“Non è nulla di allarmante. È solo Shakespeare”, dice ad un certo punto il professor Siletsky (Stanley Ridges) al “grande” attore polacco Josef Tura (un iconico Jack Benny), che si improvvisa un generale della Gestapo. Il primo è una spia per conto dei nazisti; il secondo, attore in disgrazia che mette al servizio della Resistenza polacca le sue doti attoriali per impedire all’avversario di consegnare i nomi degli oppositori.
“To be or not to be” è la frase incriminante, oltre che il titolo originale di questo capolavoro assoluto della cinematografia mondiale, diretto da Ernst Lubitsch. È proprio quando Tura pronuncia l’iconico incipit di uno dei monologhi più importanti della storia del teatro che il tenente Sobinsky (Robert Stack) si alza puntualmente dal sedile per raggiungere nei camerini la grande attrice Maria Tura (Carol Lombard) per corteggiarla, proprio mentre il marito è troppo impegnato ad esibire il suo soliloquio narcisistico.
Esilarante è la follia ritmica della penna maliziosa di Lubitsch, che orchestra una commedia degli equivoci di sofisticata arguzia, ingegno drammaturgico e profonda riflessione cinematografica e meta-teatrale, senza la quale non esisterebbe il marchingegno postmoderno con cui Quentin Tarantino manipola e ribalta la Storia nel suo capolavoro Bastardi senza gloria (2009), tantomeno la satira fanciullesca di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi.
Rivedendo il capolavoro di Lubitsch è impossibile non pensare alla recita messa in scena dai personaggi tarantiniani guidati dall’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger) – dalla parte degli americani, come Marlene Dietrich – in un pericoloso gioco di ruoli che, come ci aspetta da un film del regista americano, non può che finire in un bagno di sangue. Il teatro (o il cinema) diventa il luogo dove cambiare la storia: spazio liminale, controculturale, di creazione e contestazione. Sono gli attori, e quindi gli artisti, a comporre la resistenza, a combattere il nemico a suon di sonetti, battute, maschere e travestimenti.
A essere celebrata è la forza sovversiva e contestatrice dell’arte e la necessità di renderla uno strumento di opposizione e disallineamento, di messa in crisi dei poteri forti, per ribaltarne gli esiti attraverso lo scherno, lo scherzo, la risata e lo sberleffo. L’attore scoperchia le contraddizioni, la retorica e le bugie di un regime grottesco costruito sulla menzogna del suprematismo raziale, restituendone uno specchio distorto, caricaturale e al limite del ridicolo.
Oggi più che mai, in cui si odono fantasmatici echi di una delle epoche più buie della nostra storia, Vogliamo vivere! (1942) non solo rimane un tassello imprescindibile della storia del cinema – a braccetto con Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin – ma è anche un classico senza tempo, un inno alla vita e all’arte di grande attualità.
Il celebre monologo di Shylock – di shakespeariana memoria – recitato da Greenberg (Felix Bressarg), l’attore ebreo della malconcia compagnia di militanti polacchi, risuona universalmente, con grande dolore, in tutti i popoli oppressi, aggrediti, finanche sterminati, indipendentemente da etnia, credo e provenienza. Un grido d’aiuto, un segnale d’allarme, un atto d’accusa e di resistenza culturale, un invito alla comunità e al rispetto di ogni principio di diritto.