Furio Colombo sostiene che Francesco Rosi sia stato un artista e al contempo un intellettuale. Etichettarlo con una delle due identità, continua, finisce per offrire una visione parziale del personaggio. Rosi preferiva definirsi un cittadino, suggestionato dal titolo scelto per una retrospettiva americana dei suoi film. Due coordinate che spiegano bene l’idea su cui si edifica Citizen Rosi, che di quella rassegna riprende il titolo stesso quasi per ampliarne il discorso sull’impegno civile di un “cittadino militante” che usava la macchina da presa per testimoniare il proprio ruolo nella società. Anima del progetto è Carolina Rosi, figlia del maestro, che, per dare il via al lavoro, rivide assieme al padre tutta la sua opera, con l’obiettivo di raccogliere appunti utili per il documentario.

Quello  che nelle intenzioni non sarebbe dovuto essere un film celebrativo, il ritratto di un uomo filtrato dagli occhi della figlia, si è tuttavia scontrato con la morte del regista. E così, certo condizionata dalla perdita, Carolina ha tradito la promessa di evitare commemorazioni, usando quegli “appunti” per restituire le parole del padre e inserendo in apertura un breve ma commosso excursus privato anche per spiegare i motivi per cui Rosi ha accettato di sedersi sul divano a rileggere se stesso: un antidoto contro la morte, un’appendice saggistica al suo lavoro narrativo, un modo per condividere e trasmettere alle nuove generazioni. È a loro, che non conoscono la storia d’Italia, che Citizen Rosi, diretto da Carolina e Didi Gnocchi, è rivolto.

Attraverso l’opera di Rosi, il documentario ricostruisce i passaggi fondamentali del Novecento italiano, incrociando le sequenze dei film, il ritorno sui luoghi delle riprese, i materiali reperiti dall’archivio del regista, le interviste. Caso inusuale per un doc del genere, i molti intervistati, a parte Costa-Gavras, Giuseppe Tornatore, Roberto Andò e Marco Tullio Giordana, non appartengono al giro cinematografico. A padre e figlia non interessava sottolineare ancora una volta l’importanza dell’autore nel suo ambiente, essendo peraltro Rosi tra le personalità italiane più premiate e riconosciute a livello internazionale. La sua opera, un’impresa fondata su meticolose ricerche, viene utilizzata in funzione didattica: un mezzo per raccontare la Storia di un Paese dalla mafia allo stragismo passando per fascismo, dopoguerra, boom economico.

Chiaro che tutti provvedono a sottolineare la grandezza dell’autore, ma il cuore del film sta nel rivendicare l’intelligenza, il coraggio, la lungimiranza di un intellettuale che ha sfondato porte chiuse con gli strumenti del cinema. Antonio Nicaso, storico della criminalità organizzata, usa Lucky Luciano – che Rosi considerava la storia della madre di tutte le trattative Stato-Mafia – nelle sue lezioni, Lirio Abbate e Gherardo Colombo celebrano la contemporaneità di Le mani sulla città, Nino Di Matteo spiega la mafia oggi a partire da Salvatore Giuliano, Nicola Gratteri vede in Dimenticare Palermo l’intuizione fondamentale della centralità della droga e così via. Restano fuori i titoli meno aderenti al discorso socio-politico. L’operazione è piuttosto interessante, quasi una versione meno egocentrica della Storia di un italiano di Alberto Sordi, e probabilmente avrebbe meritato uno spazio più ampio (una serie?) rispetto alla pur lunga durata del documentario. Così corre il rischio, data l’immensa mole di dati e informazioni e la grande quantità di traiettorie possibili, di non riuscire a parlare davvero al pubblico che vorrebbe intercettare, stagliandosi comunque quale sentito omaggio al lavoro di Rosi.