Ve lo ricordate Alienween di Federico Sfascia? Un anno fa fu presentato in anteprima nazionale proprio durante il Future Film Festival e noi di Cinefilia Ritrovata eravamo presenti a difendere questo piccolo gioiello di fantascienza low-budget, tirando in ballo il felice momento che il cinema di genere italiano stava attraversando grazie ai colpi ben assestati da Il racconto dei racconti, Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento. Ora, un anno dopo, ci ritroviamo a parlare nuovamente di Sfascia sulle pagine di questa rivista proprio in occasione del Future Film Festival, proprio in un momento in cui si mormora di un sequel per Lo chiamavano Jeeg Robot (se non addirittura di farne un franchise) e in cui Smetto quando voglio è diventato una trilogia il cui secondo capitolo uscito tre mesi fa (Smetto quando voglio – Masterclass) suggerisce una virata verso l’action comedy. Chiamatele, se volete, coincidenze. Io dico che qualcosa “del genere” si sta muovendo in questo Paese.

Al punto che quest’anno al festival c’è stato un focus intitolato Apocalissi a basso costo: Il nuovo cinema fantastico italiano. Quale rubrica migliore per ospitare Sfascia? Questa volta il nostro ha presentato il suo primo lungometraggio, I Rec U, uscito il 24 settembre 2015 sul canale YouTube de I Licaoni all’interno di NCYT: Nuovo Cinema YouTube, progetto annunciato qualche giorno prima dalla società di videoproduzioni livornese. Gli stessi Licaoni erano presenti alla proiezione festivaliera con altri due lavori: Last blood di Guglielmo Favilla e Alessandro Izzo, anch’esso disponibile sul canale, e Olivia di Alessandro Izzo.

Ibrido emozionante e sensazionale, I Rec U. Il breve cameo di Terry Gilliam all’inizio fa da monito per il mondo visionario e onirico che esplode nella seconda parte, con creature e scenografie che sembrano uscite proprio dai suoi Brazil, I banditi del tempo e La leggenda del re pescatore. Ma è pure sentita la fascinazione per l’animazione giapponese, con quella recitazione sopra le righe e quel montaggio serrato da episodio di Ranma ½. Ed è forse ancor più evidente l’amore per la lacerazione della carne in seguito ad un incontro/scontro tra meccanico, organico e fantastico che farà la gioia dei fan del David Cronenberg di Scanners, Videodrome e La mosca.

Insomma, quello di Sfascia è un postmoderno isterico che non conosce barriere. Come tutte le opere prime sono evidenti alcune zoppie in seguito corrette, come l’impaurirsi dinnanzi alla complessità intimista e quindi cedere il passo talvolta alla didascalia (difetto che in Alienween è invece assente grazie ad una scrittura più asciutta). Vi è poi quello che per alcuni può essere un ostacolo enorme: il doppiaggio. Ebbene sì. L’audio non è in presa diretta per cui gli attori sono stati doppiati. E, probabilmente tutti, non da loro stessi. Scelta comprensibile nel caso si fosse trattato di difficoltà tecniche e in realtà anche in quello di coerenza artistica: I Rec U è fortemente debitore dell’estetica anni Ottanta, per cui per l’orecchio italiano è ancor più facile immergervisi grazie a voci da anime giapponese pomeridiano. Ma siamo nel 2017 e là fuori è pieno di talebani della lingua originale più sottotitolo che certe cose non te le perdonano.

Ma sono davvero gli unici nei in un trionfo di fantasia a basso costo che va difeso a spada tratta. Un’avventura che certamente guarda all’effettistica caustica dei b-movie, passando per il pop nipponico e sparando il tutto ad un ritmo incalzante, ma trova pure il tempo di mettere al centro un romanticismo inusuale. I Rec U evidenzia le ombre di quella stessa cinefilia di cui avidamente si nutre, il suo protagonista è un drogato di celluloide che non riesce a mettere a fuoco l’universo femminile perché ogni volta i suoi occhi sono distratti dall’ideale romanzato della love story su pellicola, dall’illusione dell’artificio filmico, infatti c’è un videoregistratore sui suoi occhiali. I Rec U difende l’amore per la settima arte finché questo non si rivela una minaccia all’esistere nella realtà, finché non diventa un veleno per annullarsi in film mentali dentro il buio di una sala personalizzata, perché come dice la sua Penelope: «Se una cosa puoi sognarla è perché stai dormendo. È ora di svegliarsi».

Amore come salvezza e morte al tempo stesso, la differenza tra amore e egoismo, l’ossessione di essere amati. È questo, forse, l’elemento più interessante di Sfascia: nonostante la truculenza, c’è un cuore che batte davvero forte, quasi da melò. Come quello di Rocky Balboa, del quale il protagonista riprende palesemente i tratti e ne sfoggia la maglietta. Un cuore che, in ogni film, ci ricorda l’importanza di restare umani. E lo fa tra sangue, violenza, mostri e musica rock.

Brando Sorbini