Trovare “il posto”. Quello di lavoro, s'intende, ma anche la propria ubicazione nell'universo sociale. Premio della Critica a Venezia nel 1961, e trampolino di lancio per Ermanno Olmi, al suo secondo lungometraggio, Il posto è un racconto esemplare dell'Italia nel pieno del boom economico: Domenico Cantoni (Sandro Panseri), giovane timido e spaesato, riluttante a credere che il periodo della scuola sia finito, parte da Meda alla volta di Milano per partecipare alle selezioni di assunzione in una grande azienda, spinto dai genitori che già lo vedono sistemato per tutta la vita. Lo shock culturale per lui sarà enorme.

Svuotamento delle campagne, intensa urbanizzazione delle città, sviluppo repentino di Milano come grande polo produttivo: se Rocco e i suoi fratelli, dell'anno precedente, ci narra quel periodo dalla parte degli esclusi, Il posto riflette sul destino quasi altrettanto straniante degli inclusi. Racconta di un passaggio storico ormai sedimentato e di uno stupore nel quale stentiamo a riconoscerci, quello della fascinazione sgomenta per un nuovo mondo luccicante e troppo grande, dove l'acquisto di un caffè al bar è ancora qualcosa di emozionante e in grado di far sentire persone di una certa importanza. Olmi fa posare lo sguardo di Domenico, abituato a dormire in una piccola brandina in cucina, su magniloquenti edifici di design, lunghi corridoi dalle mille porte chiuse, grandi stanze composte con precisione geometrica: strutture più forti delle persone.

Nel fotografare un preciso momento nel tempo, Il posto è ancora in grado di raccontare molto del presente: l'identificazione dell'individuo col proprio lavoro e la concomitante spersonalizzazione in esso, ma anche l'inevitabilità e il paradosso delle gerarchie sociali. Con ex lavoratori in pensione che continuano a recarsi in ufficio tutti i giorni, colleghi di stanza che covano rancori fra loro in merito all'attribuzione di scrivanie tutte uguali, e possibile amori che non sbocciano forse perché non ricambiati, forse perché gli stessi ingranaggi che generano incontri, poi separano in maniera discrezionale e inappellabile.

Il posto offre un inusuale e personalissimo tono narrativo che Olmi, documentarista nell'animo e fattorino in una grande azienda giusto una manciata d'anni prima di girare questo film, padroneggia con impeccabile lucidità di visione.