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“The Vast of Night” e i misteri della notte americana

The Vast of Night – L’immensità della notte, disponibile dal 29 maggio su Amazon Prime, è un film minimale, elegante e sorprendente. Presentandolo al Toronto Film Festival, il regista Andrew Patterson ha spiegato al pubblico come due elementi fossero per lui dei presupposti essenziali: voleva fare un film che prendesse il genere seriamente e che si potesse ascoltare come se si trattasse di un racconto radiofonico o di un podcast. Entrambi gli aspetti risultano chiaramente dalla visione dell’opera prima del regista, che è alcontempo un’operazione di minuzioso citazionismo storico ed estetico e una prova di abilità affabulatoria, grazie all’utilizzo del dialogo e della narrazione, che rendono The Vast of Night un misterioso, piccolo gioiello cinefilo.

“The New World” e la critica all’etnocentrismo

Malick si ferma agli albori di quello che sappiamo sarà un genocidio, e dopo l’operazione mastodontica di The Tree of Life il suo linguaggio si atomizza in racconti minimi e intimisti, quasi accettando l’impossibilità di concepire un discorso storiografico in uno scenario come quello contemporaneo. Ma The New World non è solo un racconto di perdita e sconfitta, e tramite il personaggio di Pocahontas, che come altri personaggi malickiani ci mostra  una tenace e incrollabile fedeltà alle proprie istanze interiori, il regista texano prosegue il suo percorso da inesausto idealista, continuando a mostrarci il potenziale umano.

Antonio Pietrangeli e il femminile

È piuttosto noto il fatto che Antonio Pietrangeli non sia stato un regista particolarmente apprezzato dalla critica nell’arco della sua carriera, e che sia stato rivalutato solo dopo la sua morte. Naturalmente è troppo facile ergersi a “critici dei critici” e disapprovarli a posteriori, eppure ad oggi risulta difficile comprendere il motivo di tale scarsa valorizzazione del lavoro del regista romano, la cui filmografia (in parte recuperabile su Amazon Prime Video e RaiPlay) stupisce per l’incredibile modernità e per l’ampia gamma di sfumature nella raffigurazione dei personaggi femminili, che pur essendo ognuno a proprio modo rappresentativi dei cambiamenti di un’epoca e dei suoi costumi, mantengono la loro unicità e forte caratterizzazione. 

Gabriel Abrantes e la reinvenzione immaginifica del mondo

Prima di approdare con Diamantino, alla co-regia di un lungometraggio, Gabriel Abrantes aveva già alle spalle una ricca produzione, iniziata con una serie di cortometraggi di pochi minuti. Ripercorrendo a ritroso i lavori del regista portoghese naturalizzato negli USA, si può vedere come l’ironia mordace di Diamantino, espressione di una satira sociale e politica che esplode in un ribaltamento fantasmagorico dei luoghi comuni e delle derive reazionarie contemporanee, non sia altro che la summa di una poetica assai consolidata. Fin dalle prime opere – pillole di anarchico nonsense a metà strada tra video essay deliranti e cinema narrativo – Abrantes aveva abituato il suo pubblico ad aspettarsi da ogni suo lavoro un’indagine iconoclasta e una riflessione personalissima.

“Volevo nascondermi” e l’impossibile appartenenza

Rivedendo la cinematografia di Giorgio Diritti alla luce del suo ultimo film, quello che pare emergere complessivamente, oltre al profondo senso etico, è una visione tragica sull’insolubile conflitto tra il diverso e la comunità. Da un film all’altro viene ripresa una riflessione sull’animo non solo omologante, ma anche predatorio e ferino del branco umano, che non si limita a espellere chi ne altera gli equilibri, ma ne distrugge anche i suoi componenti più fragili. Non c’è messa in mostra di una conciliazione tra le parti, perché non viene data possibilità di riscatto ai più deboli. C’è piuttosto la presa di coscienza dell’animo spietato e egoistico che dirige le azioni umane in molteplici contesti.

La città imperfetta di “Lontano lontano”

Come in Pranzo di ferragosto, anche per Lontano lontano uno degli aspetti centrali della cinematografia di Gianni Di Gregorio sembra risiedere nella rappresentazione di una consustanzialità tra Roma e i suoi storici abitanti, per cui lo spirito della città è letteralmente incarnato dai malconci e coriacei protagonisti dei suoi film, che mostrano ognuno a proprio modo lo spirito creativo e tutto italiano dell’arte di arrangiarsi. Visi rugosi e alcolici, già mostrati tramite il personaggio del Vichingo in Pranzo di ferragosto. Così peculiari e poco cinematografici nel senso patinato del termine, da indicare l’aderenza di Di Gregorio alla rappresentazione del proprio quotidiano con affetto e fedeltà, recuperando in piccolo quel gusto per il caratteristico tanto caro alla commedia all’italiana.