The Lighthouse di Robert Eggers racconta la strana avventura di due uomini, un ex marinaio e il suo giovane aiutante, ritrovatisi su un’isola sperduta e in completo isolamento per provvedere alla manutenzione di un vecchio faro. La convivenza forzata sembra condurli sull’orlo della follia, confondendo ben presto realtà e immaginazione. Il cineasta statunitense Robert Eggers, dopo l’acclamato esordio con The Witch, cambia rotta, immergendo il New England colonico nei fragori dell’abisso e dalle ritualità stregonesche, approda ad un simbolismo terracqueo. Non si tratta più di filmare una leggenda popolare (come recita il sottotitolo di The Witch), ma di dare vita a un incubo sperimentale che si nutre di paradossi, pur battendo sempre lo stesso territorio magico di incanti e folclore locale.

Eggers usa, infatti, un linguaggio allusivo ma al contempo mostrativo, spingendo lo sguardo dello spettatore a perdersi nelle trame di allucinazioni lovecraftiane, nella riesumazione di un immaginario tentacolare che si espande senza sosta nonostante il costrittivo formato in 4:3; tale impostazione linguistica fa sì che si possa andare oltre il suggestivo quadretto in bianco e nero ed esplorare un ignoto arcano e proteiforme. Il regista guida lo spettatore tra un “liquido” sentire (le lacrime, l’acqua, i liquami tossici della cisterna, gli scaldabudella dei marinai) e un vedere “nebuloso” (l’oscurità, le presenze ammalianti oltre il buio, le misteriose creature marine), conferendo al film un’aura maledetta da dramma claustrale che trascolora nelle tinte cupe dell’horror perturbante. Il linguaggio è quello della poesia impressionista, che potenzia la visione oltre la cortina fumogena dell’illusione, la sintassi senza logica è tipica invece del cattivo sogno, una visio dal valore profetico.

The Lighthouse, pur luccicando di un compiaciuto e a tratti autoreferenziale manierismo d’autore, sonda in profondità il delirio dei personaggi e il loro tormento – Willem Dafoe e Robert Pattinson in stato di grazia – calandoli in un ignoto carico d’angoscia che la luce abbagliante del faro moltiplica e deforma, producendo bagliori d’incubo a getto continuo. Nel film si può scorgere la distanza che si frappone tra l’espressionismo della fotografia – unitamente all’estetica d’antan e alla scelta di utilizzare vecchie lenti focali – e l’impressionismo poetico delle immagini che cristallizzano l’ambito sensoriale, collegando la rete simbolica delle immagini ad uno sciame sonoro (lo sciabordio delle onde e il fragore dei flutti, il monotono frastuono delle cisterne e i rumori scatologici), ad echi lontani e legami indecifrabili.

Si può certamente parlare di una costruzione stilistica meditata che fa risplendere l’archeologia cinefila e l’estro del regista, ma sarebbe del tutto fuori luogo ridimensionare il giudizio sul film contrapponendo alla bella forma una narrazione stentata e superficiale, perché il linguaggio del sogno e di certa poesia non prevede che ci siano approfondimenti, rivelazioni improvvise o piste logiche da scoprire come in una comune detection. Siamo in un territorio battuto dalla superstizione e da un folclore che si sposa con la magia e l’incanto demonico e, come in The Witch, l’enumerazione escatologica è una figura retorica che Eggers colma di significati precisi, stando in perfetto equilibrio fra la realtà e il simbolo, fra la geometria della messa in scena e le rifrangenze ineffabili dell’occulto.