La tediata Laura Brown\Julianne Moore di Stephen Daldry si sdoppia per Clooney nel congelato piccolo mondo di Suburbicon, Dogville dalle tonalità mélo nel cui orizzonte si consuma la tragicommedia esistenziale di una borghesia americana da sempre vittima e carnefice dei propri deliri. Al di là delle trame individuali, al di là degli angusti confini domestici e delle espressioni e dei volti da canovaccio imperversa la discriminazione razziale, dramma corale limitato ad esistere solo in quanto rumore di sottofondo: Clooney evoca il tema e nel contempo lo surclassa, sulla falsariga dei personaggi e della realtà rappresentata, mostrandone progressivamente il meccanismo diabolico e oltremodo perverso.

Ed ecco emergere i Coen (autori della sceneggiatura, rimasta nel cassetto per un po'), non tanto negli esiti quanto nel modo in cui vi si giunge, disvelandone i retroscena e avendo come discrimine unico l’imponderabilità delle coincidenze e la casualità, con uno sguardo, per certi versi, ad altezza di bamnino. Non a caso, è insieme a lui che lo spettatore conosce la verità, l’unico che riesce a mantenersi integro in uno scenario di assoluta dissoluzione e sovversione dei ruoli, tanto più se si pensa all’indistinzione in cui è volutamente calato il padre (Matt Damon): figura monolitica, l’anti-eroe dello slogan dell’ “Everything will be fine”, omicida e, paradossalmente, suicida.

La crudezza di questa rappresentazione viene d’un tratto sospesa e posta gradualmente posta fuori fuoco dall’egemonia di un sonoro gratuitamente accattivante, laddove momenti di minore enfasi formale avrebbero, tuttavia, opacizzato lo sfondo ilare che Clooney voleva costruire attorno a questa vicenda. Contestualizzata nella contemporaneità, la sua riflessione ha una ragion d’essere se non altro per il contesto sociopolitico in cui si insinua e la facile presa che una così edificante ma intuibile conclusione avrebbe sul pubblico: l’ingenuità infantile contrapposta all’irreversibile corruzione dell’adulto, la genuinità di uno sguardo che non teme l’esposizione davanti alla pseudo illibatezza borghese.

Alla sua sesta regia, Clooney si dimostra particolarmente attento a cogliere la banalità di un male che non risponde a principi o regole chissà quanto sopraelevati andando, d’altra parte, a stigmatizzare determinati paradigmi etico-comportamentali riflessi in un’obbedienza pressoché acritica al potere – in tal caso, quello della società dei consumi – preoccupandosi del razzismo, ad esempio, solo quando viene a toccare la propria ovattata comfort zone.