Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“Nessuno sa che io sono qui” e il cinema dell’assenza

Nessuno sa che io sono qui è un film drammatico di  con protagonista Jorge Garcia, presentato al Tribeca Film Festival, dove Antillo ha ricevuto il premio come Miglior regista esordiente, prodotto da Pablo Larraín e da Netflix. Nessuno sa che io sono qui è un’affermazione solenne, tragica, la certezza di conoscere esattamente il proprio posto nel mondo, che non è una posizione fisica, ma più una collocazione impercettibile, invisibile in cui alcuni individui scelgono preminentemente di abitare. Memo è un uomo acclimatato a una vita solitaria, turbato anche dalle poche presenze che si alternano sulla sua isola, vive il suo esilio come se rivendicasse un debito con la società che lo ha usurpato, marginalizzato e annientato.

“Il buco” e la distopia verticale

La stratificazione strutturale che compone Il buco, diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (in prima visione su Netflix), ottempera a molti compiti, uno dei quali è disincarnare i parametri con cui si sta al mondo. Goreng è un volontario di una sperimentazione detentiva. Il luogo in cui sceglie di auto-confinarsi è una prigione verticale suddivisa in piani; ogni piano ha una cavità al centro e ospita due persone. Al vertice di questo edificio domina il punto zero, ove l’amministrazione quotidianamente prepara un tavola imbandita che cala, livello per livello, attraverso una piattaforma. Il cibo è abbondante e potrebbe sfamare tutti ma, naturalmente, i prigionieri dei livelli più alti non impiegano molto a finire tutto, costringendo i meno fortunati a lottare per i resti.

“La Gomera” e la decostruzione dell’autentico

La Gomera è a tutti gli effetti un film di genere, che guarda e cita Alfred Hitchcock (realizzando un vero omaggio con una scena memorabile sotto la doccia) e Steven Soderbergh, tra giochi di ruolo e caccia al bottino in stile Ocean’s Eleven; è punteggiato di colpi di scena, possiede un umorismo oscuro esibito con le architetture del noir, con tanto di femme fatale, Gilda (dall’omonimo film di Charles Vidor con Rita Hayworth). Porumboiu non fa mistero delle sue influenze. Inoltre coglie tutti gli aspetti archetipici del noir e se ne serve per decostruirli, imboccando strade sterrate che spingono l’attenzione prima verso il sospettato, punto focale della narrazione noir, poi verso una lettura allegorica relativa alla storia post-comunista della Romania.

Carlo Verdone e la genealogia del comico italiano

Esiste una genealogia sulla scena comica italiana, un fil rouge che attraversa la città di Roma e che unisce quartieri, personaggi e attori, una genealogia che trova la sua discendenza nella Trastevere di Alberto Sordi, nel Rione Regola di Ettore Petrolini, nel vicolo delle Grotte di Aldo Fabrizi. Roma ha forgiato una scuola comica che da Fregoli ha plasmato anche la generazione più recente composta e abitata da un regista e attore nato e cresciuto nello stesso rione di Petrolini: Carlo Verdone. Figlio di una Roma curiale, ferina, funambolica, ha come punto di osservazione è il mitologico bar Mariani in Via dei Pettinari, da cui convergevano individui singolarmente ordinari tra cui burini, imbranati, dandy, bulli, che hanno ispirato Verdone nella costruzione del suo dispositivo comico.