Avere due lunghe ali

d’ombra

e piegarle su questo tuo male;

essere ombra, pace

serale

intorno al tuo spento

sorriso.

 

“Pensiero”, maggio 1934

 

L’eredità di Antonia Pozzi è una scrivania stipata di centinaia e centinaia di poesie scritte durante la sua breve vita. Aveva un talento naturale per la scrittura, le sue poesie nascono da un’urgenza personale, autobiografica, sono brucianti nella loro immediatezza. Antonia ha scritto incessantemente, ha prodotto una mole consistente di materiale di qualità, capace di riportare la poesia «alla verità, alla naturalezza, allo stile che non sembra e non si avverte come tale», come dice di lei Eugenio Montale. Nonostante sia stata acclamata da più voci come una delle più grandi poetesse italiane, non è mai stata cosciente del valore della propria opera. Tutta questa ricchezza espressiva è rimasta segreta fino alla sua morte nel 1938.

In Antonia Ferdinando Cito Filomarino, al suo primo lungometraggio, si cimenta nella ricostruzione degli ultimi dieci anni della fugace e delicata esistenza della poetessa. Si susseguono successi e fallimenti, passioni e disillusioni, nel tentativo di ripercorrere il filo di una vita tanto silenziosa e breve. Siamo negli anni dell’irruenta adolescenza quando Antonia si appassiona di letteratura e vive un amore travagliato con il suo professore del liceo, un amore fatto di segreti e affinità intellettuale. Negli anni universitari si consolida il suo talento poetico, grazie agli sforzi e alla dedizione, ma non mancano le difficoltà, come quando lo storico professor Banfi la giudica ancora una penna acerba.

Personaggio tragico e introverso, ma descritto anche nelle sue sfaccettature più vitali: da giovane Antonia porta con sé l’ansioso desiderio di scrivere, appunta incessantemente le sue poesie su fogli e quaderni; e veniamo direttamente coinvolti nell’intimo processo della creazione artistica, osservando quelle mani che velocemente scrivono, correggono e riscrivono. Immagine di donna allegra, energica, capace di liberare tutta la sua leggerezza al suono di un disco e prendersi in giro definendosi «matta»; ma anche personalità particolarmente volubile, quando in un attimo si incupisce e si chiude nella propria interiorità.

Un film visivo, che lascia libera la macchina da presa di adagiarsi con eleganza e indugiare prima su una statua o un paesaggio, infine sui personaggi, ricostruendo lentamente gli eventi da raccontare. Una continua alternanza tra suono e silenzio, e proprio in quest’ultimo, eccessivo ed esasperato, affiora la personalità della protagonista: una figura silente e invisibile nel panorama letterario italiano dato che per tutta la sua vita nessuno ha mai saputo della potenza dei suoi scritti. Amante della solitudine, Antonia spesso si rifugiava sui monti, luogo di meditazione, riposo e cura. Persino i suoi scritti risentono di tale eremitaggio, in quelle pause e in quei versi di una sola parola attraverso i quali sovente Antonia racconta il mutismo dei suoi monti, modulando le parole per cogliere l’essenza della natura, sua grande fonte d’ispirazione.

 

[…] Anima, sii come la montagna:

che quando tutta la valle

è un grande lago di viola

e i tocchi delle campane vi affiorano

come bianche ninfee di suono,

lei sola, in alto, si tende

ad un muto colloquio col sole. […]

 

Esempi”, 1931

 

Opera sicuramente non esaustiva nella narrazione – molte domande restano senza risposta – ma che lavorando per sottrazione ci fa entrare in una dimensione narrativa più intima e dipinge il ritratto di un personaggio complesso, contraddittorio e inquieto. E tutto questo si riassume nella scelta di Filomarino di non declamare ad alta voce le poesie, ma di far leggere direttamente allo spettatore quei versi tanto ricchi di immagini e suggestioni che non hanno bisogno di rumore.

Chiara Maraji Biasi