Dell’ondata scandinava in corso nell’ultimo decennio -musicale, letteraria e cinematografica-, la fetta islandese è probabilmente la più eccentrica, dominata com’è dall’unicità totale del territorio dell’isola a ridosso del circolo polare artico, non a caso scelta da Ridley Scott nel 2011 come set di Prometheus.

La donna elettrica è uno degli esempi più lampanti di questa garbata invasione vichinga, e anche dei più fortunati, se a pochi mesi dalla sua presentazione a Cannes Hollywood se ne è già appropriata per un imminente remake, diretto da Jodie Foster. Legata da attrice a figure al contempo femminili e maschili (Il silenzio degli innocenti), e lei stessa tale, la Foster deve essersi ritrovata non poco in Halla, 49enne muscolosa e atletica, ma anche desiderosa di maternità, che lotta solitaria con l’energia di un Rambo in maglione di lana di capra contro le multinazionali dell’alluminio che infestano le brulle vallate attorno a Reykjavík. Convinta sabotatrice ambientalista, dopo ogni colpo Halla si rilassa con una sessione domestica di Tai Chi, acquisendo vigore da una tv sintonizzata su programmi dedicati ai disastri del riscaldamento globale, e difesa alle spalle da due icone della non violenza, Gandhi e Mandela, che giganteggiano in ritratti incorniciati sulle pareti di casa. L’improvviso nulla osta ad una datata richiesta di adozione la costringe ad accelerare la sua lotta ecologista, e ad allargarne la prospettiva per includervi un elemento cruciale: la responsabilità verso le nuove generazioni.

Strano oggetto cinematografico dall’identità non definita, buffo e grave, leggero e drammatico, surreale e materico, La donna elettrica di Benedikt Erlingsson accosta toni di stravaganza tenera e glaciale alla Kaurismaki a momenti di forza naturalistica degni di Werner Herzog (Halla che emerge dalle pendici di un ghiacciaio sfilandosi dalla testa la pelle di capra sotto cui si è nascosta per sfuggire all’elicottero della polizia, con la faccia sporca di terra e sangue, o che galleggia sfinita in una pozza di acqua bollente per riscaldarsi). Ma l’anima profondamente europea del film è confermata anche da schegge multiculturali che paiono uscite dalle pellicole a cavallo fra Germania e Turchia di Fatih Akin, con quei siparietti di musica popolare che uniscono idealmente Islanda ed Ucraina, paese in cui risiede la bimba che Halla sta per adottare.

Il mondo povero bussa alla porta di quello ricco - all’interno di una piccola Europa in pieno fermento sovranista - ancora per poco incontaminato, civile ed avanzato, rappresentato da un’isola che è terra di frontiera fisica e culturale, riparo remoto da miseria e disastri ambientali che incombono non più solo da Asia ed Africa, ma da molto più vicino. Persino il turismo sostenibile di un cicloamatore rischia di non venire più tutelato in un paese talmente evoluto da consentire a 50enni single di adottare, se questi ha la pelle scura. Il ragazzo sudamericano che viene sistematicamente scambiato per il delinquente sabotatore è sì protagonista di equivoci dai toni picareschi, ma anche spia di un’altra contaminazione imminente, persino a latitudini progredite: quella del razzismo.