“Lucky Luciano” e l’analisi del Potere mafioso

Non è azzardato definire Lucky Luciano come una biografia schizofrenica del boss mafioso italo-americano, un po’ come Il caso Mattei lo era stato per il grande e illuminato industriale: una pellicola che mette in scena alcuni stralci più significativi della sua vita, muovendosi spesso avanti e indietro nel tempo con vari flashback e bruschi ritorni al tempo presente della storia narrata. È un film sicuramente incentrato primariamente sulla figura di Luciano (un Volonté che giganteggia come sempre, in una mimesi perfetta del personaggio, per esempio nello sguardo e nei vestiti eleganti), eppure è al contempo una pellicola corale, con un cast ricco e azzeccato.

“Salvatore Giuliano” come processo al genere:

Fin dalle informazioni iniziali che dichiarano che i luoghi dove è stato girato il film sono gli stessi dove Giuliano ha passato gli ultimi anni della sua vita, il film rifiuta il genere del biopic per connotarsi come un’indagine di cui la macchina da presa rappresenta il principale strumento di detection. Rosi e gli sceneggiatori Suso Cecchi d’Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas paradossalmente non conferiscono a Giuliano un’identità cinematografica riconoscibile: il volto di Pietro Cammarata, già di per sé sconosciuto agli spettatori, non viene mai inquadrato in modo nitido e la figura del bandito non diventa mai protagonista in prima persona della narrazione.

“Cadaveri eccellenti” dentro la sconfitta degli ideali

Cadaveri eccellenti (1976), tratto dal romanzo breve Il contesto (1971) di Leonardo Sciascia, costituisce un importante capitolo nella riflessione cinematografica sul Potere, una costante nell’opera di Francesco Rosi, ma illumina anche il potere delle convenzioni di genere nel cinema italiano degli anni ’70. Rosi mostra il saldarsi del Potere dello Stato con quello delle sue componenti deviate e antidemocratiche (capaci di affascinare anche il Partito Comunista all’opposizione) sempre al lavoro per delegittimare le istituzioni e trovare un capro espiatorio nelle frange dell’estrema sinistra per le proprie ambizioni golpiste.

“Il momento della verità” tra uomini e bestie

Dell’eredità di Francesco Rosi, audace autore del quale ricorre il centenario della nascita, si è già ampiamente dibattuto in altre sedi. Qui, vorremmo ricordarlo attraverso uno dei suoi film meno conosciuti. Imperfetto, certamente, non esente da una velata tendenza al calligrafismo, a detta di diversi critici dell’epoca, in determinati passaggi, eppure incredibilmente moderno, Il momento della verità, una storia in bilico tra finzione e documentario, interessata in primis all’ascesa, in secondo luogo alla successiva declassazione di un torero da istituzione, stupisce per una capacità di raccontare la realtà con precisione cronachistica.

“Cristo si è fermato a Eboli” e non solo

Si arriva alle verità del Mezzogiorno entrando dalle case dei contadini con un Gian Maria Volonté, ancora una volta idolo camaleontico indiscusso di Rosi, nelle vesti dello scrittore, pittore e medico torinese condannato al confino negli anni 1935-36 per la sua militanza antifascista in Giustizia e Libertà. Le desolate lande di Lucania (Aliano in provincia di Matera), gli incantevoli colori di quelle terre malariche fanno la loro prima apparizione nei salotti degli italiani nel 1980 a poche settimane dal sisma che devastò la zona irpino-lucana della Penisola, in 4 episodi televisivi trasmessi dalla Rai fino al 7 Gennaio 1981.

“Carmen” con parvenza realistica. Francesco Rosi e l’opera di Bizet

Rosi realizza un film-opera molto fedele all’opera di Bizet, fondato su un buon connubio tra musica e immagine e lo ambienta in una Spagna solare, aiutato dalla bella fotografia plastica e dai toni caldi di Pasqualino De Santis. Infatti Rosi ricostruisce e conferisce una parvenza realistica alle diverse scene come quella della manifattura di tabacco dove Carmen e le altre donne lavorano. Lì si può notare l’enorme quantità di bambini, presenti in scena, che le madri affannate, accaldate, ma potenziali seduttrici come le altre, erano costrette a portare con sé.

“Il caso Mattei” di Francesco Rosi tra i gangli del potere

Con Il caso Mattei lo stile di Rosi raggiunge l’apice del verismo, trasformandosi in una sorta di cinéma vérité, magistralmente unito a una narrazione lucida, serrata, accurata e ricca di pathos. La sceneggiatura affianca infatti a tutta la parte con Volonté (che è comunque quella maggioritaria) le indagini successive alla sua morte, e ritaglia anche uno spazio per lo stesso Rosi, che entra in scena come attore nel ruolo di se stesso: nel ruolo cioè di un regista che sta facendo ricerche sulla vita e la morte di Mattei, creando una sorta di piacevole cortocircuito fra cinema e documentario, in una molteplicità di linguaggi cinematografici; c’è ad esempio anche un discorso di Ferruccio Parri, e gli attori professionisti si affiancano a personaggi nei panni di loro stessi.

“Le mani sulla città” a Venezia ’63

Dai preziosi archivi del Fondo Calendoli della Cineteca di Bologna, peschiamo oggi articoli d’epoca relativi alla presentazione di Le mani sulla città (riportato in sala in questi giorni grazie al progetto Cinema Ritrovato al Cinema). Vincitore del Leone d’Oro per il Miglior Film nel 1963, il lavoro di Rosi venne immediatamente riconosciuto nella sua forza e nella sua capacità di fondere tensione morale e robusta espressività stilistica (forse la dimensione più dimenticata del cinema di Rosi). 

“Salvatore Giuliano” e la critica del 1961/62

In occasione della doppia distribuzione di film restaurati di Francesco Rosi (Salvatore Giuliano e Mani sulla città) da parte della Cineteca di Bologna, come di consueto peschiamo dal mini-sito dedicato al film, dove si può attingere a molti altri materiali, per rileggere alcuni grandi nomi della critica e della cultura, tra cui Soldati e Piovene, a proposito del film sul bandito siciliano. Segue.