Il western è sempre stato lo specchio degli Stati Uniti, il genere epico per eccellenza, celebrativo della storia nazionale e spesso investito dell’onere di rispecchiarne i valori. Era già da diversi anni, quando usciva nelle sale I compari, che la cultura e il cinema statunitensi venivano revisionati sotto uno sguardo critico e disilluso. Complice anche la guerra in Vietnam, già bersaglio della satira altmaniana, si viene a creare un clima culturale di ripensamento sul ruolo della nazione nel mondo. Il western, di conseguenza, in quegli anni viene posto sul tavolo operatorio e dissezionato, smembrato e ricomposto tanto da esordienti quanto da veterani, talvolta con nostalgia e altre con spregio.

Tra le diverse traiettorie percorse dal genere ha grande risalto la variante sanguinolenta e cinica di derivazione europea, ad esempio in Il mucchio selvaggio e Soldato blu, ma Altman - che nella revisione dei generi ci sguazza - si muove in un’altra direzione. Dando prova di grande consapevolezza e attenzione, intercetta la tendenza del momento, in un periodo in cui si versavano fiumi d’inchiostro per elogiarne la novità, e la sovverte ulteriormente. Il suo non è il (North)West degli eroi né quello dei fuorilegge, ma quello degli speculatori e degli avvocati politicanti, della civiltà che arriva a suon di mazzette e minacce, dove le colt cantano pochissimo. Altman non inventa nulla, si limita a mescolare le carte in gioco come un abile demiurgo, e per tutta la durata del film si vive un effetto straniante, la consapevolezza di trovarsi di fronte a un western che sembra rifiutarsi di seguire le sue stesse regole già a partire dall’ambientazione montana, innevata e uggiosa. Appaiono invece più familiari i saloon e i bordelli, spazi complementari posti a fondamento della nazione, emblemi del vizio e della divisione dei sessi.

Opposti e complementari sono anche i McCabe e Miller del film, la cui sottotrama romantica sembra sempre ad un passo dal compiersi ma viene continuamente strozzata dalla natura prettamente economica del loro rapporto, perché Constance Miller è una prostituta, certo, ma soprattutto perché i due sono soci in affari, è la gestione dell’impresa comune a tenerli insieme. John McCabe è un grande bluff sin dalla sua entrata in scena, uno speculatore che basa la sua reputazione su un passato di gesta che non ha mai compiuto, e che farà ben presto a ritrattare quando minacciato. Gradasso quanto codardo, imprenditore dalle scarse abilità contabili, è con divertito sarcasmo che Altman gli dedica sequenze come quella in cui proclama fieramente a Constance "so quello che faccio", riferendosi alla gestione di un affare, solo per apprendere – dopo appena cinque tagli di montaggio – che è successo l’esatto contrario di quanto aveva preventivato.

Quella di Constance è una presenza discreta, sottovalutata ma dall’enorme peso, che denuncia limpidamente le ipocrisie e le mancanze tanto di McCabe quanto dell’intero apparato sociale. A conti fatti è lei il vero motore del film, il perno di una narrazione ampia e corale, altra cifra stilistica di Altman, da M*A*S*H* a Radio America. In tempi più recenti, la serie Deadwood ha saputo raccogliere l’eredità de I compari nonostante la troppo modesta considerazione che ha ottenuto. Ironicamente, anche l’opera di Altman incontrò la medesima freddezza ai suoi tempi eppure, mezzo secolo dopo, continua a fare scuola.