Bene, iniziamo così. Un uomo, a inizio millennio, giunge di colpo agli occhi della critica cinematografica internazionale. Di lui non sappiamo praticamente nulla. Sappiamo solo che è un regista. Mettiamola così: non è una grossa celebrità né una personalità storica del cinema mondiale. Non è nulla che possa suscitare particolare emozione o interesse. Eppure, ciò che sta per realizzare gli permetterà di firmare una pagina del cinema contemporaneo.

Si presenterebbe così, al suo pubblico, Mariano Llinás: personalità tanto marginale quanto importante del cinema di oggi. Nato a Buenos Aires nel 1978, regista, produttore, sceneggiatore, attore e professore all’“Universidad del Cine”, Llinás si fa conoscere (soprattutto in patria) nel 2002 con il documentario Balnearios (disponibile per il noleggio su MUBI), per poi esordire alla finzione, con grande riconoscimento della critica internazionale, nel 2008 con Historias extraordinarias (sempre disponibile su MUBI): film dalla durata notevole (4 ore e poco più) dove il regista inizia a lavorare e ad elaborare il suo personalissimo tono autoriale. Dopo dieci anni di silenzio e un solo corto, nel 2018 presenta, a Locarno, La flor, inedito in Italia): secondo lungometraggio di finzione, dove la sua poetica e il suo cinema vengono pienamente a galla in un’opera che è un vero capolavoro del decennio. Llinás ribadisce il suo manifesto: quello dei film-fiume (qui, più di 13 ore) labirintici, radicali, a capitoli, dal forte potenziale narrativo e sperimentale.

Il suo cinema nasce dal racconto o, addirittura, proprio dalle sue ceneri. La narrativa è la chiave di volta attraverso cui Llinás è riuscito a farsi autore e l’utilizzo sperimentale che ne fa, a metà tra il meticoloso e l’approssimativo, restituisce un risultato tanto debitore al post-moderno quanto rivolto a nuovi approcci. La sceneggiatura parte dai personaggi (X, Z, H in Historias extraordinarias e quelli interpretati dalle quattro attrici in La flor) per poi proseguire con eventi, incidenti, misteri, viaggi, flashback e così via. Le storie, poi, si diramano in un mare infinito di nomi e luoghi, tra personaggi secondari che diventano protagonisti e intrecci che ne sovrastano altri. Il racconto del regista sembra un lavoro in divenire (come lo è la sua visione), in continua costruzione da capitolo a capitolo, quasi come se non si sapesse o non si volesse sapere dove finirà. Lo dice lui stesso all’inizio di La flor: “Le storie non finiranno, si fermeranno a metà, senza un finale”.

Mariano Llinás è, infatti, un cantastorie didascalico. La sua voce, sempre in voice over, narra, elenca, anticipa, svela nei minimi dettagli e lascia poco spazio ai dialoghi dei personaggi. Lui stesso si pone di fronte alla macchina da presa e, soprattutto nel suo ultimo film, si ritrova a introdurre tutto il progetto e a spiegare quello che accadrà nei minimi dettagli (in questi anni lo ha fatto anche Balagov nel suo Tesnota e, forse, non è un caso se tanti cineasti oggi sentono il bisogno di contestualizzare a parole il proprio lavoro e di introdurre uno spettatore, come quello contemporaneo, spesso distratto e in “sovraccarico” di immagini).

Allora, in un’epoca dove il cinema sperimentale è spesso affiliato a quello documentaristico e del reale, dove il cinema autoriale è spesso caratterizzato per la sua anti-narratività, Mariano Llinás cambia rotta con un cinema di enormi strutture narrative radicali, diviso in capitoli ma pur sempre anti-seriale (non esiste quasi mai una continuità) e anti-televisivo (il suo lavoro, dice lui, è pensato per l’esperienza in sala anche se proibitiva). Una scrittura che, attraverso l’uso sperimentale della sua grammatica, dal cliffhanger al MacGuffin), si fa vera palestra di linguaggio audiovisivo, di stili di regia, di recitazioni… espressione del proprio amore per le storie, per i generi, per le attrici… amore per il cinema.