“Esterno notte” tra speranza e menzogna. Un bilancio critico

Esterno notte è una serie, con buona pace di chi si ostina a concepirlo come un lungometraggio diviso in due parti, come se ciò servisse ad accrescerne valore e prestigio. Nonostante la distribuzione in sala, Bellocchio costruisce questa sua opera senza nasconderne la natura, ma anzi mostrando un profondo rispetto per le regole della struttura seriale. Ecco dunque che la menzogna storica e la speranza narrativa di cui sopra si scoprono elemento fondamentale per catturare l’attenzione di un pubblico che dovrà concedere oltre cinque ore del proprio tempo per seguire la ricostruzione finzionale di un avvenimento universalmente noto.

Le stanze della tragedia storica – “Esterno notte – parte II” e lo spettatore testimone

La conclusione del calvario di Moro è il momento in cui Bellocchio deve fare i conti con il finale di Buongiorno, notte, con la propria responsabilità di regista davanti al trauma storico. Questa volta non c’è utopia: Bellocchio rinnega ogni concessione fantasiosa, e trasforma l’incipit del primo episodio, con Moro accusatore sul letto d’ospedale, in una delle allucinazioni di Cossiga. Poi lascia alla tragedia lo spazio che merita, mettendo in scena la risoluzione della vicenda con una potenza quasi apocalittica.

La calata negli abissi della nazione. “Esterno notte – parte I” scomodo, spiazzante, travolgente

I primi tre episodi di Esterno notte sono il controcampo di Buongiorno, notte, con l’incipit utopico che vede il prigioniero liberato che dialoga con il finale nel suo capolavoro di quasi vent’anni fa. Stavolta Aldo Moro lo conosciamo libero, consapevole della gravità del presente, convinto di dover perseguire un obiettivo collettivo che è anche un capolavoro personale. “Ho parlato per un’ora e dieci minuti senza mai nominare la parola comunismo” dice, con una certa soddisfazione, dopo aver persuaso le varie correnti democristiane a sostenere il governo sostenuto esternamente dei comunisti.