C'è una poesia di Carmen Yáñez, grande poetessa cilena sfuggita al regime di Pinochet, intitolata Latitud de sueños nella quale si parla di “un esilio che incessantemente ci avvolge”. Questa idea di uno sradicamento dolorosissimo e violento dalla propria terra, che continua ad avvolgere (ma envolver lo si può tradurre anche come coinvolgere) continuamente ogni cileno è una immagine che non può non venire in mente pensando al lavoro di Patricio Guzmán.

Con questo terzo capitolo del 2019 (presentato al Biografilm 2019), La Cordillera de los sueños (mentre scriviamo non sappiamo ancora quale titolo il documentario verrà distribuito in Italia), si chiude una trilogia di documentari dedicati al Cile, iniziata nel 2010 con Nostalgia della luce e proseguita nel 2015 con La memoria dell'acqua. La peculiarità dell'impianto teorico, prima che metodologico e stilistico di questi tre documentari, è aver scelto di occuparsi contemporaneamente, in un continuo campo e controcampo, di elementi naturali e di eventi storici, di microcosmo e di macrocosmo, di uomo e di ambiente, in un alternarsi di sguardi che cercano una visione totale, nel tentativo di avvolgere e di tenere dentro ogni cosa, ai quali si alternano sguardi attenti al particolare, alla particella, al piccolissimo. 

Così in Nostalgia della luce attraverso il deserto di Atacama, dove risiede uno dei più importanti osservatori astronomici del sud-america, mentre osserviamo l'esplosione di una stella, ci viene raccontata la tragedia dei desaparecidos, che in quel deserto venivano sepolti dalla dittatura di Pinochet; in Memoria dell'acqua ci avviciniamo alle origini della storia cilena, alle antiche tribù  nomadi di pescatori sterminate per volontà di conquista, lingue indigene non più tramandate e  un rapporto speciale con l’acqua mai più esplorato dalla civiltà cilena moderna e attraverso l’impossibilità di rappresentare tutta la costa cilena (la più lunga costa marittima del mondo, 4270 km) in unica cartina, il cineasta rifletteva sull’assenza di uno sguardo complessivo del Cile su stesso e sulla propria storia.

In questo terzo capitolo a dominare il racconto è la cordigliera delle Ande e la sua imponente e labirintica struttura. Un territorio quasi abbandonato, quello attorno alla cordigliera, che in un certo senso racchiude in sé la storia del Cile e in qualche modo anche la sua memoria. Una barriera che contemporaneamente protegge e isola, difende e allontana. Così, attraverso un procedimento caro alla geometria frattale già usato negli altri due documentari, la cinepresa si avvicina sempre di più alle montagne, alla loro superficie, alle spaccature delle rocce e improvvisamente quasi non sappiamo più se ci troviamo nel regno del piccolissimo o se non stiamo invece osservando dall’alto l’intera cordigliera,  e la sua multiforme e sfaccettata andatura montuosa.  Sovrasta e abbraccia tutto la cordigliera ma quasi nessuno ci fa più caso.

E’ una visione condivisa ma della quale i cileni conoscono meglio la sua rappresentazione pittorica, presente ovunque, dai dipinti in metropolitana fino ai pacchetti di fiammiferi. Una immagine, un ricordo, più che una cosa reale.  “Se le Ande rappresentano l’80% del territorio cileno, e sono sempre state ignorate e trascurate dal governo, questo significa che il Cile non si preoccupa dell’80% del suo paese” ci viene detto dalla voce fuori campo del regista e un paese che non conosce l’80% del suo territorio, ci spiega Vicente Gajardo, scultore che lavora le pietre di quelle montagne, non è un paese affidabile. Da qui, l’indagine naturalistica si fonda con quella storica e politica, collaborando tutte ad una unica macro riflessione sulla memoria e sul destino del Cile. Guzmán ritorna in particolare su quell'indimenticato 11 settembre 1973, sul colpo di stato di Pinochet e su quel regno di tortura e barbarie che è stata la sua dittatura. Intervista, domanda e lascia che i ricordi fluiscano e riallaccino la memoria dei singoli protagonisti alla storia del paese.

In particolare si sofferma a lungo con il documentarista Pablo Salas, che da quasi 40 anni ormai filma ogni evento pubblico, le manifestazioni, le violenti cariche della polizia, i cortei e ogni forma di protesta. Testimoniare per costruire memoria contro ogni rimozione possibile. Qualcosa ci viene mostrato, immagini terribili di manifestazioni pacifiche soffocate nella violenza dei militari, ma la gran parte di quanto Salas ha girato è ancora tutta da scoprire. Un ingente e preziosissimo archivio di materiale filmato che racconta una parte fondamentale della storia recente del Cile, che giace lì, stratificato, inascoltato, nascosto: proprio come il territorio della cordigliera andina.

Il regista manca da quei luoghi da quasi quarant’anni, è esule in Francia da allora, ma non ha mai smesso di occuparsi del suo paese. Tutta la sua attività di cineasta è infatti dedicata al Cile. Qui ritorna anche ai luoghi dell’infanzia, alla sua casa natale, ormai ridotta in rovine. La perlustra dall’esterno e con l'uso di un drone, riesce quasi ad entrarci, calandosi dall’alto. Un procedimento che quasi trasforma  il documentario in un documento personale, in testimonianza diretta, quasi un diario nel quale il regista, protagonista esso stesso del documentario, davanti allo specchio della sua memoria e dei suoi ricordi svolge una continua elaborazione di quel tragico passato, alla ricerca di quell’allegria, che in conclusione si augura, il suo Cile possa riscoprire.