestro.

Tutta la verità, nient’altro che la verità – Speciale “L’ufficiale e la spia”

“Chi lascia fare e s’accontenta è già un fascista”, ha scritto Pavese. “E un nazista”, aggiunge oggi Polanski. È proprio questo il concetto attorno a cui ruota L’ufficiale e la spia: in coscienza, si possono sacrificare la vita di un uomo e la verità dei fatti all’opportunità politica, al pregiudizio e alla convenienza personale? Picquart, capo dei servizi segreti di Francia, è convinto di no, e nonostante pressioni e usi lassisti consolidati e fomentati dal potere, non è disposto a venir meno a quel che dovere e morale gli impongono. “Non si possono cambiare i fatti”, dice, anche a costo di disobbedire agli ordini ed insubordinarsi, rischiare la propria stessa privilegiata posizione, certi dell’ammonimento eterno di Émile Zola: “quando non si afferma la verità, comincia la decomposizione di una società”.

“The Irishman”, old men and some guns

Come Quei bravi ragazzi e Casinò, The Irishman è una storia di mafia e di uomini di mafia, come in Quei bravi ragazzi e Casinò affidata al racconto al passato del suo protagonista, rivolto apertamente alla macchina da presa. Diversamente da Quei bravi ragazzi e Casinò, e oltre quei due precedenti straordinari film -ben oltre la vibrante confessione in aula del traditore Henry Hill in Quei bravi ragazzi (“da che mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster”), e nelle immediate vicinanze del laconico “e questo è quanto” che concludeva la riflessione di Ace Rothstein in Casinò – la storia di mafia di The Irishman è scarna, dimessa, spogliata di qualsiasi mitologia da malavita. Come scarno e dimesso, privo di esibizionismi ed entusiasmi, è il Frank Sheeran di De Niro.

“Panama Papers” e la guerriglia marxista di Soderbergh

Traffic, Erin Brockovich, Che, The Informant, Contagion e adesso Panama Papers. Se c’è un bolscevico a Hollywood, anticapitalista nel midollo, quello è Steven Soderbergh. Inafferrabile, sì, eclettico ed innovativo, ma sempre profondamente schierato contro il potere costituito che opprime i deboli per mantenersi e rigenerarsi. Se Contagion adottava i toni gravi e metaforici di un’epidemia sanitaria globale per la crisi economica del 2008 e per ritrarre lo sgomento di milioni di persone rimaste nottetempo senza casa o lavoro e la totale impreparazione di chi quello sgomento aveva generato, Panama Papers arriva otto anni dopo con i modi beffardi da cugino sarcastico dell’altro film, per completare con amarezza l’affresco.

Nostalgia “unchained” – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” II

Tutto, in C’era una volta a… Hollywood, è forgiato su questa nostalgia. I due bellissimi personaggi di Rick Dalton e Cliff Booth, il bravo attore che non ce l’ha mai davvero fatta e la sua controfigura, amico rilassato e incoraggiante; il ricordo di un’epoca in cui le insegne delle sale cinematografiche si illuminavano romanticamente al tramonto (e Tarantino bambino ne rimaneva ammaliato, a spasso in macchina per Los Angeles con il patrigno, e cominciava a filmarle); la storia d’amore e cinema di Sharon Tate e Roman Polanski, vissuta sulle note di Mrs. Robinson. La macchina da presa di Tarantino raccoglie grata il patrimonio e gli rende omaggio proiettando sullo schermo – e sugli schermi, delle tv, drive-in e cinema che si susseguono nei 160 veloci minuti del film – le pellicole di quell’epoca e le serie tv di quegli anni. Ma reinventati o consegnati alla gloria di cui spesso non hanno mai goduto.

“Il regno” corrotto dei politici di Spagna

A un anno dall’uscita in patria ed in contemporanea con la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia del suo ultimo lungometraggio, Madre, arriva in sala Il regno, del trentacinquenne regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen, vincitore lo scorso febbraio dei premi Goya a regia, sceneggiatura, montaggio, musica, sonoro ed interpreti. All’appello manca solo il riconoscimento al miglior film. Che l’Academia spagnola abbia temuto l’immagine della Spagna e dei suoi politici delineata da Sorogoyen, anche autore della sceneggiatura con Isabel Peña? O che abbia in un certo senso punito il pur bravissimo regista per essersi limitato a confezionare un assillante, perfetto meccanismo d’azione senza elevarlo ad altro?

“L’ospite” fragile delle coppie instabili

Visto che la condanna all’incertezza e a nuovi decorsi sentimentali pare ineludibile, Chiarini invita a fare dell’instabilità virtù, accogliendone i risvolti positivi e le possibilità. I quasi-adulti di L’ospite, sideralmente lontani anche dal magnifico quarantenne Nanni Moretti uscito dalla generazione di mezzo fra quelle di Guido e dei suoi genitori, vanno ai concerti rock, si incontrano su Tinder, soffrono d’ansia cronica e sognano di lavorare oltreoceano, in attesa di una maturità dura da guadagnare, ma alle prese come apripista, poveri loro, con una instabilità affettiva dalle conseguenze tutte da sperimentare.

Blue is the warmest colour in “Blue My Mind”

Quel che più colpisce di Blue My Mind – Il segreto dei miei anni è l’angoscia che lo avvolge, che è quella di Mia e del suo incubo. Come in Aronosfsky, lo strappo del crescere e del comprendere chi si è passa anche per la mutilazione e lo sfregio dei corpi, ancora più disturbanti che nel Cigno nero perché inferti a chi da poco è uscito dall’infanzia. L’inquietudine di Mia, disperata e confusa, il suo senso di estraneità a se stessa, alla famiglia e ai coetanei trasmettono tutta la minaccia dell’età acerba, caricandola di tinte di profondo turbamento. Anche per questo rasserena e insieme inquieta che, fra genitori invisibili come quelli immaginati da Gus Van Sant per i ragazzi di Elephant, sia proprio l’amica di Mia, abbandonata dalla madre, a farsi carico della radicale trasformazione della ragazza e ad accompagnarne il risolutivo sbocciare.  

“Dolor y Gloria”, cinema che genera cinema

Arrivato a settant’anni, che compirà fra qualche mese, Pedro Almodóvar si sente fragile, nel corpo e nella mente, e anche per questo desideroso di ricordare il suo passato, celebrare l’amore per sua madre e quello che da lei ha ricevuto, ringraziare il pubblico, i suoi attori, il cinema e l’uomo della sua vita. Scrive un film su di sé, in bilico fra autobiografia fedele e verosimile, si fa interpretare dall’attore più rappresentativo del suo cinema (Banderas), e affida il ruolo della mamma di Pedro bambino all’attrice che lui più di tutti ha contribuito a far sbocciare (Penelope Cruz). In un moltiplicarsi irregolare di proiezioni di sé, dietro cui nascondersi e mostrarsi come mai prima, si accomoda sul lettino dell’analista e svela in una seduta dall’andamento circolare i suoi acciacchi, la depressione, le ferite e le scoperte dell’infanzia, l’omosessualità e il potere del cinema.    

“La caduta dell’impero americano”, istruzioni per rialzarsi

Con la leggerezza e la gravità che possono convivere forse solo in un ottantenne, Denys Arcand realizza un film miracolosamente in bilico tra commedia e dramma, delicatamente ondivago tra i due principali registri di interpretazione e narrazione della vita. La caduta dell’impero americano è la sua personale presa d’atto dell’epocale processo di cambiamento vissuto dalle società del ricco occidente negli ultimi vent’anni, che vede due fenomeni l’un l’altro collegati plasmare in senso regressivo le vite di nordamericani ed europei: l’accrescersi della forbice fra poveri e ricchi nell’inesorabile corrosione del ceto medio e lo svincolarsi della condizione economica dell’individuo dal suo livello di istruzione. 

“Maria Candelaria” tra Cuarón e Scorsese

Come Roma di Alfonso Cuarón, anche Maria Candelaria di Emilio Fernández si apre su una superficie d’acqua, nella quale si specchia il cielo messicano. E come in Roma, anche in Maria Candelaria l’acqua è strumento di lavoro -nel primo pulisce e nel secondo trasporta-, e linea di confine, quello che separa la sicurezza dalla minaccia. Un’indigena ingenua e povera si prende amorevolmente cura di una casa e dei bambini che la abitano in Roma, ed un’altra indigena, anch’essa povera, protegge ansiosa un lembo di terra, un animale sinonimo di futuro ed un sentimento da celebrare in Maria Candelaria. Altri elementi primari, terra e fuoco in primis, oltre alla scelta di Cuarón del bianco e nero, contribuiscono al dialogo a distanza fra i due film.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Il professore e il pazzo”, le beautiful minds dell’Oxford English Dictionary

Il regista iraniano P.B. Shemran, già collaboratore di Gibson in Apocalypto, racconta senza particolare personalità una vicenda dalle alte potenzialità cinematografiche. Come in A Beautiful Mind, le loro intuizioni ed associazioni, che qui dirigono l’inesauribile opera di catalogazione delle parole della lingua inglese, si appoggiano su mappe intricate e rigorose, invisibili arredi delle stanze colme di libri e appunti in cui entrambi lavorano. Emerge un’idea forte, bellissima, che sarebbe stato affascinante vedere al centro delle riflessioni del film. Quella del potere emancipatore e terapeutico della parola, della celebrazione della lingua e della diffusione ecumenica del linguaggio come strumenti di libertà dell’individuo e degli Stati, di affrancamento dall’inferiorità sociale e di crescita personale nei rapporti d’amicizia o persino d’amore.

“Gloria Bell” tra originale e replica

C’è una scena in Gloria di Sebastian Lelio in cui la protagonista, quasi sessantenne, si avvicina seduttiva al suo amante dentro una camera d’albergo vestita solo di una camicia sbottonata, in segno di sfida e di fiducia. E c’è una scena in America oggi di Robert Altman (1993) in cui un personaggio femminile, vestito solo di un’elegante blusa bianca, confessa al marito un tradimento del passato, con fare colpevole e narciso. Protagoniste dei due coraggiosi full frontal Paulina Garcia in Gloria e Julianne Moore in America oggi. Sebastian Lelio nel suo Gloria Bell, calco statunitense del precedente cileno Gloria, sceglie di non ripetere quel nudo nel passaggio di testimone fra la sua prima protagonista e la nuova, proprio Julianne Moore, così come di rendere più caste tutte le scene di impietoso erotismo che mostravano il corpo pulsante, ma non più giovane, della Garcia in Gloria, e coprono invece di un velo di pudore quello ben più attraente della Moore in Gloria Bell.

L’incompiuto femminismo di “Maria regina di Scozia”

Se è avvilente constatare che oggi come allora la rivalità fra donne si gioca su avvenenza fisica, maternità, virilità e lignaggio dei compagni, si resta dubbiosi sul reale significato femminista delle gravidanze, realizzate e non (chi violenta chi quando Maria rimane incinta?), della fin troppo agevole manipolazione di uomini deboli e dipendenti, ma anche del dominio su altri uomini che mal sopportano sì il potere politico in mano ad una donna, ma lo ostacolano solo se protetti dal branco. Il film, fresco di nomination agli Oscar per trucco e costumi, paga proprio l’atteggiamento irrisolto della Rourke, inspiegabilmente poco interessata a radicalizzare la condanna della condizione femminile che mostra o l’intento di farne una bandiera di femminismo ante litteram, cioè l’esatto opposto.