Anne, brillante studentessa, scopre di aspettare un figlio, ma nella Francia del 1963 l’aborto è illegale: la ragazza deve dunque scegliere se rinunciare al futuro che si era immaginata oppure rischiare la vita (o la prigione).

È respingente, a un primo impatto, questa seconda opera di Audrey Diwan: un cinema che si sofferma così potentemente, così drammaticamente sul corpo per farne strumento di un messaggio politico non è poi così frequente fuori dai confini di un certo horror o di quel filone di cinema propriamente politico che attraverso la visualizzazione della tortura vuole far riflettere sulle storture dei sistemi del nostro presente (si vedano, per restare in tema Venezia 78, lo splendido Leave No Traces di Jan P. Matuszyński, Il capitano Volkonogov è scappato di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov e ancora Reflection di Valentyn Vasyanovych, senza dimenticare film come Sulla mia pelle del nostro Alessio Cremonini).

Nella storia di una ragazza costretta ad abortire clandestinamente dalla situazione sociale, dalle norme politiche, dal retaggio culturale di un ambiente, la regista francese di origini libanesi vuole far emergere l’anelito verso la libertà che una tale costrizione demanda. Ecco perché la correlazione tra una ricerca visiva e narrativa che restituisce appieno la fisicità del dolore e l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sulla tragedia degli aborti clandestini può suscitare più di una perplessità. Ma la crudezza di questo cinema, l’attenzione (parrebbe talvolta insistenza perversa) alla concretezza del corpo, alla materialità dell’essere umani non è mai gratuita: è scioccante, traumatizzante, perforante come i ferri di cui si serve la protagonista in uno dei suoi tentativi di liberarsi del feto, ma sempre da considerarsi all’interno di una regia notevole, che ha chiara consapevolezza del proprio ruolo e del messaggio che vuole trasmettere.

Nell’adattamento dell’omonimo romanzo autobiografico di Annie Ernaux, Diwan si ostina nel mostrarci l’agonia psicologica e fisica della sua protagonista, esattamente come Anne (una meravigliosa Anamaria Vartolomei) si ostina nel perseguire il suo obiettivo. Lo sguardo registico si sposa con la determinazione del personaggio in una simbiosi che si rinnova ad ogni sequenza, distinguendosi da altri film sullo stesso argomento (come Tre vite allo specchio di Nancy Savoca e Cher) che si limitavano ad osservare e raccontare, pur cercando l’empatia, le traversie delle donne protagoniste.

Le inquadrature strette, sul corpo, sui corpi, all’inizio del film, mentre le ragazze fantasticano di seduzione e sesso; la piana rilassatezza delle riprese del pranzo in famiglia; la quieta dolcezza di quell’abbraccio alla madre; le riprese nervose, in movimento, alla ricerca di una “giusta distanza” dalla protagonista durante i tentativi di aborto; le soggettive appannate, cariche di inquietudine e di speranza, del ricovero in ospedale: Diwan segue ed esprime gli stati d’animo della sua eroina, quasi a darle metaforicamente un sostegno morale.

Perché Anne di questo sostegno ha un grande bisogno: il ragazzo che l’ha messa incinta non è presente nel quadro quotidiano della sua vita ed è assai poco disposto a mettere in discussione la propria esistenza; in famiglia la questione è off-limits poiché le grandi speranze di tutti gravano sulle sue spalle; le amiche le voltano le spalle perché antepongono la paura di essere arrestate come complici e il rispetto della legge al desiderio di auto-determinazione di Anne, che si trova, così, fondamentalmente sola.

La scansione della narrazione attraverso la temporalità dell’avanzare della gravidanza verso il termine di dodici settimane (da qui il titolo italiano della prossima distribuzione della pellicola), oltre il quale l’aborto non è più possibile, oggettiva maggiormente l’ansia di quella pancia che cresce, la paura che si noti, il terrore di essere additata, derisa, condannata a una maternità indesiderata. Ma se il futuro è a rischio in ogni caso, meglio rischiare il tutto per tutto: L’événement si fa elogio della determinazione e del coraggio della donna che vuole riappropriarsi del proprio corpo e della libertà di decidere di sé.