Un anziano imprenditore, spinto dal desiderio di essere ricordato dopo la propria morte, decide di finanziare un film. Coinvolge Lola Cuevas, la regista più quotata del suo paese interpretata da Penelope Cruz, che a sua volta vuole nel progetto due attori completamente diversi: Felix (Antonio Banderas), idolo delle ragazzine e richiesto a Hollywood, e Ivan (Oscar Martinez), attore di teatro vecchia scuola di ideologia socialista. Le premesse sono ideali per il conflitto, che esplode immediatamente in modo esilarante, ma soprattutto per una attenta osservazione delle dinamiche di produzione, che lasciano spazio spesso e volentieri agli arrivismi personali, ai giochi di potere e ad irragionevoli prese di posizione. Scena dopo scena, Duprat espone con tono surreale e dissacrante l’assurdità delle relazioni all’interno dello show business, criticando tutti i personaggi per le proprie manie e falsità.

I temi dell'inganno, della finzione e dell'identità erano già presenti nei precedenti lavori di Duprat, Il cittadino illustre (2016) e Mi obra maestra (2018) - entrambi presentati a Venezia - ma qui convergono in una critica divertente e completa al mondo del cinema in tutte le sue forme, dalle sue derive autoriali ed elitarie a quelle che abbracciano i social e la cultura di massa, rappresentandolo come un mondo ridicolo, chiuso tra le quattro mura dello studio di prova dove i personaggi principalmente litigano nella convinzione di star facendo la cosa migliore per se stessi e per il glorioso film.

In questo senso emerge come tema portante del film proprio la distanza tra finzione e realtà, enunciato esplicitamente dal fatto che i personaggi siano attori e che ci si muova in uno spazio scenico, ma che imbeve tutti i livelli della costruzione del film. Il nostro sguardo è costantemente portato a ricredersi rispetto alle immagini che stiamo vedendo, come emblematicamente rappresentato dalla enorme roccia di cartone che sembra incombere sui personaggi pur essendo di fatto innocua.

Ci sono continue performance nelle performance (persino dei balletti di Tik Tok), schermi che ingrandiscono, dispositivi rivelati, sguardi in camera, e sono i personaggi stessi a dire che “ci sono anche troppi attori nel mondo”, a denunciare un clima di falsità diffusa che però continuano ad alimentare in virtù dell’Arte. Questo film lavora con questi continui giochi di vero e falso, rappresentazione e spontaneità, usando la dimensione performativa, dispiegandola, criticandola, distruggendola e ricostruendola. 

Duprat ha animato la mostra con le sue commedie dal 2016 con Il cittadino illustre, che vinse a Venezia la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile di Oscar Martinez. Diventato ospite affezionato del festival, ha contribuito ad alleggerire il clima della competizione con un film intelligente e che potrebbe arrivare a conquistare un premio. Questo perché, innanzitutto, è un film sul cinema spogliato di sentimenti nostalgici e magnificanti, e poi perché trattando di finzione apre le porte alla riflessione sulla verità, sui sentimenti, sulle umane pulsioni che ci spingono alla rabbia e all’invidia, che sono i motori che ci portano ad agire in maniera spontanea, ma spesso sconveniente. E riesce a fare tutto questo lasciando il sorriso sul volto del pubblico, cosa tutt’altro che banale.

Questo film non ci lascia, ci invita a continuare a viverci dentro e non smettere di interrogarci sul vero e falso.