Seppur sia da tempo ormai che in casa Pixar vi sia l’intenzione di fare i conti con la morte, Soul è un film che parla di (ri)nascita. Perciò, se è vero che lo snodo narrativo del racconto prende il via con la dipartita del suo protagonista, è anche vero che l’aldilà non viene mai rappresentato se non in lontananza (quasi a dire che non sia ancora giunta l’ora per Pixar di chiudere i battenti). Buona parte della vicenda si svolge infatti nell’Ante Mondo, ovvero una sorta di campus formativo per le anime che di lì a poco dovranno scendere sul pianeta Terra e prendere possesso di un corpo umano. Qui, l’incontro tra Joe, un musicista jazz che non vuole morire, e 22, una psiche testarda che invece si rifiuta di voler nascere, delinea una tensione narrativa perfetta per dare vita, ça va sans dire,  a una classica spirale di eventi destinata a cambiare per sempre le prospettive di entrambi.

Soul è quindi un film che riflette sull’inizio di un’esistenza, non sulla fine di essa. Questo il motivo per cui, più che inserirsi in una sorta di trilogia ideale con Up e Coco, l’ultimo lavoro di Pete Docter (qui coadiuvato in cabina di regia da Kemp Powers) sembra voler ripercorrere tematiche e ossessioni che hanno caratterizzato questo primo quarto di secolo di Pixar per poi discostarsene e provare a cambiare passo.

Probabilmente si tratta di uno dei progetti più teorici realizzati dalla casa di Emeryville. Non solo per la sua adesione ai canoni della società contemporanea (un protagonista afroamericano con voce da donna), né tanto per la complessità narrativa che anzi, a differenza di altri lungometraggi, è sicuramente meno ispirata e appagante. Quanto invece per la capacità di sintesi che con pochi cenni, sguardi, fotogrammi riesce ad abbracciare venticinque anni di lavoro guidato esclusivamente dalla passione (che nel racconto viene chiamata scintilla): per il cinema, per le storie, per le emozioni. C’è tutta la Pixar in Soul, i suoi temi, i suoi tratti (sfido chiunque a non rivedere le forme e i colori di Tristezza in 22).

Il film è il bigino (con pregi e difetti che ne conseguono) di un’industria che ha fatto scuola, che è cresciuta e che proprio con questa componente si trova ora a dover fare i conti. Spesso, se non sempre, i progetti Pixar hanno parlato di cambiamento, di evoluzione, di un prima e un dopo, di un ponte in grado di collegare due mondi lontani, che siano il mondo dei vivi e quello dei morti (Coco), la Terra e lo spazio sterminato (Wall-E), quello umano e quello dei mostri (Monsters & Co.) o quello dell’infanzia e quello dell’adolescenza (Inside Out).  Dopo venticinque anni è tempo di passare dalla gioventù all’età adulta, varcare l’ennesimo ponte per chiudere una parentesi importante e significativa del proprio percorso e avere il coraggio di (ri)nascere o, più semplicemente, crescere (un caso che la destinazione terrena di 22 sembra essere l’Asia e che per il 2022, guarda un po’, la Pixar uscirà con un film diretto da una regista di origini cinesi?).

Eppure, per godere appieno di questo lavoro si potrebbe, anzi, si dovrebbe spogliare lo sguardo da qualsivoglia componente critica. Si dovrebbe ridere, piangere, emozionarsi e seguire Joe e 22 in una New York magnifica e decadente, inebriarsi delle note musicali suonate in un locale jazz e di quelle cromatiche orchestrate dai registi. Bisognerebbe lasciarsi pervadere dalle immagini e dare poca retta alle morali filosofiche ed esistenziali. Insomma, liberarsi di tutta la teoria per andare al cuore, pardon, all’anima del film. Solo allora scopriremo che il ponte più lungo, difficile e impervio da valicare non è il tapis roulant che conduce nell’aldilà, non è “l’imbuto” a precipizio sulla Terra ma la soglia della nostra porta di casa.