Monte Hellman e l’illusione del mito americano in “Cockfighter”

Per ricordare Monte Hellman, scomparso il 20 aprile 2021, ricordiamo il suo Cockfighter. L’autore di Greenpoint debutta con Roger Corman nel 1959. Guardando i suoi lavori (Le colline blu, Ride in the Whirlwind, 1966; La sparatoria, The Shooting, 1966; Strada a doppia corsia, Two-Lane Blacktop, 1971 o Iguana, 1988) è riscontrabile il metodo produttivo del maestro – film a basso costo, ma ricchi di un acuto sottotesto – rielaborato secondo la propria sensibilità e idea di cinema. Ne risulta così uno stile caratterizzato da un’astrazione tendente all’onirismo, con tempi dilatati, staticità della macchina da presa, personaggi enigmatici e un forte simbolismo che carica di significati “altri” le immagini sullo schermo.

Godot e la Pontiac. Le radici di “Strada a doppia corsia” di Monte Hellman

Nel gregge di registi cresciuti sotto lo sguardo di Roger Corman negli anni Sessanta, Hellman ha maturato uno stile decisamente più ostico che, complici alcuni passi falsi nella scelta dei soggetti, lo ha lentamente trascinato lontano dalle scene. La sua poetica, non di rado accostata a Michelangelo Antonioni, si distingue per l’uso di ellissi, lunghi silenzi e, nelle pellicole più riuscite, un senso di vuoto che avvolge l’intera narrazione, spingendo molta critica a definirlo portavoce di un “esistenzialismo americano”. Chi si affanna a scavare alla ricerca della filosofia di Albert Camus o Jean-Paul Sartre è però fuori strada: alle radici delle opere del cineasta c’è una formazione teatrale, caratterizzata dal nume tutelare di Samuel Beckett.