“Io e la Disney non ci siamo mai capiti. Per un intero anno sono stato preda della peggiore depressione della mia vita”; così Tim Burton inizia il capitolo dedicato alla Disney nel libro Burton racconta Burton. Il progetto di Dumbo non ha comunque stupito i suoi fan più fedeli, chi meglio di lui poteva realizzare - dopo il suo Alice in Wonderland - il remake del classico tra i più allucinogeni della Disney? Burton, come noto, è  anche l’autore di Edward mani di forbice e di Pee-Wee’s Big Adventures ed ora ha fatto entrare nella sua famiglia - di personaggi che sanno vivere nella società, ma restano comunque emarginati - il piccolo elefante dagli occhioni celesti e le orecchie enormi. Torna così, più implicitamente violento che mai, il tema tanto caro a Tim Burton, quello dell’essere percepiti dagli altri come “strani”.

E grazie a Dumbo può comunicarlo sia ai più piccini proponendo un film che sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che lo contraddistingue, sia ad un pubblico adulto che può individuare sfumature potenti di storia circense e umana. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare.

Avrebbe potuto quindi esasperare Dumbo con un ritratto orrorifico di quei volti di gesso, dall’espressione indecifrabile, ma non l’ha fatto, anzi. Ha infatti ribaltato ogni aspettativa puntando tutto sul sogno: quelli di Dumbo e dei circensi. Tim Burton dell’originale cartone animato non ha potuto non usare la scena in cui Dumbo si fa “cullare” e carezzare dalla mamma in catene, così come è riuscito a tramutare l’episodio in cui l’elefantino si ubriaca in un incanto di spettacolo di bolle di sapone per quei dolci occhi celesti e per i nostri. Burton come ha già fatto in Big Fish - Le storie di una vita incredibile e in La fabbrica di cioccolato, dopo aver fatto cadere ai suoi piedi le platee con fastosi preamboli, ne premia l’avido sguardo da voyeur insaziabile mostrandogli tutto quello che ha sognato nella sua più limpida magnificenza.

Ogni singolo personaggio del film è costituito da più strati che ne fanno esibire in toto le particolari personalità, e tutti i compagni di avventure di Dumbo incarnano la tematica già descritta in precedenza. Così gli esseri privi di sogni e dalle ambizioni immaginifiche sterili non possono evidentemente coesistere nella realtà incantata creata da Burton: in cui la vita è come un set cinematografico fatto di tante persone, che insieme lavorano alla messa in scena di una visione onirica, un desiderio.