In linea con i cambiamenti socioculturali, l’attuale storytelling cinematografico è sempre più orientato alle narrazioni female-centered: i personaggi femminili cambiano pelle, dettano le regole della discorsività filmica, ne intaccano la sintassi androcentrica. La donna del cinema, in qualità di personaggio trainante, sta probabilmente vivendo la sua golden age. Tuttavia, il rischio soggiacente è la banalizzazione del nuovo mito del femminile potente: una super donna epurata della sua intrinseca complessità, ridotta a feticcio di tendenza.

In questo ambivalente scenario contemporaneo si colloca il sudcoreano Park Chan-wook che, ancora una volta, pone al centro il femmineo, e lo fa con sguardo acuto. A tre anni dalla presentazione al Festival di Cannes, Mademoiselle, l’opera del cineasta della Nouvelle Vague sudcoreana, è finalmente giunta nelle nostre sale. La narrazione restituisce un’immagine femminile complessa, dai contorni sfumati e destrutturati tipici della donna post-moderna, vagabondante, in costante dialogo con la propria identità. Dopo l’asettica, seppur valida, parentesi statunitense di Stoker, Park torna al lirismo conturbante dei racconti coreani e ai temi cardine delle sua filmografia: vendetta, desiderio, potere.

Thriller erotico in tre atti ai tempi dell’occupazione giapponese, Mademoiselle vede due donne muovere i fili del racconto: la dama Hideko e Sook-hee, abile borseggiatrice. L’ambizioso truffatore Fujiwara, spacciatosi Conte, propone a Sook-hee di lavorare come domestica al servizio di Hideko. L’intento è conquistare la sua fiducia e farla innamorare di Fujiwara, così che l’uomo possa sposarla - una volta sottratta la donna alle grinfie dell’abietto zio - e chiuderla in un manicomio per godere, infine, dell’eredità. L’obiettivo si rivelerà difficile da perseguire: le due donne, senza volerlo, si riscoprono soggetti di desiderio, nonché amanti. Ma nessuno è come sembra: Hideko  e Sook-hee divengono vittima e carnefice l’una dell’altra, nonché di Fujiwara.

La potenza narrativa di Park è insita nella trama che lega le sue storie, tasselli di un’unica opera magna; una vera e propria fenomenologia della vendetta che gradualmente cambia i connotati: a partire dalla “trilogia della vendetta", il regista descrive una curva discendente dal maschile al femminile, dai toni hardcore di Mr. Vendetta e Old Boy, dettati dal desiderio di vendetta, alla vendetta orientata al desiderio che, da Lady Vendetta a Mademoiselle, si fa via via più softcore, sino ad assumere i contorni di una fiaba.

Il viaggio dell’Eroina di matrice murdockiana, deriva femminile del viaggio dell’Eroe vogleriano,  già in nuce in Stoker e in Lady Vendetta, giunge a maturazione. Come per l’Eroina di Murdock non vi è uno stato di quiete iniziale, ma solo una ripartenza, anche le eroine di Park Chan-wook sono giovani donne dal passato e presente doloroso, costellato di perdite e privazioni: separate dal femminile materno e in contrasto con un maschile traditore al quale, paradossalmente, anelano. Il loro è un viaggio iniziatico, redentivo, atto a riparare ciò che è stato danneggiato. In Mademoiselle le due amanti giungono allo stadio finale del loro peculiare percorso di formazione: la possibilità di riconnettersi al femminile e guarire la ferita del maschile. Non più meta dell’uomo, da raggiungere, le protagoniste trovano la propria identità grazie alla scoperta e riscoperta della sessualità e del potere che ne deriva.

Sesso e potere permeano l’intera opera. La dialettica tra amore saffico e sudditanza ricorda il recente La favorita di Yorgos Lanthimos; tuttavia, se in Lanthimos il desiderio femminile è assoggettato al potere, in Park il sesso diviene strumento anarchico di sottrazione al potere stesso.  Apparentemente depotenziato della carica sovversiva della “trilogia”, Mademoiselle fa dell’ironia e dell’erotismo potenti armi puntate contro l’onanismo della cultura patriarcale che si fa portavoce e custode di un millantato accesso alla Conoscenza. Un racconto sensuale che, come una scatola cinese, svela la natura dei personaggi mano a mano, in una successione ben cadenzata di plot twist che il regista sa, come sempre, equilibrare senza mai perdere di credibilità e potenza simbolica.