Il box office americano sta tributando a Wonder un successo abbastanza sorprendente in termini economici, ma in realtà non del tutto imprevedibile. Da sempre il pubblico si lascia cullare da queste storie calorose che hanno l’obiettivo di farci sentire meglio. Si chiamano “feel-good-movie”, travalicano i generi e sotto le feste natalizie riescono a catalizzare l’attenzione di spettatori bisognosi di buoni sentimenti ed eroismi quotidiani. La cosa meno scontata è la sua aderenza al contesto. Non tanto per la divertente questione dei cortocircuiti cinematografici, con i personaggi di Star Wars, la saga preferita del protagonista, e quel che resta di Coney Island dopo la rievocazione de La ruota delle meraviglie (ovvero Wonder Wheel: piace ricordare che nel breve flashback su quella spiaggia appare la divina Sônia Braga, nonna saggia ed elegante). Quanto perché la piccola epopea di Auggie, un decenne dalla faccia deformata da un’anomalia cranio-facciale, emerge (“non puoi nasconderti se sei fatto per emergere”, gli dice la sorella, affinché il fratello si tolga il casco da astronauta sotto il quale si cela) durante la presidenza di un signore irrispettoso nel rapportarsi con persone in condizione sfavorevoli.

Quando il preside della scuola (che ha il carisma disincantato di Mandy Patkin), in seguito a numerosi episodi di bullismo ai danni del ragazzino, convoca i genitori dell’alunno spaccone, assistiamo ad una istruttiva rappresentazione del trumpismo: pochi minuti, ma raccontano bene l’inciviltà di personaggi che rivendicano amici ai piani alti e non si vergognano di rimarcare la loro repulsione nei confronti dei meno fortunati. Lo spirito di Wonder si trova negli occhi del bambino pentito, che capisce di dover seguire il consiglio del preside (“non dovete cambiare le cose, dovete cambiare lo sguardo”) per non diventare come i suoi ignobili genitori. Costoro sono esplicitamente i contraltari negativi della mamma e del papà di Auggie, ammirevoli per la capacità di esercitare con fermezza un’imprescindibile forza gentile.

Ode alla gentilezza, Wonder è il suo protagonista. Un bambino che, per il suo volto, non può conoscere i vantaggi di fare tappezzeria, come recitava il titolo originale della precedente regia di Stephen Chobsky. Come in quel film (da noi si chiamava Noi siamo infinito), il racconto di formazione si misura con il trauma del non essere considerati, in una particolare sintesi di distacco, adesione, umorismo e sofferenza. Apparentemente, la problematica di Auggie fa pensare a Dietro la maschera di Peter Bogdanovich, ma con quella dolorosa parabola le parentele sono solo in superficie. A dispetto della struttura che scandisce la narrazione secondo quattro punti di vista (Auggie, la sorella Via, l’amichetto Jack Will, l’amica Miranda), tutto è in funzione del protagonista, un sole attorno a cui gli altri gravitano come pianeti consapevoli della sua meraviglia. Lo stratagemma permette ad Auggie di non cannibalizzare un film evidentemente fondato sulla sua presenza, permettendogli un dialogo con altri personaggi che grazie a lui possono crescere, accettarsi, migliorare.

Chobsky si distingue nell’approccio al mondo infantile, non vergognandosi di raccontare la cattiveria dei bambini né di metterli al centro di un percorso formativo che individua nel classico bosco il luogo catartico di un cambiamento. Il meglio, infatti, lo dà proprio nella direzione dei bambini, dal disarmante Jacob Tremblay (nella prima scena appare chiuso in una stanza, quasi a ricordarci l’esordio nel claustrofobico Room) a Noah Jupe, la cui polifonica sensibilità era la cosa migliore di Suburbicon.